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padre spirituale, il suo direttore di coscienza, gli dica di smettere, di ridurre il numero di questi malati, altrimenti un giorno o l'altro farà fallimento. Che cosa succederà? Uno scandalo ». Il confessore rispose: « Andate là, perché ha più fede il Cottolengo che tutta Torino insieme. Mettetevi tutti insieme e non arriverete ad avere la fede del Cottolengo. Lasciatelo fare ». E così ha fatto, e vedete che la fede nella Provvidenza non è mancata. Il Signore ci ascolta a misura della fede. Se non siamo ascoltati, cerchiamo la ragione in noi: vuol dire che c'è poca fede, perché la fede è la prima condizione perché la preghiera sia efficace.

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VERI EROI NEL MONDO

Siamo ancora in tempo a fare gli auguri di una buona fine dell'anno 1959 e ancora di più l'augurio di un lietoe santo anno 1960, così come al Signore piacerà darcelo. Si vede che vi è stata una larga infusione di Spirito Santo che con la sua luce e la sua grazia vi ha portato a fare il sacrificio di venire qui per un breve corso di esercizi spirituali. Il tempo non è il più propizio dell'anno, perché sono giorni in cui più facilmente si ama rimanere in famiglia a godersi le vicendevoli comunicazioni e la pace di questo periodo. Il Signore vi premierà del sacrificio fatto, con abbondanza di grazia. Abbondanza di grazia primo in luce, secondo in infusione di buona volontà e terzo in una comunicazione maggiore di amore verso il Signore e verso il prossimo; quindi l'impegno a servire meglio il Signore e a donarvi nell'apostolato. Questa mattina parleremo brevemente degli Istituti Secolari. Che cosa sono? Gli Istituti Secolari sono associazioni di anime che desiderano attendere a due cose: perfezionarsi e compiere un apostolato, cioè santificare se stesse e porgere la mano al prossimo per aiutarlo nella salvezza eterna. Il santo Padre Pio XII ha paragonato i membri degli Istituti Secolari al sale della terra, il quale in sé è sano e porta la sanità; cioè il sale si conserva incorrotto, conserva se stesso e nello stesso tempo serve a preservare dalla corruzione le carni, ad esempio. Voi anime scelte da Dio predilette da Dio, sale della terra, voi anime destinate a operare per altre anime dovete porgere, in sostanza, aiuto a quelle anime che aspettano da voi qualche buona parola e qualche attività di apostolato. Il sale immesso, supponiamo,

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nelle vivande, si liquefa e penetra tutte le parti, le cellule delle vivande, gli atomi stessi delle vivande e le rende saporite. Voi penetrerete col vostro cristianesimo, con la vostra osservanza cristiana, col vostro buon esempio e con la vostra preghiera, la società dove vivete, là dove vi ha posto la divina Provvidenza. Ecco, gli Istituti Secolari sono composti di anime che vogliono assicurarsi il Paradiso, assicurarselo bello, e amare il Signore tanto; inoltre vogliono ancora donarsi all'apostolato. Quindi le parole del Papa sono queste: « Anime che bruciano di amore di Dio e vogliono tradurre la loro vita in apostolato ». Gli Istituti Secolari sono come un'innovazione nella Chiesa. Finora si credevano e si chiamavano religiosi soltanto quelli che vivevano in comunità, con abito proprio, con regole proprie e sempre in vita comune. Da una parte avevano i tre voti di castità, povertà e obbedienza; dall'altra parte avevano la vita in comune e l'abito proprio dell' Istituto. Questi sono i cosiddetti Religiosi, i quali possono essere Ordini, o possono essere Congregazioni. Però il Papa Pio XII ha considerato che vi sono tante persone nel mondo, le quali vogliono attendere alla santificazione propria, e, nello stesso tempo, all'apostolato. Vivono nel mondo, in generale preferiscono l'abito comune e nello stesso tempo compiono l'apostolato nell'ambiente in cui si trovano. Allora la sostanza della vita religiosa c'è tutta. Negli Istituti Secolari si fa il giuramento, oppure, come avviene nei nostri tre Istituti Secolari, si fanno i voti. Coloro che fanno il giuramento si obbligano alla povertà, castità, obbedienza nella maniera che è possibile nel mondo, tanto più se si vive in famiglia. Coloro invece che emettono i voti, ugualmente osservano povertà, castità, obbedienza, nel modo che è possibile in famiglia, in mezzo al mondo. Quindi c'è la consacrazione totale al Signore. La consacrazione totale si ha dando tutto ciò che abbiamo a Dio, dal quale tutto abbiamo ricevuto. Doniamo tutto a Dio perché tutto il nostro amore e omaggio al Signore consistono nel donargli tutto ciò che abbiamo ricevuto. Noi non

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abbiamo delle cose nostre, sono già sue tutte quelle cose che noi chiamiamo nostre; ma volontariamente le offriamo a Dio, come quella mamma che aveva dato al suo bambino i dolci, e dopo che il bambino aveva preso questi dolci e cominciava a gustarli, gliene chiedeva qualcuno. E se il bambino era buono offriva questi dolci alla mamma spontaneamente. Così facciamo noi con Dio. I beni che abbiamo di quale ordine e di quante specie sono? Sono di tre ordini: vi sono i beni esterni, vi sono i beni del corpo, vi sono i beni dello spirito, cioè la nostra libertà. Il voto di povertà indica il dono a Dio delle nostre cose, di quello che abbiamo; cioè noi facciamo al Signore una donazione della salute, del denaro, della casa, del vestito e di quello che si possiede di mobili e immobili. Di tutto facciamo padrone il Signore. Ma forse non li adopereremo più questi soldi, questi vestiti, questa casa? Li adoperiamo, ma come cose di Dio, come il sacerdote che va all'altare e adopera il calice, adopera tutto ciò che costituisce l'apparato per la Messa; ma è di Dio e l'ha solo in uso. Poi adopera il messale, la pianeta, adopera tutto- ma è di Dio ed egli se ne serve per onorare Lui. Così si continua a usare dei beni che si hanno, a usarli come cosa sacra, quindi con quel rispetto, con quella riservatezza e con quella riverenza verso il Signore, perché è cosa di Dio prestata in uso a noi. Quindi i religiosi e le anime consacrate a Dio non dicono più: il mio campo, la mia casa, ma dicono: la casa che ho in uso, il campo che ho in uso, da cui raccolgo i frutti per il mantenimento. Perfino tutta la nostra attività è di Dio. Allora c'è il merito raddoppiato. Notiamo bene: è raddoppiato il merito in tutto questo uso di cose, del vestito, della casa, dei mobili e degli immobili che si hanno: tutto è del Signore. Usandone con questo spirito, come cosa di Dio, anche quando si paga un debito, anche quando si riscuote un credito, si pratica la povertà. Chi osserva la povertà ha il merito doppio anche quando prende il cibo, anche quando riposa. In secondo luogo, noi abbiamo dei beni corporali,

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perché l'uomo è composto di anima e di corpo. Con la castità si offre al Signore il corpo, cioè si rinuncia a ogni piacere che si potrebbe godere nello stato coniugale e si dona al Signore la castità, la verginità. Oggi celebriamo la festa degli Innocenti, quelli uccisi da Erode in odio a Gesù Cristo. Sono vergini e martiri, hanno una doppia corona. Donando al Signore il corpo noi lasciamo a Lui, diciamo così, tutto quello che Egli vuol disporre della nostra salute, delle nostre forze e accettiamo quello che il Signore permetterà a nostro riguardo, sia la malattia che la sanità. Gli diamo il cuore, tutti gli affetti in Lui. Desiderare di lavorare per Lui e per il Paradiso, cioè stare uniti con Lui sulla terra, per stare con Lui in eterno in Paradiso. Il cuore, quindi, rivolto ai beni eterni. Gli doniamo gli occhi, l’udito, la lingua, l’odorato, il tatto e i sensi interni: fantasia, memoria, eccetera. Tutto, Signore, è vostro e non c'è più niente di mio, neppure una fibra del mio cuore. Allora si vive interamente la vita corporale per il Signore e tutto quello che si fa in ordine a questa osservanza di castità, in questa vita di verginità, guadagna il doppio merito, sia che adoperiate gli occhi a leggere, a scrivere, a ricamare, o in un ufficio, in un laboratorio, eccetera, perché la vita è adoperata in ordine a Dio. E se si ascolta qualche cosa, ad esempio, la predica, oppure la spiegazione a scuola, oppure si parla con persone e si ascoltano, si opera in ordine a Dio. Ecco, tutto il corpo e la salute stessa sono per il Signore. Col terzo voto, il voto di obbedienza, si dà al Signore la volontà, la libertà. Che cosa vuol dire questo? Vuol dire dare il nostro spirito: « Signore, disponete di me come credete ». Vuol dire che noi compiremo giorno per giorno, anzi ora per ora il suo volere. Sì, adesso vado nel tal posto: piace al Signore? Adesso dico queste parole: piacciono al Signore? Adesso ho la tal relazione con quella persona: piace al Signore? Adesso sono in quell’ufficio, lo compio per Lui, perché piace al Signore. Ho scelto quel lavoro, ad esempio, perché piace al Signore. L'obbedienza è dovuta

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anche al confessore, al direttore spirituale e ai superiori dell’istituto Secolare. Si obbedisce alle disposizioni. Se uno appartiene all'Azione Cattolica, obbedirà a quello che deve fare come socio; se uno è insegnante, obbedirà a ciò che viene disposto dalle autorità scolastiche. Ma tutto questo non si prende solamente come una necessità. Supponiamo di fare un lavoro perché il campo renda, o perché l'ufficio sia compiuto con coscienza in modo da avere uno stipendio, va bene, ma tutto deve essere operato in ordine a Dio. Si vive una vita di continua obbedienza. Lo stesso cibo e lo stesso riposo si prendono perché è volere di Dio. È una vita superiore; è come se in una casa ci fossero due piani: vi è un piano inferiore che è il piano della vita cristiana e vi è un piano superiore che è il piano della vita consacrata, che appartiene tanto ai cosiddetti Istituti Religiosi, come agli Istituti Secolari. La sostanza è uguale, pur essendoci delle diversità. Ecco allora come si fa a bruciare di amore di Dio: povertà, castità, obbedienza nella vita. Questo vuol dire consumarci d'amore per Gesù. La lampada che sta sempre davanti a Gesù arde notte e giorno finché è consumata; così colui che appartiene all’istituto Secolare, usa i suoi beni esterni per il voto di povertà, usa il suo corpo per il voto di castità, usa la sua libertà, la sua volontà col voto di obbedienza, e consuma la sua vita nell'amore di Dio. Quando tutto l'olio della lampada sarà consumato, si sostituirà. E noi ci consumiamo così giorno per giorno, consumiamo i nostri giorni per il Signore perché li diamo a Lui. Ogni giorno che passa si toglie un foglietto dal calendario; ogni giorno che passa è tolto dalla nostra vita, perché il numero dei giorni nostri è segnato dal Signore. Ma questa vita si può consumare peccando, facendo solo cose per il tempo presente: come uno che fa il negoziante e non pensa che al guadagno, o uno che ha un impiego e pensa solo alla sua paga e a vivere tranquillamente il suo giorno. Ma quando si opera per il Signore, la vita si consuma per Dio, per il Paradiso. Quel negoziante ha guadagnato molto in 40,

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50, 60 anni di lavoro; ma con la morte lascia tutto, non porta nulla con sé. Chi invece ha consumato tutto per il Signore, tutto porta con sé, perché si rinuncia per guadagnare di più. Si rinuncia, per esempio, alla nostra volontà col voto di obbedienza per guadagnare di più e avere un grado maggiore di gloria in cielo, dove vi sono molti posti « Mansiones multae sunt » in Paradiso (Gv 14,2). Oh, vita beata, fortunata! Si capisce allora come quel giorno in cui i parenti volevano persuadere san Bernardo, uomo ricco, giovane, di bell'ingegno, a stare a casa e non andare a farsi frate, egli seppe così bene descrivere il guadagno che si ha nella vita consacrata a Dio, che quando partì, ventinove tra quelli che si erano impegnati a fargli cambiare idea lo seguirono in convento. Allora si capisce la necessità di far rendere la nostra vita al massimo per l'eternità, per la gloria di Dio e per il bene del prossimo. Questa è la vita consacrata a Dio; però negli Istituti Secolari si ha un altro vantaggio. Se vi è una buona persona nel mondo, una buona operaia, un buon operaio, un impiegato, un'impiegata i quali pensano a salvarsi, è già cosa buona e quindi guadagnano una gloria. Però se una è consacrata a Dio e fa ancora l'apostolato, guadagna molto di più. Se tu salvi un'anima che prima era avviata per la strada dell’inferno, i meriti di quell'anima sono anche tuoi, quindi non avrai soltanto una gloria in paradiso, ma una gloria raddoppiata. E se tu porti del bene a molte anime, non avrai solo una gloria per il bene fatto da te ma avrai una gloria immensa per tutto quel bene che hai diffuso in tante anime, nell'istruire i bambini, supponiamo, nel partecipare alle opere di beneficenza e alle opere caritative, nel contribuire alle opere di insegnamento religioso, come il catechismo; oppure nel far parte di quelle opere che servono per il culto, come l'unione per l'adorazione del SS. Sacramento o per diffondere la devozione del Rosario. Allora è un complesso di anime che si beneficano; nel giudizio universale saranno accanto a te e diranno al Signore che sei la persona per cui si sono salvate, si son

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fatte dei meriti, sono diventate più buone. E al Signore chiederanno di ricompensarti. E che gloria grande sarà questa! Vi sono persone degli Istituti Secolari che dalla mattina alla sera, si può dire, hanno sempre in mente cosa possono fare di più per il prossimo, per le anime, e allora la loro felicità eterna si moltiplica immensamente. È una vita consacrata al Signore e impiegata nel fare del bene. Negli Istituti Secolari si può fare qualunque apostolato e, certo, i primi sono quelli che sono conformi agli Istituti Paolini: Pia Società San Paolo, Figlie di San Paolo, Pastorelle, Pie Discepole, Regina Apostolorum. Ma potete conservare l'apostolato che avete già incominciato, e si possono anche prendere altri apostolati, secondo l'ambiente in cui si vive, secondo le necessità che si vedono attorno a sé, secondo le attitudini e le inclinazioni che si sentono. Ecco, è così la vita degli Istituti Secolari. Ci sono allora dei vantaggi personali che sono i meriti, e vi sono invece vantaggi sociali. Seguendo il pensiero del Papa Pio XII, egli dice che i membri degli Istituti Secolari possono paragonarsi ai discepoli di Gesù. Gesù aveva eletto 12 Apostoli, però volle anche 72 discepoli. Gli Apostoli erano destinati a compiere le funzioni sacerdotali e i 72 discepoli collaboravano con loro. Gesù, come dice il Vangelo, li mandava nelle varie città e borgate dove egli doveva arrivare, perché istruissero un po' la gente e la preparassero a ricevere il Messia, il Salvatore che sarebbe arrivato a portare il Vangelo, a portare la sua grazia e la sua pace. I membri degli Istituti Secolari devono essere tanti in proporzione, 72 rispetto a 12. Perché? Perché gli apostolati degli Istituti Secolari sono numerosissimi, e tali membri sono anche quelli che mettono a contatto del popolo la vita di perfezione. Vivere nel mondo è un grande vantaggio, perché si porta la vita di perfezione, la vita di consacrazione a Dio, a contatto del popolo, delle moltitudini e fa acquistare, alle volte, un merito più grande perché ci sono più pericoli. Se uno si fa frate, se una si fa suora, sono chiusi in

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convento e hanno la sorveglianza e la guida dei superiori. Invece i membri degli Istituti Secolari vivono sempre un po' nei pericoli, hanno bisogno di maggior virtù, e poi godono di una certa libertà perché possono disporre di sé in tante cose. Allora ci vuole più amor di Dio e il merito tante volte è più grande che non nella vita propriamente religiosa. Persone che sono delle vere eroine nel mondo, che sono veramente amate da Dio. Il Signore pose il suo sguardo sopra di esse e in questo mondo così corrotto ai nostri giorni Egli si sceglie delle anime privilegiate che sanno vivere di Lui, per Lui e per le anime. Ecco, allora in questi giorni ringraziare il Signore di avervi chiamate a una vita di maggior perfezione, a capire queste cose spirituali. Quanta gente non capisce, per quanta gente anche il presepio è solo una festa di famiglia; quanta gente passa davanti al presepio senza rivolgere un pensiero, guardando soltanto se c'è arte, soddisfacendo una curiosità, e più che il Bambino guardando ciò che sta attorno, com'è il paesaggio che viene presentato. Mentre vi è tanta gente che non ha luce, voi avete avuto la luce e per voi il presepio è Gesù nato, il Figlio di Dio che viene a portare dal cielo i suoi beni e prendere i nostri peccati, i nostri mali per scontarli. Il presepio: Gesù Figlio di Dio incarnato che viene a prendere i nostri mali e viene a portarci i suoi beni, che sono la sua dottrina, la sua grazia, la Chiesa e tutto ciò che vi è di soprannaturale, e viene a donare se stesso in cibo alle anime.

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LA VOCAZIONE

Il Signore ha dato a tutti una grande vocazione: creandoci ci ha destinato al Paradiso e ci chiama tutti al Paradiso. « Deus vult omnes homines salvos fieri et ad agnitionem veritatis venire »: il Signore vuole tutti salvi e vuole che tutti conoscano la verità per camminare nella via della salvezza (1 Tim 2,4). Questa è la vocazione di tutti gli uomini perché tutti, fatti ad immagine e somiglianza di Dio, e tutti destinati, per quanto dipende da Dio, al cielo. Siamo usciti dalle sue mani creatrici ed Egli che è il Padre nostro nei cieli ci attende lassù, come si esprime il Vangelo, alla mensa di felicità, alla sua mensa eterna, a partecipare cioè alla sua beatitudine. Tuttavia non tutti gli uomini devono camminare per la medesima strada, anche se tutti devono vivere la fede, praticare la morale e pregare. Sì, per tutti la fede, la morale e il culto; però in particolare, vi sono persone che devono esercitare la loro fede, praticare il culto, la preghiera, in una determinata condizione di vita; altri, in altre condizioni. Quindi, oltre alla vocazione generale al cielo, vi è poi una vocazione particolare per certe anime. Tutti sono destinati al paradiso, ma non tutti per la medesima strada. E questa strada diversa, che può essere assegnata da Dio a un'anima o ad un'altra, la chiamiamo propriamente vocazione. Per vivere la vita ordinaria del buon cristiano, la vita che conduce alla salvezza, non è necessaria una vocazione speciale. Invece per chi deve arrivare al sacerdozio, per chi deve arrivare alla vita religiosa, per chi deve arrivare agli Istituti Secolari, è necessaria una vocazione sua particolare, cioè è necessario che vi sia una

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inclinazione e che il Signore abbia dato grazie e lumi particolari a questo scopo. Parliamo allora della vocazione propriamente detta. Che cos'è? La vocazione dalla parte di Dio è la volontà sua che destina un giovane o una giovane ad uno stato particolare. Dalla parte di Dio, la volontà sua; e dalla parte nostra, la vocazione è quel complesso di attitudini, di disposizioni, di capacità, con un'inclinazione, con grazie e lumi particolari per indirizzarci ad uno stato determinato. C'è la vocazione al sacerdozio per i giovani che intendono abbracciare tale vita; la vocazione alla vita religiosa per chi intende abbracciare tale vita; e la vocazione agli Istituti Secolari per chi vuole abbracciare la vita di consacrazione, di perfezione, nel mondo, e nello stesso tempo impegnarsi ad un apostolato nel mondo. Attendere cioè ad una perfezione, ad un miglioramento, ad un progresso spirituale e nello stesso tempo operare per le anime, per il prossimo. Vocazione! Quando il Signore, che è un Padre buono, crea un'anima, non l'abbandona come una madre snaturata che abbandona il suo figlio dopo che l'ha messo al mondo. Il Padre celeste che ci ama ha già disposto per noi una via da tenersi per ritornare a lui nella beatitudine eterna. Quando il Signore crea un'anima, volendo che quest'anima segua una determinata via, la crea con facoltà, attitudini, qualità adatte a quella via per cui quell'anima deve raggiungere il paradiso. Il Signore poi nel battesimo infonde tali luci, tali attitudini, tali inclinazioni che, ben sviluppate, quando la bambina o il bambino arriva all'uso di ragione, determinano una propensione, una inclinazione. In quella bambina, in quel bambino, il Signore infonde la fede, la speranza e la carità, perché infonde la grazia. Il Signore nel battesimo dà la vita soprannaturale, e questa vita soprannaturale è la grazia. La grazia, operando nella mente comunica la fede, operando nella volontà comunica la speranza e operando nel sentimento, nel cuore, comunica l'amore di Dio anche se il bambino non è conscio di

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questo. Certo, se muore prima dell'uso di ragione con quella fede che egli ha ricevuto nel battesimo, vedrà Dio; con quella speranza che gli è stata infusa, egli possederà Dio; con quella carità che ha ricevuto, il bambino amerà Dio e godrà Dio per tutta l'eternità. Quindi il bambino che muore tra il battesimo e l'uso di ragione è certamente salvo. Siamo tanto sicuri di questo che è permesso di pregare quei bambinetti che sono passati all'eternità fra il battesimo e l'uso di ragione, quando non era ancora possibile peccare, particolarmente se sono bambini della famiglia o della parentela. Ora quando un'anima è destinata ad una via particolare, non ha solamente i doni naturali di capacità, di intelligenza, di fermezza di carattere, le doti necessarie per il lavoro che dovrà fare; ma ha anche le grazie del battesimo per quella via determinata. Queste grazie, arrivati all’uso di ragione, porteranno certe inclinazioni, certe preferenze, certe tendenze; sia perché vi è la natura, sia perché vi è la grazia, tutti e due elementi che determinano la propensione, l’inclinazione, la preferenza ad uno stato. Se questa inclinazione, preferenza, propensione, è al sacerdozio per i giovani, allo stato religioso per tutti, o agli Istituti Secolari, noi la chiamiamo vocazione. E un fiore che se si trova in un ambiente buono si svilupperà e porterà i frutti. Questa vocazione ha bisogno di trovare adatto prima di tutto l'ambiente familiare, specialmente la mamma che è la prima maestra del fanciullo; ha bisogno di trovare un ambiente scolastico, un ambiente sociale in generale, ha bisogno di trovare un ambiente parrocchiale per svilupparsi, altrimenti quanti fiori spariscono e la vocazione non è corrisposta. Noi sappiamo che vi sono certi fiori nell'Africa, verso l'Equatore, che hanno bisogno di quella determinata temperatura calda. Portati da noi deperiscono immediatamente, anzi quelle piante non fioriscono più. La vocazione ha bisogno di trovare un clima, un'atmosfera adatta, di respirare un'aria conveniente per la sua salute spirituale e per poter seguire la chiamata di Dio.

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E necessario conoscere la propria vocazione? Sì, è molto importante, anzi a volte è decisivo per la salvezza Supponiamo che il Signore chiami un giovane per la via sacerdotale. Il Signore ha preparato tutte le grazie per il suo cammino e per il tempo degli studi, per il tempo della formazione, per l'esercizio del suo ministero; nelle varie condizioni di vita in cui si troverà, ha disseminato le grazie. Se lui passa da un'altra strada, non trova le grazie, quelle preparate per lui, e difficilmente ha quelle di un altro stato. Ci vorrebbe una volontà ferrea. E allora che cosa bisogna fare? Dobbiamo metterci sulla strada su cui ci chiama il Signore, lì troveremo tutto più facile, lì troveremo più abbondanti le grazie. Sull'altra strada si troverà quasi una sterilità, tutto quel che si fa costa più fatica. Dante stesso nella Divina Commedia, rimprovera coloro, i genitori, gli insegnanti in generale, che vogliono che uno si faccia sacerdote, che un altro si faccia capitano di milizie. Così si crea un mondo infelice, perché uno che non è sulla sua strada, è come un osso slogato, non è al suo posto e quindi soffre sempre. Quando invece l'individuo si trova sulla sua strada, si sente a posto, sente e ama quello che deve fare, perché il Signore infondendo fede, speranza e carità, nella carità dà l'amore a fare quel bene, a vivere quella vita determinata. Inoltre c'è una soddisfazione, anche se vi sono delusioni. Delusioni nella vita ce ne sono per tutti; tuttavia la persona sa accettare le delusioni e andare incontro alle difficoltà, fornita della grazia di Dio e disposta a camminare ugualmente nella via di Dio. Essa trova sempre i modi di risorgere anche quando è caduta e soprattutto in quella via trova consolazioni, mentre nella via non sua, in generale, trova la sterilità. Vi sarà sforzo, sì- ma se lo sforzo c'è ovunque, fuori dalla propria strada dovrà essere duplicato, sarà molto più pesante e può contare meno sulle grazie di Dio. Sì, se uno non si trova nella sua strada, c'è una sterilità in quanto a meriti e una sterilità anche in quanto all'apostolato. Bisogna allora conoscere la propria vocazione.

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Quali sono i mezzi per conoscere la propria vocazione e per corrispondervi? Sono tre. Il primo mezzo è pregare; il secondo è pensarci seriamente; il terzo è consigliarsi. Bisogna anche dire che tante volte una persona crede di essere fatta per una strada mentre non lo è. Le grazie del Signore sono seminate su un'altra strada. Magari questa persona vuole la vita contemplativa mentre è fatta per la vita attiva, o vuole la vita attiva mentre le sue qualità, le sue grazie, sono per la vita contemplativa. Così vi è un apostolato dei laici e vi è un apostolato dei religiosi; chi è fatto per una strada e chi per un'altra. Per esempio, il santo Curato d'Ars, san Giovanni Battista Vianney, in tutta la sua vita ha sempre sospirato la vita contemplativa, di ritirarsi in un convento, che possiamo paragonare ai Certosini o ai Trappisti; ha sospirato una vita contemplativa di silenzio, di mortificazione e di preghiera. Egli non ha mai potuto realizzare tutto questo e il Signore l'ha tenuto invece nella vita sacerdotale come parroco. E come tale egli si è distinto per la sua grande missione al confessionale, alla predicazione e al catechismo. Nella vita contemplativa sarebbe stato buono più per sé, ma meno per le anime. Perché allora il Signore gli ha lasciato sempre quel desiderio di vita contemplativa mai realizzato? Vi sono persone le quali hanno bisogno, in certi tempi, di sentire questa tendenza, la quale non è propriamente una vocazione alla vita contemplativa, ma è un richiamo di Dio perché uno che è nell'apostolato non vi si abbandoni troppo, cioè non abbandoni troppo l'orazione, il raccoglimento. Il suo bisogno di raccoglimento, quindi, non è una spinta alla vita contemplativa, ma una grazia che il Signore gli conserva affinché, pur lavorando per gli altri, trovi anche il tempo per sé. Prima la preghiera e poi l'apostolato; prima l'orazione per sé e poi l'azione per gli altri. Certe tendenze, quindi, non indicano che vi sia un'altra vocazione, ma piuttosto la grazia di Dio che lavora per mantenere l'apostolo nella sua via, oppure per mantenere il

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religioso contemplativo sulla sua via. Al religioso contemplativo tante volte viene la tentazione di uscire, di mettersi a lavorare per le anime, di predicare. Quella non è una vocazione a un altro stato, ma è solo una voce di Dio, una chiamata per esortarlo a esercitare lì l'apostolato con la preghiera, ad aiutare le anime con la preghiera, con la mortificazione e con lo sforzo continuo di santificarsi. Quindi noi abbiamo sempre bisogno di avere consigli, per non fraintendere la voce di Dio. In generale i mezzi sono tre; il primo è la preghiera. Il Signore che ci ha destinato per una strada non mancherà di avviarci e darci i mezzi necessari per introdurci a prendere quella strada. Il Signore comunicherà specialmente nella comunione e nella confessione e molto di più nei giorni di ritiro, di esercizi, la luce per farci capire a quale via siamo chiamati, che cosa dobbiamo fare conformemente al disegno di Dio e alle attitudini, qualità, ricevute nella creazione, nel battesimo e nelle grazie successive. Il Signore non manca di farsi sentire, purché si preghi e soprattutto perché l'anima rimanga in grazia. Perché la voce di Dio nel peccatore generalmente non si fa sentire finché non abbia detestato il peccato. Quindi conservarsi in grazia. La vocazione si ha con la creazione e col battesimo, quindi la sentono più facilmente i bambini, quando vivono in un ambiente di serenità e di innocenza. Poi, se c'è stata questa vocazione si farà sentire più fortemente a 12, a 14, a 18, a 20 anni, eccetera. Pregare molto, specialmente nei giorni di ritiro mensile. Il Signore farà sentire la sua voce in questi giorni, ma ancora di più negli esercizi spirituali. Secondo: occorre riflettere. Il problema della vocazione è un problema grande e non si può dire con leggerezza che si farà questo o si farà quello. È un problema che impegna la vita e anche l'eternità, in una certa misura. Allora rifletterci. Raccontavano due fratelli che per scegliere la loro strada buttavano il cappello per aria e

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se cadeva da una parte era segno che dovevano fare il militare, mentre se cadeva da un'altra parte, era segno che dovevano fare il prete. Bisogna rifletterci, pensarci seriamente senza lasciarsi impressionare dalle cose esterne, neppure dalla voce dei genitori se si tratta di vocazione che viene da Dio. Vedete che Gesù, quando si è trattato di dar saggio della sua vocazione, a 12 anni si è fermato nel Tempio ad insaputa dei genitori, e là si è intrattenuto coi Dottori riguardo alle cose che si riferivano al Padre Suo. La madre e san Giuseppe quando l'hanno ritrovato gli hanno detto: « Figliolo, perché ci hai fatto così?». E Gesù a loro: « Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio? ». Maria e Giuseppe non compresero subito questa risposta, ma la intesero più tardi (Cfr. Lc 2,41 e ss.). Quindi il nostro desiderio dev'essere quello di conoscere ciò che vuole Dio da noi, dove più facilmente ci salviamo e dove possiamo fare più bene. Pensarci! Ci vogliono le attitudini, si comprende. Chi non ha salute non può fare il missionario, ad esempio; chi non ha capacità per lo studio, non può pretendere di intraprendere una carriera che implica impegno allo studio. Ci vogliono le attitudini, ma le attitudini possono essere alle volte tanto per chi, per esempio, vuol fare gli studi come legale, come avvocato, aspirando alla carriera del legale, come ci vogliono le capacità allo studio per chi deve farsi sacerdote. Pensarci su! Terzo: bisogna consigliarsi e il consigliere dev'essere uomo che sa, uomo che ama, uomo esperto, uomo maturo. Molto spesso è il confessore, se il confessore si è frequentato un po' a lungo o almeno se in un corso di esercizi la persona si manifesta più a lungo, interamente, rispondendo sinceramente alle domande che venissero fatte. Occorre il consiglio di chi è disinteressato, e non sempre i parenti sono disinteressati. Una mamma rispondeva saggiamente: « La mia preghiera è che tu trovi la tua strada, e che ti

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renda degno della tua strada, cioè che viva bene e così possa sentire la voce di Dio ». Allora consigliarsi. Come corrispondere poi alla propria vocazione? Per corrispondere alla propria vocazione occorre sempre vincere qualche difficoltà, e alle volte sono molte le difficoltà. Qualche volta le difficoltà dipendono dalla persona stessa, qualche volta dall'ambiente, qualche volta non si hanno i mezzi materiali, qualche volta può essere la salute che impedisce questo o quell'altro lavoro, questo o quell' altra missione. Se una vocazione è un po' ostacolata e riesce vittoriosa, mostra subito che è una vocazione vera. Quando si devono fare sacrifici per raggiungerla, allora si dimostra di avere una volontà ferma e quei sacrifici che si fanno meriteranno la grazia per corrispondere. Le condizioni per rispondere alla chiamata della vocazione sono: 1) la preghiera; sempre la preghiera ci vuole; 2) risoluzione ferma; 3) stabilità. La preghiera! Il Signore ha preparato le grazie perché ognuno possa seguire la sua via, però vuole che sempre preghiamo. Egli ci ha assicurato che tutto quello che chiederemo al Padre in nome suo ci sarà dato. Pregare ogni giorno per ricevere ogni giorno. Chi abbandona la preghiera che cosa riceverà? Specialmente se si tratta di una vocazione distinta, una vocazione alta, occorrono più grazie. Allora occorre maggior preghiera. In secondo luogo, bisogna perseverare. Verranno sempre dei giorni difficili; qualunque strada noi prendiamo, ci saranno sempre delle difficoltà. Se non ci facciamo il programma di vincere con la grazia di Dio e con il nostro sforzo tutte le difficoltà, allora saremo come delle banderuole che si piegano ad ogni vento, quello che ieri ci piaceva oggi non ci piacerà più, perché c'è quella difficoltà o quella tentazione. Dopo che un'anima ha rinunciato al mondo per mezzo della sua vita di consacrazione, potrà avere qualche volta anche delle tentazioni più forti di altri che vivono nel mondo. Ma le tentazioni non sono né bene né male, sono occasioni di peccato per chi vuol

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seguirle, e occasioni di merito per chi vuol combatterle. Chi vince una tentazione grave, alle volte ha più merito forse che a fare la comunione; perché a fare la comunione non trova difficoltà, invece per vincere una tentazione grave bisogna che ci sia una lotta ferma, una lotta continua, perché il nemico è ostinato. Terzo: occorre poi che uno prenda la sua strada. Bisogna decidersi, una volta in età adatta, vincendo gli ostacoli che si presentano e poi perseverare. A chi dice di aver paura di avere sbagliato, sant'Agostino risponde: « Se non eri chiamato fatti chiamare adesso, se il Signore non ti aveva chiamato prima ». E come? Pregando un po' di più. Il Signore allora infonderà le grazie, la luce e la fortezza necessaria per perseverare; ma non bisogna arrendersi alle difficoltà. Tante difficoltà sono solo occasione di maggior merito. Avanti quindi per la strada nella quale ci sentiamo chiamati. La vocazione può essere che si sia sentita più presto o più tardi; ma quando la voce di Dio è chiara, se avete sentito oggi la voce di Dio, non fate i sordi, non abbiate un cuore duro, perseverate con forza ed energia. Il Signore vi guidi tutte per la strada vostra perché quella è la strada della salvezza, della santità, dell'apostolato. Meditazioni per consacrate secolari 27 Retta intenzione

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RETTA INTENZIONE

Ci sta davanti la figura di Gesù Bambino. « Ecco, un virgulto sorgerà dal tronco di Jesse e un pollone verrà su dalle sue radici » (Is 11,1). Il virgulto dal tronco è Maria, e il pollone che verrà su dalle radici è Gesù, fiore della Vergine. Il Signore ha voluto operare in questo modo, darci il Verbo incarnato per mezzo di Maria e Gesù ha voluto associare alla redenzione la Madre sua. Gesù è il Redentore, Maria è la Corredentrice. Questo indica che, accanto al sacerdote, ci sta l'opera della donna, ci sta l'opera del fratello laico, dell'apostolo laico, perché la Sacra Famiglia si componeva di Gesù, di Maria e di Giuseppe e così veniva effettuata la redenzione del mondo. La dorma associata allo zelo sacerdotale! Il sacerdote troverà sempre un aiuto nella donna pia, nel sesso femminile devoto, il quale è chiamato il sesso debole, ma tante volte è il sesso forte. Durante la passione scomparvero gli apostoli, ma rimase Maria, la quale accompagnò il suo figlio al Calvario e la sua anima fu trapassata da una spada. La donna deve collaborare all'opera del sacerdote, secondo la condizione sua. Maria servì Gesù. Partecipare dunque alle opere che sono di iniziativa dello zelo sacerdotale, in quanto possibile, ma soprattutto pregare. Le relazioni col sacerdote siano sempre ispirate a zelo, al principio soprannaturale, perché la donna deve piuttosto aiutare con l'esempio, con la preghiera e con l'offerta dei suoi sacrifici. Tuttavia sempre tener presente che la donna rappresenta Maria, il Sacerdote rappresenta Gesù. Vivere in un'atmosfera di soprannaturalità, perché terra e acqua, sia pur santa, ma mescolate insieme fanno

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fango; separata l'acqua dalla terra, ecco che l'acqua benedetta porta grazie dove viene cosparsa. Questa mattina abbiamo da fare una considerazione intima che richiede tutta la nostra attenzione, perché si tratta di scrutare il nostro interno. Il Signore ci giudicherà dopo la vita presente; il giudizio non deve spaventare le anime buone, perché vi è il giudizio di retribuzione e il giudizio di castigo ("di vendetta" è chiamato nella Liturgia). Anche Maria ha subìto il giudizio. Il giudizio consisterà nel proporzionare il premio, la gloria, alla santità della vita. Giudizio di vendetta, invece, è proporzionare il castigo alla cattiveria. Chi ha fatto bene non deve avvicinarsi alla morte con timore, con tremore. Sempre l'umiltà, sempre l'impegno ad aumentare i meriti, ma Gesù è il nostro Salvatore prima di essere giudice, quindi noi umiliamoci e approfittiamo del tempo della misericordia prima che venga il tempo della giustizia, in modo che quando verrà il tempo della giustizia questo sia soltanto un proporzionare il premio alla vita buona che abbiamo fatto. Però nel giorno del giudizio non si pesano solamente le opere buone, ma anche le intenzioni. Abbiamo da meditare questa mattina se le nostre intenzioni sono sempre rette. Che cosa vuol dire retta intenzione? Vuol dire: nelle nostre opere, anche le ottime mirare sempre a Dio e al suo Paradiso, ossia a compiere il volere di Dio e a meritare per il Paradiso, sempre cioè una intenzione retta. Perché un'opera sia meritoria davanti a Dio e, nel giudizio, ottenga il suo premio, deve avere tre condizioni. La prima condizione è che sia compiuta in grazia di Dio chi vive in peccato anche se fa una cosa buona anche se fa un'opera di carità, come dare il pane ai poveri, non merita perché la sua anima non è unita a Dio, è separata a causa del peccato. Si potrebbe fare anche la comunione in peccato grave! Quanto è bella, quanto è santa la comunione quando è fatta bene; ma chi la fa male e in peccato, commette un sacrilegio e aumenta il suo male. Quindi

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occorre sempre operare in grazia di Dio. Come seconda condizione bisogna che si tratti di opera buona. Un'opera cattiva non merita il premio. Uno può parlare bene, ma se dice delle bugie, se fa delle mormorazioni, opera, ma non meritoriamente. Bisogna che quel che si fa piaccia a Dio. Bisogna cioè che l'opera sia conforme ai comandamenti; che sia conforme al volere di Dio quello che si sta facendo. Allora anche l'opera minima, ma che piace a Dio, che è nel volere di Dio, acquisterà merito. Come terza condizione occorre che ci sia la retta intenzione. Quindi tre condizioni perché l'opera sia meritoria e abbia il premio nel gran giorno del giudizio: che si faccia in grazia di Dio, che sia un'opera buona, che ci sia retta intenzione. La retta intenzione che cosa indica? « Vi offro le azioni della giornata, fate che siano tutte conformi alla vostra volontà »; ecco l'offerta. Si offre l'azione al Signore, si vuole che l'azione, che tutto ciò che si fa nella giornata sia di gradimento a Dio, sia a suo onore e sia a merito per il cielo. Delle rette intenzioni ce ne sono tante e ce n'è una sola. La retta intenzione è come una linea che congiunge due punti: a un capo di questa linea ci siamo noi, all'altro capo c'è Dio. Fra due punti non ci può essere che una retta cioè quando noi operiamo, l’intenzione deve essere rivolta al Signore, o per compiere la sua volontà o per ottenere il premio eterno. Però su una linea ci sono tanti punti. Nella retta intenzione sono comprese tante intenzioni particolari, le quali finiscono in una: « Omnia in gloriam Dei facite », cioè: fate tutto per la gloria di Dio (1 Cor 10,31). Questa è l'ultima intenzione, è quella che proprio unisce il nostro spirito a Dio e rende più meritoria l'azione. Ma vi sono tante intenzioni che son comprese in questa; per esempio, compiere un'azione per praticare la tal virtù, per esercitarsi nell'umiltà, per sovvenire ai bisogni del prossimo, per mettere la pace nella famiglia, per portare un po' di serenità, per imitare Gesù nella sua passione, per zelare nelle opere di apostolato la gloria di Dio e il bene delle anime.

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Possono essere tante. Fare un'azione, supponiamo, per amore di Maria, per amore del Cuore di Gesù, per prepararsi bene alla Comunione, per suffragio delle anime del Purgatorio, specialmente per la mamma defunta, per ottenere quella tale grazia perché si desidera che i peccatori si convertano, che gli eretici e gli scismatici si rivolgano di nuovo alla loro madre, la Chiesa, perché si convertano coloro che sono ancora pagani, perché si converta l'Africa, la Russia, il Giappone. Quante volte, ricevendo le lettere dalle varie nazioni, leggo l'invito a far pregare per una nazione. La Famiglia Paolina ha adesso trecentoquarantuno case nel mondo. Da quante parti vengono queste insistenze perché si preghi! Ebbene queste intenzioni particolari entrano tutte in questa intenzione generale ed ultima: « Omnia in gloriam Dei facite »; fate tutto alla gloria di Dio. Oppure, come diceva sant'Ignazio: Per la maggior gloria di Dio, « Ad maiorem Dei gloriam ». Tutte queste intenzioni vengono anche riassunte nella preghiera: « Vi offro le azioni della giornata, le orazioni, azioni e patimenti, in unione del Cuore Immacolato di Maria, con le intenzioni con cui voi, Gesù, vi immolate sugli altari ». Pensiamo alle intenzioni di Gesù durante la consacrazione nella Messa: sono le più belle intenzioni che riguardano la gloria del Padre Celeste e le più belle intenzioni che riguardano l'umanità intera. Riguardano anche il Purgatorio. E se noi siamo raccolti, nel corso della Messa, in quel momento in cui si compie la consacrazione e si fa l'elevazione, ecco, un'ondata di gloria sale a Dio in cielo, alla Trinità e va ad aumentare la gloria degli eletti, di tutti i Santi, di tutti gli angeli. Un'ondata di suffragi noi possiamo mandare al Purgatorio per ciascun'anima che là soffre e attende l'ingresso al cielo; è un'ondata di grazia che noi intendiamo che arrivi a tutti gli uomini viventi che sono due miliardi e ottocento milioni. Quando si ha il cuore simile a quello di Gesù, come si unificano le nostre intenzioni con quelle di Gesù! Adesso bisogna dire che quanto più l'intenzione è

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intensa, più numerose sono le intenzioni che mettiamo in un'opera, tanto maggiore è il merito. Il merito aumenta non per l'opera in sé, ma per l'amore con cui si agisce. Allora le anime che sono prudenti, le anime che desiderano realmente e intimamente di aumentare i loro meriti, aumentano le loro intenzioni buone, sante, nelle opere, e le intensificano manifestando un amore acceso verso Dio. Esse pregano perché i peccatori ritornino al Signore, perché siano tanti a fare la Pasqua, per l'intenzione del Papa, per il Concilio Ecumenico, per l'aggiornamento del codice, eccetera. Queste intenzioni sono dal Signore benedette con molta grazia. Se il merito aumenta in proporzione delle intenzioni, cioè in proporzione dell'amore e della intensità, bisogna dire che non ci può essere un numero maggiore di intenzioni buone e con maggiore intensità che quelle di Gesù quando si immola sugli altari. Allora, immedesimarsi con le intenzioni di Gesù, specialmente dalla consacrazione alla comunione, quando viene consumato il SS. Sacramento con la comunione del sacerdote e dei fedeli. Sono questi i momenti più preziosi per chiedere le grazie. Ah, una Messa di più! La Messa è il sole; le altre devozioni sono le stelle che sono illuminate dal sole. Dunque, essere ispirati, animati, portati da questo amore e che sia un amore largo. Pensate come, alle volte, ci perdiamo in piccole cose! Vivete lo spirito della preghiera: « Cuore divino di Gesù... » Bisogna dire ancora che l'azione nostra può essere umilissima, per esempio, lavarsi la faccia, e può essere invece un'azione distinta; può essere che uno faccia una conferenza, oppure che appartenga a un'associazione in cui occorrono opere esteriori che attirano magari l'attenzione. Ma quando si fa la volontà del Signore, anche l'azione minima guadagna il merito, e il merito non è secondo l'azione, ma secondo l'amore, cioè secondo l'intenzione. Per questo devono farsi tutti coraggio; perché uno può essere spazzino, carbonaio, può essere una persona tribolata e dimenticata, e guadagnare più meriti di un'altra che fa opere

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esteriori, opere pubbliche che attirano l'attenzione e magari meritano gli applausi. Gli uomini stimano l'esterno, quello che si vede, ma Dio guarda l'interno. Sì, l'uomo guarda la faccia, insegna la Scrittura, ma il Signore scruta il cuore, le intenzioni. E quante opere esteriormente meritano applausi e davanti a Dio non contano nulla! E invece quante opere che non sono neppure vedute dagli uomini, anzi sono opere che richiedono sacrificio, arricchiscono l'anima per l'eternità. Passavano davanti alla cassetta dell'elemosina nel Tempio di Gerusalemme dei ricchi e dei poveri a mettere l'offerta, e Gesù stava osservando. Dopo aver osservato, egli disse ai suoi Apostoli che chi aveva meritato di più era una donna vedova, la quale aveva dato due soldini soltanto, mentre gli altri avevano dato monete di valore, di grande valore. Lei aveva dato tutto ciò che aveva, e quindi si era privata anche del vitto della giornata. Gli altri avevano dato il superfluo, quindi non avevano fatto nessun sacrificio, anzi avevano avuto un po' di ambizione ad essere veduti a fare un'elemosina un po' vistosa. Ecco, le due piccole monete hanno guadagnato di più che le grosse monete, le grosse cifre, date da coloro che erano ricchi. Il Signore guarda il cuore, i sacrifici che si fanno, le intenzioni che ci sono. Sappiamo noi regolarci bene nella nostra vita? Sappiamo dare importanza più alle opere che sono occulte, nascoste? Leggevo in questi giorni la vita di una santa regina, la quale precedeva tutti al mattino nel levarsi e, prima che gli altri si alzassero, aveva già messo a posto la casa, preparato quello che era necessario durante la giornata, e aveva anche già messo in ordine tutto quello che riguardava l'infermeria, i servizi più umili. Per un po' di tempo nessuno seppe come si trovassero già così le cose quando si alzavano da letto, e poi fu scoperto. Quella persona operava nel segreto, nel silenzio. Ricordiamo anche un episodio della vita di san Bonaventura, dottore della Chiesa e cardinale. Un giorno,

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mentre stava scrivendo, arrivò il frate laico a fare la pulizia. Vedendo il cardinale tutto intento a scrivere, gli disse: « Beato voi, Padre Bonaventura, che sapete tante cose voi sì che vi fate tanti meriti. Io sono un povero fraticello ignorante, non so neppure scrivere il mio nome ». Allora il cardinale gli rispose: a Basta amare il Signore. Se una vecchierella ama il Signore più di me, è più beata di me ». Egli voleva insegnare al frate di non sentirsi umiliato e infelice per dover compiere certi lavori e certi servizi, e per essere privo di cultura, perché egli avrebbe potuto amare il Signore più di Padre Bonaventura. E stato canonizzato san Carlo da Selve. Selve non è molto lontano di qua. Era un frate laico, molto umile, il quale da principio non sapeva neppure leggere. I suoi uffici furono quello di andare alla questua, fare il portinaio e il sacrestano tutta la vita. Intanto egli è canonizzato, elevato agli onori degli altari, glorificato in cielo e glorificato sulla terra; e tanti che avevano maggiori studi e mostravano con la loro eloquenza quanto sapevano, non hanno raggiunto quella glorificazione che ha raggiunto san Carlo da Selve. Occorre guardare quale amore portiamo nelle nostre cose, come operiamo. Allora riflettiamo su noi stessi ed esaminiamo se alcune delle opere che facciamo non perdono il merito per la santità o per fini non buoni. Una lettera se è scritta e chiusa nella busta, e poi le si mette un indirizzo falso, non va a destinazione perché l'indirizzo è sbagliato. Se un'opera è buona in sé, anche ottima, ma non c'è la retta intenzione, non va a Dio, non sarà premiata. E se la lettera è senza indirizzo a chi la porteranno? L'ufficio postale la riceve e poi la metterà nel cestino, perché dove dovrebbe recapitarla? Se noi non mettiamo la retta intenzione, le nostre opere sono come una lettera senza indirizzo. La lettera perché vada a destinazione bisogna che abbia l'indirizzo giusto; così noi dobbiamo sempre mettere l'intenzione retta, che vada a Dio direttamente o anche solo indirettamente. Perché se uno

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prega per la conversione di un peccatore, sembra che l'intenzione vada solo a lui, ma in realtà va a Dio; cioè si desidera che quell'anima viva unita a Dio e raggiunga la sua salvezza; quindi è un'intenzione a gloria di Dio. Così tutte le intenzioni buone in sé, si uniscono con le intenzioni che ha il Cuore di Gesù nella Messa, e si uniscono con le intenzioni finali: « ad maiorem Dei gloriam », alla gloria di Dio. Come fare allora per acquistare la retta intenzione? Per prima cosa togliere le intenzioni sciocche, di vanità, per mostrare quel che sappiamo, o anche fare il bene come fine a se stesso. Quello è un fine umano, bisogna che mettiamo l'intenzione retta. E può essere che uno abbia sentimenti buoni e che faccia volentieri la carità, che porti volentieri i regali ai bambini nell'occasione di Natale, dell'Epifania; ma così, per mostrarsi generoso, oppure perché prova una soddisfazione nel vedere lieti quei bambini. Sì, la consolazione in questo caso è buona, ma non del tutto indirizzata a Dio. Il Signore nel fare il bene concede la consolazione, ma noi dobbiamo indirizzare sia l'opera che la consolazione a Lui. Quindi dire sempre bene il « Vi adoro.. », il « Vi offro le azioni della giornata... ». Almeno questo. Se poi uno dice: « Cuore divino di Gesù, vi offro... », come recitiamo durante Messa, allora quanto più il merito cresce! Togliere le intenzioni cattive. A volte le intenzioni non buone si infiltrano anche nelle cose sante: farsi vedere pii, far vedere che si prega molto, mostrare che si ha zelo e che si precede gli altri nelle attività di apostolato. Non lasciare il bene, ma farlo bene; cioè compierlo in grazia di Dio e con la retta intenzione. Togliere le intenzioni non buone e mettere le intenzioni buone. Gioverà fare l'esame, scrutare i cuori, perché il punto più difficile dell'esame di coscienza è sempre quello che riguarda l'interno, i pensieri e i desideri. Soprattutto è difficile esaminare l'intenzione. Giova fin d'adesso proporci di condannare ogni intenzione inutile e vana, di non

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approvarla anche se ci passerà per la mente. Sì, non approvarla. Volere che tutto e sempre sia di Dio. Che la nostra lampada che brucia per Gesù non si estingua, ma che il nostro cuore sia sempre ardente come una luce, un fuoco. Che sia una luce che si espande verso il prossimo in opere buone, in apostolato, e un fuoco che arde e sale verso Dio. Ma stare attenti sempre, perché in mezzo alla fiamma non ci sia il fumo. Vi sono persone le quali alimentano l'ambizione perfino nel confessarsi. Che la nostra fiamma non sia mescolata col fumo; che sia una fiamma pura che indichi un amore santo, un amore puro verso il Signore. Ci benedica il Signore e che non ci avvenga, come forse capiterà a tante anime, che hanno passato una vita abbastanza buona, ma l'hanno sprecata; hanno messo le loro opere buone in un sacco bucato, perché non c'era l'intenzione retta. E mettere del grano in un sacco bucato è sprecarlo. Che non ci sia questa delusione. « Tutta la notte ho lavorato » disse Pietro a Gesù. Gesù invitava Pietro a gettare le reti nell'acqua del lago per la pesca, e Pietro si fece avanti: « Maestro, abbiamo già lavorato tutta la notte e non abbiamo preso neppure un pesciolino ». E allora Gesù gli disse: « Gettale a destra ». E Pietro, col comando di Gesù, gettò le reti a destra della barca e la quantità dei pesci fu tanto grande che dovette chiamare altri ad aiutarlo a raccogliere tutti i pesci che erano entrati nella rete (Cfr. Lc 5,1-7). Intenzione retta e santa anche nel mangiare, per mantenersi nel servizio di Dio. E chi fa l'apostolato può dire: « Date, o Signore, la vostra santa benedizione al cibo che prendo per mantenermi nel servizio di Dio e nell'apostolato». E così anche il riposo preso per il Signore è meritorio. Uno direbbe: Non faccio niente, dormendo! Se dormi fai la volontà di Dio, no? E se è offerto al Signore, come dev'essere offerto al Signore l'atto di prendere il cibo, è un merito davanti a Dio. « Sia che mangiate, sia che beviate dice san Paolo, fatelo a gloria di Dio e guadagnerete merito» (1 Cor 10,31). End- Meditazioni per consacrate secolari 28. Forme di preghiera

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FORME DI PREGHIERA

Avete desiderato di prolungare la vostra permanenza qui, il che dimostra la buona volontà, il desiderio efficace di sentire ancora maggiormente la voce di Dio e di partecipare meglio alla sua grazia. La preghiera può essere mentale, vocale e vitale. La preghiera vocale è quella in cui ha parte importante la voce, come la recita del rosario; invece la preghiera mentale è quella in cui non ha parte la voce, ma sempre vi è i1 lavoro della mente e il lavoro del cuore, cioè il lavoro interiore. Anche per la preghiera vocale si richiede l'attenzione della mente e l'affetto del cuore; ma nella preghiera mentale è tutto l'interiore che lavora, il quale può essere più o meno attivo. Quando cioè si lascia lavorare la grazia, si lascia lavorare il Signore che ha già preso possesso dell'anima e considera quest'anima con una certa intimità, una certa effusione di luce e di fervore e cerca particolarmente di stabilire con essa una santa unione di preghiera mentale. Tuttavia all'inizio, la preghiera mentale non è sempre facile. Quando si trovano molte difficoltà dopo aver riflettuto alquanto, si può anche aggiungere qualche orazione vocale per riempire il tempo, qualche mistero di rosario o qualche altra preghiera. Vi è però un'altra preghiera e si chiama vitale. È la preghiera della vita che si fa con la vita e per la vita che si fa. Quando tutto quello che facciamo noi lo indirizziamo al Signore, e quello che facciamo è buono e guidato dalla retta intenzione, allora il lavoro è preghiera. Non ogni lavoro è preghiera, ma quando il lavoro è fatto in un certo modo, come ho detto, allora diviene preghiera.

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Si hanno cioè tre condizioni: primo, che il lavoro sia conforme alla volontà di Dio, sia buono; secondo, che sia fatto in grazia di Dio; terzo, che ci sia la retta intenzione. Qui col nome di preghiera vitale si intende che il lavoro sia fatto per ottenere una determinata grazia o per noi stessi o per il prossimo, per le anime. Se, per esempio, quest'oggi offro la mia giornata perché tutte le persone care che convivono con me conchiudano bene l'anno, in quello che faccio vi è una continuata preghiera vitale. Conchiudere bene l'anno, in che modo? Con il pentimento di quelle mancanze che ci fossero state nel corso dell'anno e col ringraziamento delle grazie ricevute nel corso dell’anno. Quindi il Te Deum. Si può offrire la giornata di oggi o la giornata di domani per il fine che ho detto. Ma per domani si possono aggiungere o cambiare un po' le intenzioni. Per esempio, perché le persone care e alle quali abbiamo fatto gli auguri siano benedette nell'anno 1960, che conducano una vita buona, una vita retta, che evitino sempre il peccato e si indirizzino sempre in tutto al Cielo, alla salvezza eterna nel loro agire, nel loro pensare. Sì, allora abbiamo la preghiera vitale. Nella preghiera vi sono tre guadagni. Cioè la preghiera può essere di domanda, e allora ha il valore impetratorio; può essere di penitenza, e ha un valore soddisfattorio; e vi è ancora un valore che riguarda solo noi, il valore meritorio. In ognuna delle tre forme di preghiera, vocale, mentale o vitale, vi è il valore meritorio, il valore soddisfattorio e il valore impetratorio. Il lavoro meritorio è quel merito che si guadagna con la preghiera per la pratica di pietà che si compie. Il merito è di chi fa l'orazione, non può essere ceduto a nessuno; è un merito che avrà la sua ricompensa eterna. Il merito di ogni azione buona e di ogni preghiera è sempre personale, non possiamo cederlo, e nemmeno Dio può togliercelo. È connesso con l'opera buona fatta, con la pratica di pietà compiuta. Invece possono cedersi il valore soddisfattorio e il valore impetratorio. Il valore soddisfattorio è questo: la

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nostra preghiera soddisfa sempre un po' per i peccati. Noi possiamo soddisfare per i nostri peccati o per i peccati di un'altra persona, di un peccatore perché si riconcili con Dio. Soddisfare allora! Come hanno un valore speciale le indulgenze, così, quasi come le indulgenze, le nostre opere buone e le nostre preghiere hanno sempre un valore soddisfattorio, il quale può essere ceduto a un vivo o alle anime del purgatorio. Se viene applicato a un vivo bisogna sempre che costui, per goderne, si metta in grazia di Dio e allora il valore soddisfattorio servirà a coprire un po' delle sue responsabilità e delle pene che dovrebbe soffrire per i peccati commessi. Il valore soddisfattorio è libero, possiamo ritenerlo per noi e possiamo cederlo o a persone viventi o a persone defunte. E se va a un defunto che non fosse in purgatorio, il Signore l'applica, secondo la sua sapienza e secondo la sua bontà, ad altre persone che ne hanno bisogno. Vi è inoltre il valore impetratorio. Questo valore può essere ceduto e può essere invece riservato per noi. Può essere cioè riservato per noi secondo le intenzioni e le grazie che intendiamo chiedere al Signore, e può essere ceduto a qualche persona vivente che ha ancora bisogno di grazie. Diversamente dal valore soddisfattorio che può essere ceduto alle anime purganti, il valore impetratorio non può essere dato alle anime del purgatorio. Invece alle anime del purgatorio il valore soddisfattorio può essere ceduto e qualche persona va fino all'atto eroico di carità. L'atto eroico di carità che cos'è? E la cessione che una persona fa in suffragio delle anime del purgatorio di tutto quello che avrà ricavato o ricaverà nel bene che fa e nelle preghiere che` eleva al Signore per tutta la vita. Non solo tutto il bene fatto in vita, ma ancora i suffragi che saranno offerti per lui dopo la morte. Prima però di fare questo atto eroico di cessione generale di tutto il valore soddisfattorio delle nostre opere e delle nostre preghiere, è sempre molto importante avere il consiglio di persone esperte, perché può darsi che si capisca bene, o

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al contrario che non si capisca bene. Per fare quest'opera occorre un lume particolare di Dio, e cioè avere la fede che se si aiutano gli altri il Signore aiuta noi. Se io cedo il valore soddisfattorio dei suffragi che mi manderanno le persone care rimaste su questa terra, il Signore applicherà a me, secondo la sua sapienza e il suo amore, altri suffragi oppure i meriti infiniti di Gesù Cristo, i meriti sovrabbondanti di Maria e dei Santi. Occorre però una grande fede; diversamente una persona potrebbe scoraggiarsi e a un certo punto sentire magari il bisogno, o almeno la tentazione, di ritrattare quello che aveva fatto. Ad esempio, venendo a mancare la mamma a cui si voleva molto bene, si ha una certa preoccupazione sulla sua sorte: potrebbe essere già in cielo o ancora in purgatorio. Allora la persona si trova nel dubbio, perché avendo fatto già la cessione di tutto il valore soddisfattorio, non può applicarlo alla mamma defunta. In questi casi bisogna innanzitutto fidarsi molto di Dio. Se una persona è stata molto caritatevole e la carità è la virtù maggiore, si può pensare che il Signore non sarà largo di misericordia con le persone che ci sono care? Il Signore lo sarà. Inoltre anche avendo ceduto il valore soddisfattorio delle preghiere e delle buone opere che Si fanno in vita, si può sempre raccomandare al Signore quell'anima che ci è cara, semmai si trovasse in necessità di suffragi e, quindi, ancora nelle pene del purgatorio. In sostanza occorre una fede serena e chiara, perché dopo non ci sia un turbamento di spirito. Dunque la preghiera sia vocale, sia mentale, sia vitale, ha tre valori. Adesso chiediamoci: è necessario pregare? Sì, ma perché? E necessario pregare sia per la nostra santificazione e voi volete essere sante perché avete mostrato il vostro impegno nel venire e anche nel prolungare la permanenza; sia per l'apostolato, per fare opere di bene a favore dell' umanità, a favore di altre persone che si trovano in necessità, sotto qualunque forma, in qualunque condizione. La preghiera è necessaria perché essa ci ottiene la grazia

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della santità. La grazia è la sostanza della vita soprannaturale e pregando possiamo ottenere ogni giorno l'aumento di grazia. Poi vi sono ancora le grazie da ottenere; non solo la grazia, ma le grazie. Vi è distinzione fra grazie e grazia. La grazia che si chiama anche santificante è quella che aumenta i nostri meriti e quindi aumenta la gloria eterna. Invece le grazie, che si chiamano le grazie temporanee cioè attuali, sono quelle che ci aiutano a rimanere buoni, per esempio, a vincere una tentazione, a fare una mortificazione, a compiere i doveri della giornata, a fare quell'opera di zelo, di apostolato, a fare un sacrificio. Sono le grazie che ci aiutano a fare il bene attuale o a evitare un male attuale. La grazia santificante è l'accrescimento della vita eterna in noi. Come il bambino piccolo è vivo, ma non ha ancora la forza di un uomo di venticinque-trent'anni perché ha bisogno che si nutra, che cresca, che si difenda dalle malattie, che rafforzi la sua salute, si maturi, divenga cioè uomo; così con il battesimo abbiamo ricevuto la vita spirituale, cioè la grazia, ma prima della santità bisogna crescere ogni giorno, ogni giorno aumentare i meriti, cioè far crescere la vita di Dio in noi. Infatti il bambino che muore dopo il battesimo è salvo, ma è diversa la santità del bambino dalla santità, supponiamo, di sant'Alfonso de' Liguori che è morto a oltre 90 anni. Sant'Alfonso dopo aver tanto scritto opere di ascetica, di morale, dopo aver tanto predicato e confessato per tanti anni, quanti meriti avrà colto nel corso della sua vita! Così è della vita spirituale; si può crescere ogni giorno, ma questa grazia è un dono di Dio. Noi ci facciamo il merito, ma il Signore mette la sua compiacenza anche se in quel giorno ti senti un po' disturbata, con un certo nervosismo e tuttavia ti mantieni calma; ecco l'aumento di grazia interiore, un merito. E se la vita passa così facendo del bene, allora l'aumento di grazia è continuo, si arriva a una santità distinta. Il Signore sceglie certe anime a cui aggiunge la santità taumaturga, ma questa non è necessaria. La santità taumaturga

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c'è quando una persona che è molto buona e santa è strumento del Signore per far certi miracoli. Il miracolo lo fa Dio, non che facendo il miracolo uno guadagni il merito per sé, un merito straordinario, ma fa un'opera buona. Dicendo a un'ammalata di alzarsi perché il Signore l'ha guarita, compie un'opera buona come quella di dare un bicchiere d'acqua a quella sorella, a quella persona che lo chiede; ma il miracolo è di Dio. Il santo taumaturgo è tale per una grazia del Signore. Il Signore si serve di lui per mostrare la sua potenza, come si serve del Sacerdote per consacrare l'ostia. La santità può essere anche più abbondante in un'anima che non fa prodigi, non fa miracoli, ma si sforza di crescere abitualmente. Ora questa grazia, questa vita soprannaturale è dono di Dio, e se noi la vogliamo, dobbiamo pregare. Gesù ci ha detto che è venuto a portare la vita, cioè la grazia, e sempre più abbondante. Cosicché le anime che si arrendono a Dio, che si abbandonano a Lui, ricevono un continuo aumento di grazia e quindi la santità. Ma, si vede questa santità? Qualche riflesso c'è all'esterno, ma il più è occulto, nell'interno, e il Signore nel giudizio proporzionerà il premio allo stato di grazia e di santità di quell’anima in particolare. Quindi la preghiera è assolutamente necessaria, si tratta di un dono di Dio. In secondo luogo la preghiera è necessaria anche nell’apostolato, perché abbiamo da operare e da portare del bene agli altri. Del bene materiale agli altri tutti possono farlo, anche uno che non sia cristiano. Per esempio, in occasione di queste feste natalizie, molti mandano i panettoni, mandano dei regali e magari fanno un'elargizione ad un orfanotrofio, a un ricovero, di vecchi, eccetera; ma la persona non ha la grazia e quindi non guadagna il merito, perché non ha il battesimo. Così avviene anche per uno che vive in peccato mortale, non guadagna il merito per la vita eterna. Per fare del bene vero, che guadagni merito, ci vuole l'aiuto di Dio. Anche per fare il bene materiale, perché allora ecco cosa abbiamo: si pensa

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a una vocazione dell'Africa e alla fine dell'anno si manda un'offerta per le vocazioni dell'Africa, perché là crescano dei buoni giovani e arrivino al sacerdozio, alla vita religiosa, perché le giovani bisognose di sussidi possano arrivare alla vita religiosa. Allora si è mossi da un fine soprannaturale. Anche quando si scrive una lettera per rendere contenta quella persona, per portarle una parola di sollievo o un augurio, per mostrarle che le vogliamo bene, per portarle un po' di serenità, se tutto questo si fa per motivo soprannaturale, si acquista merito. Inoltre chi si dedica all'Azione Cattolica, chi si dedica a fare catechismo, chi si dedica alle opere di culto, come sono le associazioni per l'adorazione eucaristica, ecco, volendo far del bene a queste anime deve pensare a portare del bene soprannaturale, a portare un aiuto spirituale. E necessario che queste persone siano docili, che i ragazzi ci obbediscano, prendano quei mezzi di salvezza che noi suggeriamo, e che quelle aspiranti, quelle beniamine, eccetera, crescano in virtù. Per tutto questo occorre la grazia. Perché quelle anime siano aiutate da Dio, per trasformarle in anime di Dio, non bastano soltanto le nostre parole, ci vuole la grazia di Dio. Quindi pregare per il nostro apostolato. Si tratta sempre di lavorare in un piano soprannaturale, quando vogliamo fare per noi dei meriti e quando vogliamo portare del bene spirituale alle anime che ci sono care. Quindi la preghiera è assolutamente necessaria. Chi prega si salva, chi non prega si danna. E anche quando una persona è bene avviata, se cessa di pregare, si ferma sulla sua strada e torna indietro, perché c'è il detto: « qui ad orationem non vadit, ad ruinam vadit », cioè chi non va a pregare, poi discenderà gradino per gradino verso la rovina. Sempre è necessario pregare! Gesù non ha lasciato, diciamo, delle incertezze di interpretazione, « oportet semper orare et non deficere »: cioè bisogna pregare sempre e non lasciare mai (Lc 18,1). Ma cosa vuol dire questo "sempre"? Devo tralasciare le mie occupazioni? No, ma

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pregare tutti i giorni, quest'oggi, domani, tutto l'anno, questo mese, l’altro mese e un altro anno fino alla fine della vita. Adempiere tutte le pratiche, secondo il nostro stato, che prevede la meditazione, la visita al SS. Sacramento, il rosario. Pregare tutta la vita, non lasciare giorno senza preghiera, perché quel giorno è un giorno perduto, se non si è pregato nel corso della giornata, specialmente al mattino e si conchiude poi con amarezza alla sera. « Et non deficere », cioè mai lasciare la preghiera. Quando il diavolo vuol vincere un'anima la disarma, cioè le toglie l'aiuto di Dio, tentandola a non pregare. Allora questa persona è debole e dinanzi alle tentazioni cade. Quindi è necessario pregare sempre e mai tralasciare. E questo pregare sempre, senza mai tralasciare, va interpretato come ho detto. Tutti i giorni pregare quanto è sufficiente, senza logicamente tralasciare le occupazioni ordinarie. Ma si può aggiungere anche un'altra osservazione: se si trasforma la vita in preghiera, tutto quel che si fa diventa un'orazione e allora, materialmente anche si può dire, quella persona prega in continuità. Tiene il suo cuore unito a Dio; lungo il giorno dice delle giaculatorie, fa anche qualche comunione spirituale, o ricorda di nuovo il pensiero della meditazione del mattino, eccetera. Ecco che la sua giornata è così una continua orazione vitale. La preghiera nostra vale? Certamente. « Tutto quello che chiederete al Padre mio, dice Gesù, ve lo darò » (Mt 21,22). Poi abbiamo l'intercessione delle Vergine Santissima che unisce le sue preghiere alle nostre, e abbiamo l'intercessione dei nostri protettori, quelli di cui si porta il nome, o quelli che sono i protettori della Parrocchia, dell'associazione in cui uno si trova. La preghiera è esaudita, ma ci vogliono tre condizioni perché non qualunque preghiera è ascoltata dal Signore, ma la preghiera fatta bene. Per primo ci vuole la fede. Bisogna proprio credere che la preghiera è sentita da Dio, perché il Padre Celeste si piega ad ascoltare la preghiera

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di colui che si umilia e domanda con fiducia. Nel salmo si dice al Signore: « Signore, metti il tuo orecchio vicino alla mia bocca, per sentirmi » (Sal 16,6), come quando una mamma mette l'orecchio vicino alla bocca del bambinetto per capirlo. Il Signore richiede la fede, cioè di credere che egli è misericordioso, che è potente, che noi possiamo sempre domandare le grazie per i meriti di Gesù Cristo, anche se dobbiamo riconoscere la nostra cattiveria, ma ci sono i meriti di Gesù Cristo. Gesù è buono e viene ascoltato dal Padre Celeste. Ci sono anche i meriti di Maria e Maria prega con noi. Bisogna credere che la preghiera non cade mai nel nulla se è fatta con fede. Però non inganniamoci e cioè non crediamo che il Signore ci dia proprio quello che noi chiediamo in particolare. Credere che il Signore ci ascolta sempre, ma o ci dà quello che chiediamo o ci dà di meglio. Egli ci ascolta come un padre sapiente, come un padre che ama. Se un padre ama il suo bambino e se questo gli chiedesse il rasoio che egli usa per radersi la barba, oppure una cosa che gli scoppierebbe in mano, il padre non ascolta il bambino; invece di dargli quello che gli farebbe male, gli darà invece un giocattolo, per esempio. Ho pregato per la guarigione del papà e non è guarito, è passato invece all'eternità! Noi preghiamo per i malati, ma se il Signore ci ascoltasse sempre, chi andrebbe in paradiso? Bisogna che a un certo punto si vada in paradiso, è la sua volontà. Il Signore ci concederà allora che il malato muoia bene e che quindi vada presto in paradiso. Mica si pensa che la vita eterna sia su questa terra- la vita eterna è di là. Quindi il Signore ci ascolta sempre e se non ci dà quello che chiediamo ci dà di meglio, anche perché, alle volte, domandiamo cose che non sono utili per la nostra salvezza eterna. Anche quando si domanda una grazia spirituale crediamo che sia proprio quella che ci occorra, invece tante volte non lo è. Se uno è orgoglioso, nella vita si rovinerebbe, e allora il Signore permette molte umiliazioni affinché arrivi all'umiltà, perché quando avrà l'umiltà

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procederà meglio e si santificherà assai di più. In sostanza, anche nelle virtù, il Signore darà quelle che vede più necessarie per noi. Abbandonarci nelle braccia di Dio. Pregare e poi rimettersi a lui soprattutto con la recita del "Padre nostro" che è la preghiera di fiducia, in cui si domandano grazie generali e in cui sono comprese tutte le altre grazie particolari; pregare con la "Salve Regina", che è la preghiera di chi si sente in necessità: « Rivolgi a noi i tuoi occhi misericordiosi ». Vi è anche la preghiera quasi dei disperati: « Ricordatevi, o piissima Vergine, che non si è mai udito al mondo che qualcuno sia ricorso a Voi, abbia chiesto il vostro aiuto e sia stato abbandonato. Anch'io mi sento in tante necessità e quindi animato da tale fiducia vengo a voi. Sebbene coperto di peccati, tuttavia so che voi siete la Madre delle misericordie e specialmente avete pietà dei figlioli che sono più malati ». Come una mamma che ha diversi figlioli volge le sue premure verso quello malato perché gli altri stanno bene, così Maria. Aver grande fiducia nel Signore, non dobbiamo mai dubitare; chi dubita non riceve. « Postulet autem in fide », la Scrittura ci invita a domandare sempre con fede (Giac 1,6), perché chi non ha fede non è degno di ricevere, non può ricevere. Ci vuole questa condizione. Altre condizioni della preghiera sono l'umiltà e la perseveranza, ma adesso è già trascorso il tempo e non voglio stancarvi. Meditazioni per consacrate secolari 29. Valore della preghiera

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VALORE DELLA PREGHIERA

Ieri abbiamo considerato come vi siano tre specie di preghiera. La preghiera mentale, « Elevatio mentis in Deum », che si può fare ovunque. Vedendo un bell'orizzonte, davanti all'altezza dei monti imponenti, davanti al mare sconfinato, la mente va alla grandezza e immensità di Dio. Preghiera mentale quindi, particolarmente la meditazione. C'è poi la preghiera vocale, quella che avete fatto adesso recitando le orazioni, cantando gli inni di lode al Signore, alla Vergine Santissima. C'è inoltre la preghiera vitale quando noi operiamo bene, e cioè quando facciamo cose buone, in stato di grazia, con retta intenzione e con un'intenzione di ottenere qualche grazia particolare sia per noi, sia per il prossimo. Quindi preghiera mentale, preghiera orale, preghiera vitale. La preghiera ha poi tre valori. Abbiamo considerato il valore meritorio che è sempre di chi prega e serve appunto per il premio eterno; il valore impetratorio per impetrare, domandare le grazie; e il valore soddisfattorio per soddisfare e riparare i peccati sia nostri che altrui, sia di persone viventi che di persone defunte. Adesso dobbiamo considerare quello di cui ieri non abbiamo parlato per mancanza di tempo. Vale pregare? Perché? Perché il Signore ce lo comanda, quindi eseguiamo un comando di Dio. Chi non prega mai, trasgredisce tale comando, pecca e porta con sé le conseguenze, poiché chi prega si salva, chi prega molto si fa santo e chi non prega si perde. Abbiamo soprattutto da pensare all'eternità, alla nostra anima. Il Signore poi quando sa nella sua

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sapienza che una cosa è proprio necessaria a noi, ce la comanda ripetutamente. Quando a un papà o a una mamma sta a cuore che la propria figlia faccia questo o quello, essi lo dicono, lo ripetono, lo richiamano tante volte. Ora nella Scrittura si parla oltre cinquecento volte della preghiera. Ma quando il Padre Celeste ci ripete per circa cinquecento volte di pregare e di pregare bene, di non tralasciare mai la preghiera perché chi prega viene ascoltato, quando il Signore ce lo dice cinquecento volte, dobbiamo essere così duri di orecchie, così insensibili? Si tratterà di una cosa di consiglio o di una cosa di precetto? La Scrittura non dice la quantità delle preghiere da farsi, ma dice in sostanza di pregare quanto ci è necessario. Se commettiamo ancora quel difetto, se cadiamo ancora in quel peccato, se ci troviamo così in difficoltà a praticare questa virtù o quell'altra, se non arriviamo cioè a fare quello che il Signore vuole da noi, è segno che ci manca ancora un po' di preghiera. Diciamo spesso di aver pregato, ma vi sono cose che bisogna non solo chiedere sempre, ma bisogna in certi tempi aumentare la preghiera; e per certe grazie, per vincerci su certi punti, quando abbiamo da prendere decisioni importanti, è necessaria maggior preghiera. A Torino vi è la casa del Cottolengo, di san Benedetto Giuseppe Cottolengo. Vi sono migliaia e migliaia di ricoverati infermi, vecchi e bambini. La preghiera che si dice sempre là è: « Fateci santi ». Al mattino 50 volte, al mezzodì 50 volte, alla sera 50 volte. Intanto ho letto nella storia di quella casa, con tante migliaia di persone ricoverate di ogni sorta, spesso i più miserabili moralmente, e anche ebrei, protestanti (perché la carità non fa distinzioni anzi, si preferiscono specialmente i più abbandonati) che nessuno è morto senza sacramenti. Sono passati già milioni di persone in quella casa e di lì sono andati all'eternità beata, nonostante che prima fossero così ostinati. Non solo i non praticanti, ma anche gli increduli, si sono riconciliati con Dio prima di passare all'eternità. Sempre si deve insistere. Vi sono persone che dicono

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che quella grazia sarebbe troppo grande per loro e non la chiedono neppure, ma sbagliano. Non hanno l'audacia, la temerarietà di chiedere la santità perché si sentono cattivi, distanti dalla santità. E un errore, bisogna chiedere sempre grazie grandi, ma è necessaria la fede; chiedere quello che desideriamo e se proprio non viene concessa a noi quella grazia in particolare, ne verrà concessa un'altra che, come ho detto ieri, equivale o supera la prima. Il Signore ci ascolta più di quanto noi chiediamo, egli supera le nostre stesse richieste. Gesù ha detto: « Qualunque cosa chiederete al Padre mio ve la darà » (Mt 21,22). Lo ha ripetuto, "qualunque cosa", cioè tutto; o ci dà quella grazia o ci dà una grazia maggiore o equivalente. Qualunque cosa? E allora anche le grazie temporali? Sì, anche le grazie temporali possiamo chiedere, perché se non sono utili per la nostra salvezza il Signore ci esaudisce cambiandole con grazie spirituali. Quando Gesù ha detto quelle parole, le persone che ascoltavano erano gli Apostoli- ma insieme c'erano i farisei, gente che teneva anche vita cattiva, pagani. Eppure ha rivolto a tutti le stesse parole. Non portiamo la scusa di non essere santi e che il Signore ascolta solo le anime belle. Gesù non ha fatto una distinzione giansenista. Qualunque cosa e chiunque chiede senza distinzione, otterrà. Perciò non ci fermino i peccati, non ci fermi la nostra indegnità; fidiamoci della bontà di Dio, il quale è infinitamente misericordioso. Lo crediamo così piccolo il Signore? Che non possa ascoltarci, non possa farci quella grazia che desideriamo? Ci viene da ricordare quello che è scritto nel salmo: « Credi tu che il Signore non veda, Lui che ha creato l'occhio? Credi tu che il Signore non senta, Lui che ha creato l'orecchio?». Certuni credono di non essere visti da nessuno perché sono soli e credono di poter fare quello che vogliono. Ma non c'è un Dio che sente e non c'è un occhio che tutto vede? Sempre dobbiamo fidarci di Dio il quale ha un gran cuore. Se tuo padre e tua madre ti vogliono bene e se possono darti qualche cosa che desideri e chiedi,

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loro non te la daranno? Ha detto Gesù: « Se a voi padri un figlio chiede un pane, gli darete una pietra? Se vi chiede un pesce gli darete una serpe? ». E conchiude: « Se voi che pur non siete buoni, sapete dare cose buone ai figli, quanto più il Padre celeste ne darà a voi » (Mt 7,9-11). Bisogna però fare una distinzione: è un po' diverso pregare per noi o pregare per gli altri. Per noi il Signore esaudisce sempre o con quella grazia che chiediamo o con un'altra. Ma se chiediamo, per esempio, la conversione di un peccatore, non è così sicuro che si ottenga la conversione, perché il Signore dà la grazia, ma l'altro potrebbe ostinarsi a rifiutarla. Invece se chiediamo per noi la conversione, la santità, a noi la concede. Chiedere quindi per tutti. Allora le preghiere fatte per gli altri cadono per terra come un acqua che viene sprecata? No, non cade nulla per terra, ma sempre il Signore dà un esaudimento, quello che egli nella sua sapienza, nel suo amore, giudica meglio per quell'anima lì o per quell'altra anima, per quell’ anima o per te. Bisogna che però, come ho detto ieri, portiamo tre condizioni nella preghiera. Prima condizione è la fede, cioè credere, perché Gesù ha detto che qualunque cosa domandiamo, se crediamo, ci sarà data. « Se uno prega e dicesse a un monte: sollevati e gettati in mare, e non esiterà in cuor suo, ma crederà che quanto dice avvenga gli avverrà» (Mc 11,23). Gesù quando faceva i miracoli prima domandava Hai fede? Credi che io possa fare questo? così risvegliava la fede e colui che chiedeva rispondeva: Sì Signore, credo. È la fede che salva, è la fede che fa i miracoli. Il miracolo può farlo anche uno che non sia santo, ma se c'è la fede, avviene. Bisogna che portiamo in noi sempre questa fede. C'è quel bellissimo libro tradotto in italiano dallo spagnolo, dove si mette bene in mostra quello che la Scrittura dice riguardo ad Abramo. Abramo era ormai vecchio e aveva un solo figlio. Il Signore gli aveva detto che nel suo seme, cioè nella sua discendenza ci sarebbero state persone più numerose delle stelle dei cielo.

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Egli aveva invece solo un figlio Un giorno il Signore gli chiede una prova molto dura. Aveva solo un figlio e lui era vecchio; il Signore gli aveva promesso che la sua discendenza sarebbe stata più numerosa delle stelle del cielo. Tuttavia gli chiede di portare questo figlio sul monte e di sacrificarlo a Lui. Sembravano in contraddizione le parole del Signore: da una parte la promessa di una figliolanza così numerosa e invece dall'altra parte c'era solo questo figlio senza la speranza di altri. A noi non sarebbe venuto il dubbio? Il Signore si contraddice forse? Ma Abramo obbedì, persuaso che il Signore avrebbe mantenuto la promessa di donargli una discendenza più numerosa delle stelle. In quei giorni il suo spirito fu profondamente tormentato, ma intanto obbediente preparò il figlio a partire, preparò l'asino a portare la legna, si armò di coltello e salì sul monte indicato da Dio. Là mise le pietre e sopra di esse la legna; poi vi legò il suo unico figlio e alzò il coltello per immolarlo; ma il Signore fermò la sua mano. E Abramo ebbe discendenza più numerosa che le stelle del cielo. Ma ci vuol fede; alle volte per praticare la fede bisogna sudare, non è una parola vuota. Qualche volta fa venire le lacrime, ci troviamo in circostanze che sembrano insolubili e molte preghiere non sono esaudite perché manca la fede. Occorre ostinarsi a credere alla bontà e alla potenza di Dio, sì. La seconda condizione è l'umiltà nel pregare. « Due uomini salirono al Tempio per pregare; uno era fariseo e l'altro pubblicano. Il fariseo, ritto in piedi, così pregava dentro di sé: o Dio, ti ringrazio, perché non sono come tutti gli altri uomini, rapaci, ingiusti, adulteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte la settimana e pago le decime di tutte quante le mie rendite » (Lc 18,10-13). Una preghiera più orgogliosa di così non ci può essere. Vi sono persone che quando si confessano vogliono mostrare più le virtù e i doni che non i bisogni e l'accusa delle proprie debolezze. « Il pubblicano invece se ne stava

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distante e non ardiva neppure di alzare gli occhi al cielo; ma si percuoteva il petto, dicendo: O Dio, sii propizio verso di me che sono un peccatore » (Lc 18,13). Il fariseo ritornò a casa più peccatore di prima e pieno di orgoglio, mentre il pubblicano ritornò a casa giustificato, cioè santificato. Aveva ottenuto il perdono, la sua domanda era stata esaudita. Allora bisogna che noi ci umiliamo. La preghiera dell'umile parte dal cuore, s'eleva fino al tribunale di Dio fino al seggio della SS. Trinità, e ne discende benedetta e ascoltata. Invece il superbo sarà umiliato e privato dei doni di Dio. Quanti perdono le grazie a causa dell'orgoglio che hanno in sé! E siccome ostentano una certa pietà, credono di poter disprezzare tutti gli altri. Si ritengono diversi dagli altri, superiori, perché fanno un'opera buona o una preghiera. Di superbi ce ne sono assai più di quanto si creda. Invece l'umile riconosce di essere indegno della grazia di Dio, di non meritarla, di non saper quasi neppure come chiedere, come pregare. Espone serenamente i suoi bisogni al Signore e chiede di aver pietà di lui «Signore, non son degno che voi entriate nella mia casa, ma dite soltanto una parola e l'anima mia sarà salva »- allora il Signore piega il suo capo, ci guarda con amore e ci esaudisce. « Se non diventate come i fanciulli, diceva Gesù agli Apostoli, non entrerete nel regno dei cieli » (Mt 18,3), cioè non riceverete le grazie. Gesù stava allora correggendo gli Apostoli perché si erano un po' inorgogliti. Umiliarsi ricordando le nostre mancanze, umiliarsi ricordando le nostre debolezze, e ricordando che senza il Signore noi non possiamo fare niente. Ricorrere al Signore sapendo che non abbiamo nessuna possibilità, nessuna virtù senza l'aiuto di Dio. I bimbi che pregano con fede e con umiltà, quante volte sono esauditi! E qualche volta quando vi è un pericolo grave in una famiglia, una disgrazia, perché c'è un temporale, perché c'è il papà ammalato, le mamme che hanno un po' di fede fanno pregare i bambini. La

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Scrittura dice, in un punto, che la preghiera fu ascoltata perché tra coloro che pregavano c'erano di quelli che non sapevano distinguere la destra dalla sinistra, cioè c'erano bambini, che sono umili. A uno che chiede l'elemosina con tono superbo è difficile disporsi a farla. Se uno chiedesse del denaro non per necessità e con la forza, non ci verrebbe la disposizione propizia per ascoltarlo. La terza condizione è la perseveranza nella preghiera. Nel Vangelo ci è indicata. « Se uno di voi ha un amico che, a mezzanotte, va da lui e gli dice: "Amico, prestami tre pani, perché mi è arrivato un amico da un viaggio e non ho cosa offrirgli da mangiare"; e se l'altro di dentro, gli risponda dicendo: "Non mi dar noia, la porta è già chiusa, i ragazzi sono a letto con me e non posso alzarmi a darteli": io vi assicuro che se anche non si volesse alzare a darglieli perché amico, almeno per la sua importunità, si alzerà e gliene darà quanti ne ha bisogno » (Lc 11,5-8). Così insistete presso il Signore, insistete e domandate "usque ad importunitatem", fino all'importunità. Se vogliamo una grazia, cerchiamo di metterci fede e ostiniamoci a domandare umilmente. Quante volte il Signore tarda a esaudirci perché vuole esercitarci nella fede e nell'umiltà! Ma chi chiede sempre e tutti i giorni, ottiene; e se si chiede oggi si hanno le grazie per oggi, e se si chiede domani si hanno le grazie per domani; e quando ci troveremo nella difficoltà maggiore, se avremo sempre pregato, vinceremo la difficoltà, saremo esauditi. Leggiamo ancora nella Scrittura che vi era una vedova, alla quale avevano fatto dei grandi torti. Andò dal giudice affinché le facesse valere le sue ragioni per avere quanto le aspettava; ma il giudice non le dava ascolto e la rimandava sempre a mani vuote. Ma quella continuava a tornare, a insistere. Quel giudice finalmente conchiuse così: io non ho rispetto né per Dio né per gli uomini; mi prega per Dio e io non ho rispetto per Dio; mi prega perché ha tanto bisogno, ma io non rispetto neanche gli uomini. Tuttavia per togliermi questa seccatura bisogna che

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l'accontenti. La esaudì, le diede quello che chiedeva e le fece giustizia. Voi continuate dunque a pregare perché a chi bussa sarà aperto, a chi domanda sarà dato; e chi chiede ottiene. Sempre pregare; il lavoro principale è questo, il lavoro interiore, il lavoro che riguarda la pietà. Al Cottolengo, come vi ho detto, non ci sono risorse, anzi prendono gli ammalati che sono abbandonati, che non hanno nessun aiuto. Quando viveva il Cottolengo, se arrivava a lui qualche raccomandazione da qualche signore per qualcuno ridotto in uno stato pietoso, rispondeva: « E allora, voi che siete un signore, dategli ciò di cui ha bisogno ». E se l'altro era disposto a pagare una quota il Cottolengo rispondeva che lì non si pagavano quote perché c'era la provvidenza. La preghiera è la più importante occupazione della casa del Cottolengo, è il più importante lavoro che si fa in quella casa. I più sono a letto, altri sono alzati, ma in condizioni di non poter fare alcun lavoro; però il più importante lavoro, la più importante occupazione di quella casa è la preghiera. Il Signore è intervenuto con innumerevoli miracoli. Abbiamo fede, umiltà e soprattutto perseveranza. Alcuni pregano due, tre giorni, pregano una settimana, dopo aver fatto gli esercizi stanno buoni un mese, poi di nuovo lasciano la preghiera. Come si può perseverare così nella buona via, come si possono osservare i propositi fatti? Ostinatevi a pregare, perché chi persevera nella preghiera ha una continuità di grazia, una continuità di luce, di forza e di conforto che dal cielo cade sull'anima. Non sempre succede tutto come si vorrebbe, ma succede questo, che è il fine dell'uomo: la salvezza eterna, il premio eterno, la felicità eterna. Vi salverete sicuramente. Chi prega si salva e chi prega molto si fa santo. Meditazioni per consacrate secolari 30. Il fine

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IL FINE

Il mio saluto sacerdotale a tutti e a tutte: il Signore sia sempre con voi. Lo diciamo ripetutamente nella Messa: Dominus vobiscum. E i presenti alla Messa rispondono: Et cum spiritu tuo. Avete reso un ossequio graditissimo al Signore usando un po' del vostro periodo di ferie per irrobustire lo spirito. E un riposo questo che serve particolarmente all'anima. « Venite in desertum locum et requiescite pusillum »: Venite in un luogo solitario per riposarvi un po' nel Signore (Mc 6,31). Anche san Giovanni evangelista nell'ultima cena posò il suo capo sopra il petto adorabile del Salvatore Gesù e dal suo cuore attinse quello spirito, quella carità che informò tutta la sua predicazione e la sua vita. Riposare un po' sul cuore amabilissimo di Gesù in questo breve spazio di esercizi, approfittando al massimo della grazia. Siete venute a portare le vostre belle anime a Gesù, siete venute tutte per abbellirle maggiormente, renderle più sante e, d'altra parte, prendere vigore per l'apostolato che già esercitate a frutto di tante anime. Vi ha condotto qui lo spirito di fede, e adesso abbiate fede che il Signore vi vuole parlare, ascoltatelo; abbiate fede che il Signore vuole aggiungere grazia a grazia, cioè alla vostra santità attuale aggiungere altra santità, altre virtù, vuole aggiungere altre grazie per il cammino della vita fino a che arriveremo alla conclusione. E allora pensiamo ora a qualche cosa che ci orienti. Servono benissimo le parole che dice Gesù di se stesso: « Exivi a Padre, veni in mundum, relinquo mundum »: sono uscito dal Padre, sono nel mondo, fra poco lascio il

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mondo (Gv 16,28). Ognuno di noi può dire lo stesso: sono uscito dalle mani di Dio creatore; sono qui nel mondo, mi trovo su questa terra per poco tempo; poi lascio il mondo e ritorno a Dio. Ecco i tre punti: creati da Dio, in cammino per l'eternità, l’arrivo al cielo. Siamo usciti dalle mani di Dio: ci ha creati il Signore, e noi lo ringraziamo ogni giorno: « Vi adoro mio Dio, vi ringrazio di avermi creato ». Non c'eravamo, il mondo poteva fare benissimo senza di noi, Dio non aveva bisogno di noi, ma nella sua infinita bontà ci amò sin dall'eternità. Oh! Dio di carità. E allora siamo stati tratti dal nulla, la nostra anima fu unita al corpo ed eccoci nell'esistenza. Il Signore, creandoci, ebbe un fine e cioè egli ci volle partecipi della sua beatitudine. Egli che è beatissimo, per tutta l'eternità vuole dare la sua felicità, comunicarla in qualche maniera a delle creature. Ecco perché creò gli angeli che egli fece dal nulla; ecco perché creò noi che esistiamo e attualmente siamo qui. Questo Dio creatore posa in questo momento il suo sguardo compiacente sopra di noi. Quando vi ha create, questo Dio vi ha fornito di doni, vi ha dato l'intelligenza. Ringraziamolo! Tante persone sono nate folli, oppure hanno perso con gli anni l'uso della ragione. Il Signore vi ha dato una volontà che vuole il bene, che desidera il bene; mentre disgraziatamente tante persone usano male della volontà, più per il peccato che per il Paradiso. Il Signore vi ha dato la salute, vi ha dato un cuore fatto per amare e per amare Lui; ci ha dato tutto quello che abbiamo. Quando noi facciamo o diamo qualche cosa al Signore, gli restituiamo quello che ci ha dato, anche se gli diamo un fiore, se procuriamo un fiore al tabernacolo, il fiore è suo. Egli si diletta però, di riceverlo dalle nostre mani come un ossequio. Così noi tutto ciò che abbiamo, mettiamolo al servizio di Dio. Questo vuol dire che ciò che ci ha dato lo restituiamo, lo offriamo a Lui. Il Signore, creandoci, e creando ogni anima, ha segnato una via sulla terra. Tutti sono chiamati al Paradiso, tutti

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hanno la vocazione al cielo. Però se tutti hanno la vocazione comune al Paradiso, non tutti hanno la stessa via da percorrere sulla terra. Quando il Signore sceglie per un'anima una via più bella, allora si dice che ha dato a quest' anima una vocazione. Vocazione vuol dire, oltre che la chiamata al Paradiso, anche la chiamata per una via più bella, per arrivare a un Paradiso più bello. Ecco la vostra via segnata, ecco il fine. Con una vocazione più bella, avete da percorrere una strada più santa per arrivare a un posto più elevato in cielo: « Mansiones multae sunt »: lassù vi sono tanti posti (Gv 14,2). Gesù li ha preparati e ne ha preparato uno per ciascuno di noi. Ha dato la vocazione alla consacrazione a Dio, la vocazione all'apostolato. Ecco, sono uscito dalle mani di Dio. Secondo: « Veni in mundum »: stiamo nel mondo. Che cosa dobbiamo fare in questo mondo? Perché ci ha mandato? Il Signore ci ha mandato a fare qualche cosa e, se la facciamo bene, avremo il premio eterno, la vita eterna. A ognuno in particolare ha destinato qualche cosa da fare. Ogni persona ha una propria storia. Vi è chi ha scritto 1' autobiografia; per esempio santa Teresina ha scritto la "Storia di un'anima". Però vi sono cose generali per tutti da fare su questa terra, perché possiamo arrivare al premio, poiché il Signore ci aspetta per giudicarci. Vi è qualche cosa che tutti devono fare. Qui sulla terra siamo in prova. Il Signore, creando gli angeli, li ha messi alla prova e tanti sono rimasti fedeli con a capo l'Arcangelo san Michele; tanti invece sono stati infedeli, si sono ribellati e sono caduti nell'inferno. Non hanno superato la prova. Non sappiamo precisamente quale sia stata la loro prova, ma certo è stata una prova. Così noi siamo messi allo prova. Quale prova? Una triplice prova: prova di fede, prova di fedeltà, prova di amore. Prova di fede: chi crede sarà salvo. Vi è chi ha fede e vi è chi non l'ha. Coloro che non hanno fede resistono alla voce di Dio, alla predicazione, alla Chiesa, e vanno a degli

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eccessi che sembrerebbero impossibili per un uomo ragionevole; negano Dio come se l'uomo fosse solo materia e non avesse avuto un'origine divina. « Andate e predicate, chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, chi non crederà sarà condannato » (Mc 16,15-16). Bisogna distinguersi subito: vogliamo essere tra il numero dei salvi? In primo luogo la fede. Vivere secondo la fede. Chi nega la fede, nega anche il Paradiso; e allora come potrà desiderarlo? L'esistenza del Paradiso è un articolo di fede. Il Paradiso è promesso da Dio a chi vive secondo la fede e a chi ha accettato la dottrina e il messaggio della salvezza che ha dato Gesù Cristo al mondo. Bisogna anche aggiungere che nella misura della fede, sarà la misura della gloria nostra in eterno. La seconda prova che il Signore ha dato agli uomini è l'osservanza dei comandamenti. « Che cosa devo fare per salvarmi? », domandava il giovane ricco a Gesù; e Gesù rispose: « Osserva i comandamenti ». Credere sì, ma insieme osservare i comandamenti. Quali? Gesù 1i ricordò al giovane: « Onora il padre e la madre, non uccidere, non rubare » eccetera. Sono i dieci comandamenti di Dio. Allora l'esame di coscienza di questi giorni è sui comandamenti, ma preceduto dall'esame sulla fede. La terza prova è una prova di amore. Cos'è la prova di amore? La parte negativa consiste nel non peccare, nel non offendere Dio. Non può amarlo chi commette il peccato. Prova di amore, e cioè chi vive in grazia, unito a Lui. Togliere il peccato e mettere nel cuore la grazia, che è la vita soprannaturale in noi, la vita divina in noi. Chi vive in grazia, non ha il peccato grave, anzi per il battesimo, per la comunione e per tutte le altre buone opere, acquista meriti, aumenta la sua grazia, la sua vita spirituale, poiché la grazia può essere in noi in vari gradi. Il bambino ha un primo dono di grazia. Ma consideriamo un po' san Domenico, di cui celebriamo la festa oggi, ricordiamo un po' sant'Alfonso, di cui abbiamo celebrato la festa ieri. Sant' Alfonso! Quante fatiche, quante predicazioni, quanto ha

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scritto per le anime fino a 90 anni! La grazia che aveva da bambino come deve essere aumentata in tanti anni di fatiche, di lavoro, di penitenze, di preghiere! Quindi più abbiamo grazia e più eminente sarà il nostro posto in Paradiso. Non è lo stesso fare una comunione di più o fare una comunione di meno; non è lo stesso dire semplicemente le orazioni del mattino, oppure partecipare alla Messa; non è lo stesso ridursi alle pratiche essenziali, oppure abbondare in orazioni; non è lo stesso fare un po' di bene, o spendere tutta la vita per il bene; fare. qualche cosa, o spendere tutta la giornata in bene. Non è la stessa cosa. Noi possiamo aumentare la grazia. Oh! il tempo com'è prezioso per chi vuole arricchirsi per l'eternità! Che dono è il tempo! Quindi triplice prova, che è poi una prova sola: fede; osservanza dei comandamenti, ossia fedeltà; grazia di Dio, ossia amore. Chi subisce e supera questa triplice prova ha il paradiso eterno. Gesù stesso ha voluto subire una prova, ha voluto essere tentato e ha avuto una triplice tentazione. Il demonio gli propose di fare il prodigio, cioè di cambiare le pietre in pane; poi gli propose un atto di superstizione; e alla fine gli propose niente meno che di adorarlo, dicendo che gli avrebbe dato tutti i beni della terra. Il diavolo è astuto, tenta tutti e chi lo ascolta va sulla strada non buona, per quella via che è larga, ma che finisce alla perdizione; chi, invece, vince, passa per la strada del sacrificio. Ad esempio, il sacrificio che fate in questi giorni: invece di andare ai monti e al mare, siete qui ad ascoltare la parola di Dio e ad aumentare la vostra grazia. Chi subisce bene e supera la prova, ecco, la strada è stretta, ma dove mette capo, dove ci conduce? Alla città celeste, alla celeste Gerusalemme. Tanti ci hanno già preceduti lassù. E dei 12 Apostoli, 11 sono lassù, uno si è perduto. Quindi tutti possono essere deboli, tutti possono essere tentati; chi subisce e supera la prova, ecco avrà il premio. Adesso dobbiamo ancora aggiungere che, siccome il

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Signore ha dato a ciascuno una vocazione, e a voi l'ha data, occorre corrispondere a questa vocazione, cioè fare quel bene che il Signore aspetta da noi- poiché alla fine della vita chi ha una vocazione può presentare, se ha seguito bene la sua vocazione, anche il bene fatto agli altri anche il bene che gli altri hanno fatto. Così che se fate dei bene agli altri, cioè se esercitate l'apostolato, oltre che presentare le vostre opere buone, la fede, l’osservanza dei comandamenti, lo stato di grazia, cioè la vita spirituale in voi, presentate ancora il bene fatto dagli altri per vostra opera, per il vostro apostolato. Persone che traducono tutta la loro vita in apostolato o di preghiera, o di dedizione, o di sofferenza, o di parola, o di beneficenza, o di opere caritative e sociali, eccetera. Il bene che si fa agli altri lo godremo anche noi, perché lo abbiamo noi meritato, l’abbiamo noi ottenuto per mezzo della nostra fatica, per mezzo del nostro apostolato e il Signore ci premierà. Questa è carità: far del bene. « Qualunque cosa avrete fatto anche al minimo dei miei fratelli, lo ritengo fatto a me » (Mt 25,40), dirà Gesù al giudizio universale--« Venite dunque, o benedetti, nel regno del Padre mio » (Mt 25,34). Ora, come conclusione, affacciamoci un momento col nostro spirito all'eternità; per un momento, diciamo così, chiudiamo gli occhi a questo mondo e con l'occhio della fede guardiamo al di là della tomba. Fra non molti anni la vostra salma riposerà nel cimitero, ma al di là del cimitero che cosa c'è? Al di là ci sono tre posti o tre stati. Vi è il Paradiso. Contempliamo lassù il numero immenso di anime che hanno superato la prova di fede, di fedeltà e di amore: martiri, apostoli, vergini, confessori, santi tutti bambini, persone anziane di tutte le parti e nazioni. Un momento uno sguardo al purgatorio, dove quelle anime con l'espiazione si preparano al cielo. Sono salve, ma devono ancora pagare gli ultimi debiti con Dio. Approfittiamo del tempo; usciamo dagli esercizi con l'indulgenza plenaria e con ogni debito con Dio saldato. Terzo, uno sguardo agli infelici perduti nell'inferno.

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Il nostro sguardo non può resistere allo spettacolo di sofferenze. « Sono bruciato da questa fiamma », diceva il ricco epulone. Amiamo ritirare il nostro sguardo da questa realtà, ma pure san Bernardo diceva che qualche volta conviene che discendiamo, mentre siamo vivi, col nostro pensiero nell'inferno per non cadervi dopo la vita presente; e il timore santo di Dio ci tenga sempre lontano dal peccato. Che cosa sarà di noi? Quale avremo dei tre posti, dopo che l'anima nostra sarà uscita dal corpo e lo avrà lasciato freddo e senza-vita? Il Signore ci ha raccontato la parabola dei talenti. « Un uomo, stando per fare un lungo viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno dette cinque talenti, all'altro due, e a un altro uno solo, a ciascuno secondo la sua capacità, e partì. Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti, se ne andò a negoziarli e ne guadagnò altri cinque. Come pure quello che aveva ricevuto i due talenti, ne guadagnò altri due. Ma colui che ne aveva ricevuto uno solo andò a fare una buca nella terra e vi nascose il denaro del suo padrone. Ora, dopo molto tempo, ritornò il padrone di quei servi e li chiamò a render conto. Venuto dunque colui che aveva ricevuto cinque talenti, ne presentò altri cinque, dicendo: Signore tu mi desti cinque talenti, ecco, io ne ho guadagnati atri cinque. E il padrone gli disse: Bene, servo buono e fedele, tu sei stato fedele nel poco, io ti darò autorità su molto: entra nella gioia del tuo signore. Si presentò poi l'altro, che aveva ricevuto due talenti, e disse: Signore, tu mi desti due talenti; ecco, io ne ho guadagnati altri due. Il suo padrone gli disse: Bene, servo buono e fedele, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; entra nella gioia del tuo signore. Presentatosi infine quello che aveva ricevuto un talento solo: Signore, disse, so che tu sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra; ecco, quello che ti appartiene. Il suo

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padrone gli rispose: Servo malvagio e infingardo, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e che raccolgo dove non ho sparso, tu dovevi dunque mettere il mio denaro in mano ai banchieri e, al ritorno, io avrei ritirato il mio con l'interesse. Toglietegli perciò il talento e datelo a colui che ne ha dieci. Poiché a chi ha sarà dato, e sovrabbonderà; ma a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha » (Mt 24,14-29). Avanti con coraggio: vita eterna. E l'ultimo articolo del Credo, mentre il primo è: io credo in Dio Padre creatore. Usciti dalle mani di Dio, siamo sulla terra nella prova. Presto lasceremo questo mondo, ritorneremo a Dio. Chi ha cinque talenti, ne guadagni altri cinque, cioè chi ha molta salute, molta intelligenza, molti doni, molte grazie; e chi ne ha due, ne guadagni altri due, trafficando con amore quello che ha. E poi a tutti il Paradiso. Non è molto distante il Paradiso, ci avvciniamo ad esso giorno per giorno. Ogni giorno stacchiamo un foglio dal calendario, vuol dire che c'è un giorno di meno da vivere. Ci avviciniamo, nessuno perda tempo, riposeremo in Paradiso, perché il Paradiso è il riposo e il gaudio eterno, così come noi diciamo per i defunti: « L'eterno riposo dona loro, Signore, e splenda ad essi la luce perpetua », la luce che rende le anime felici. Avanti, nessuno si scoraggi, questi santi giorni possono segnare una risurrezione non solo, ma possono indicare anche una ripresa di fervore, un cammino più deciso verso il cielo. Per questo uniamo tutte le preghiere insieme, perché tutti possiamo uscire da questi giorni più infervorati. Meditazioni per consacrate secolari 31 Istruzioni sullo statuto

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ISTRUZIONE SULLO STATUTO

Fra le opere di apostolato che potete introdurre, forse, se vi trovate in una posizione conveniente, vi è la Messa dialogata. Qualche volta è chiamata Messa liturgica, ma la Messa è sempre liturgica, sia cantata, sia letta, sia per i vivi, sia per i defunti. Il nome proprio è Messa dialogata e, quanto più si entra nello spirito della Messa medesima, tanto più il merito nostro è grande, perché c'è una partecipazione più viva, più diretta al sacrificio che si compie sull'altare. Quando si va a Messa, pensare che Maria è andata al calvario accompagnando Gesù che portava la croce e, allora, accompagnamoci anche noi con le pie donne e con Maria, accompagniamoci con Gesù che porta la croce e poi assistiamo alla sua crocifissione, alla sua agonia, alla sua morte. Così ci raccogliamo meglio. Oggi parliamo dello Statuto o regolamento generale dell’istituto san Gabriele Arcangelo e Maria SS. Annunziata. Che cos'è lo Statuto? Uno Statuto è un complesso di norme generali per vivere secondo quello che è il pensiero della Chiesa circa gli Istituti Secolari, secondo cioè quanto il Papa Pio XII aveva dichiarato e detto nella « Provida Mater Ecclesia ». Lo Statuto comprende molti articoli, ma vi sono gli articoli generali e gli articoli particolari. Intanto quest'oggi si farà la distribuzione delle copie dello Statuto a chi ha già fatto i due anni di noviziato, e alla fine degli esercizi si darà lo Statuto per chi è nel noviziato o entrerà nel noviziato, così che possiamo fare le cose sempre più regolari. Lo Statuto, ho detto, ha delle norme generali e delle norme più particolari. Le norme genera]i sono contenute nei primi articoli. Il primo è quello che

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stabilisce il fine principale dell’istituto, cioè la gloria di Dio e la nostra santificazione e che poi è spiegato meglio nel secondo articolo. Che cosa si intende per consacrazione a Dio? Ricordiamo quello che è stato detto stamattina: vi è la via dei comandamenti per arrivare alla salvezza eterna. Perciò Gesù aveva detto a quel giovane ricco: « Osserva i comandamenti ». E gli ricordò quali erano i comandamenti, ma siccome il giovane insistette e aggiunse che li aveva osservati fin dalla giovinezza, Gesù lo guardò con compiacenza, con affetto e aggiunse: « Se vuoi essere perfetto, lascia tutto, vieni e seguimi ». Così vi sono due specie di seguaci di Gesù. Vi sono quelli che si accontentano dell'osservanza dei comandamenti, i quali sono veri precetti, e se si manca si può commettere peccato grave o veniale secondo il caso. Ma vi è un altro ceto di persone, cioè vi sono coloro che vogliono arrivare a maggior santità, che vogliono raggiungere un posto più eminente in Paradiso, e sono le persone che si consacrano a Dio mediante la professione dei voti di povertà, castità, obbedienza. La povertà intesa così come viene spiegata negli articoli successivi e come verrà anche spiegata in qualche altra istruzione; la castità, la quale deve essere perfetta, cioè che non vi siano mancanze né interne né esterne e che si professi il celibato. Vi saranno anche ammissioni di membri che staranno, per così dire a fianco, cioè quelli che conserveranno la castità coniugale, ma saranno in un grado inferiore al vostro. La consacrazione comprende anche l'obbedienza: obbedienza alle regole dell’istituto e obbedienza ai legittimi superiori, così come dice lo stesso Statuto. La consacrazione. Per spiegarmi mi servirò di un paragone. Vi è la pianta e vi sono i frutti della pianta; la pianta ha radici, tronco e rami, ma poi vi SODO i frutti. I cristiani semplici danno al Signore i frutti, cioè adempiono i loro doveri: doveri di un padre, doveri di una madre, di un figlio, di una figlia; il dovere di un maestro se uno è maestro, il dovere di un operaio se uno è operaio, ecc.

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Ma si tengono la libertà, tengono per se stessi la mente, il cuore, le forze, la salute e danno al Signore le opere, cioè i frutti. Invece la persona che si consacra a Dio dà anche la pianta, non solo i frutti, cioè dà la mente, il cuore, la volontà in maniera che, dopo, tutto è di Dio, tutto è del Signore. Cioè si mette a disposizione di Dio anche nelle cose più belle, dona tutta la libertà, tutta la volontà, tutto il cuore, tutto il corpo, tutta la salute, tutto il tempo. E tuo, puoi disporne come vuoi. Come si farà? Ad esempio, per l'obbedienza, nel corso degli esercizi si dirà come si vorrà occupare la giornata, quali saranno le cose che si vorranno fare, quale sarà l'apostolato che si eserciterà. Allora a una persona viene approvato l'apostolato, l’orario, le occupazioni, gli uffici, il lavoro. In tal modo la volontà è messa nelle mani di Dio tramite il superiore dell’istituto che approva. Vi sarà poi il rendiconto economico, il quale conferma che si dipende. Quindi la donazione al Signore è molto più santa per chi si consacra a Dio coi voti, è molto più profonda. Non si dà a Dio soltanto il frutto, cioè le opere, ma si danno al Signore anche- le parti della pianta, cioè noi stessi. L'anima consacrata a Dio opera in obbedienza, invece il cristiano opera in autonomia. Dare la nostra libertà al Signore è molto più profondo, molto più meritorio, perché è dare tutto. Quindi, dando anche la pianta, ogni consacrato dà tutto al Signore, acquista il massimo dei meriti possibile sulla terra. Naturalmente bisogna esercitare bene questi impegni, questi voti emessi. Poi c'è il fine, che è sempre la gloria di Dio e la nostra santificazione, cioè diventare sempre più perfetti per avere un posto più elevato in Paradiso. Il secondo impegno, che è contenuto nel numero tre, è l'apostolato. Per tradurre la vita in apostolato, dedicarsi a quella forma che è possibile. Gli apostolati che sono più consigliati e voluti sono quelli enumerati nello Statuto. Il fine speciale consiste nell'esercitare nel mondo l'apostolato, cooperando alle attività particolari della Famiglia

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Paolina; notando bene che voi stesse quando avrete emesso i voti apparterrete alla Famiglia Paolina, in un grado diverso, in quanto non c'è abito e vita comune in senso stretto ma sarete veramente membri della Famiglia Paolina. Quali sono gli apostolati? Per esempio, la collaborazione alla redazione o alla stampa in generale, o all'apostolato delle vocazioni, agli apostolati che riguardano la Liturgia, le opere parrocchiali, le opere benefiche, eccetera. Tutti gli apostolati, particolarmente quelli propri della Pia Società San Paolo. Questo lo vedremo più avanti un po' più ampiamente. Una domanda viene spontanea: ma questo Statuto, questi Istituti sono approvati dalla Chiesa? Vi è un'approvazione generale per gli Istituti che si fondano, quando questi sono secondo lo spirito della « Provida Mater Ecclesia»: ma l'approvazione che determina che un Istituto è veramente conformato alla Santa Chiesa e che, quindi, è gradito ad essa, per cui si è sicuri che coloro che vi entrano sono sulla via della santità, è l'approvazione particolare che viene data agli Istituti che sono riconosciuti degni. Ora questi nostri tre Istituti: Maria SS. Annunziata, san Gabriele Arcangelo, Gesù Sacerdote, hanno l'approvazione esplicita, chiara, diretta della Chiesa? Sì. Hanno l'approvazione della Chiesa, e coloro che emettono la professione sono veri membri religiosi, pur vivendo nel mondo, portando il loro abito secolare e facendo quell'apostolato che dalle circostanze di luogo e di tempo è richiesto, tanto più poi se è un apostolato della Famiglia Paolina. Così che i membri degli Istituti sono veri religiosi, approvati dalla Santa Sede. E il massimo. Cosa vuol dire allora approvazione? Vuol dire che le regole, anzi, ogni articolo delle regole è approvato, cioè è riconosciuto buono, santo e capace di condurre alla santità. Approvazione vuole dire che la somma autorità della Chiesa, che è il Papa, riconosce lo spirito, lo benedice ed esorta ad entrare nell’istituto. Poi l'approvazione significa che chi osserva bene quelle regole può farsi 17. - Meditazioni...

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santo, è in uno stato di perfezione e, di più, che L’istituto è conforme ai bisogni dei tempi attuali. Così che c'è la garanzia massima che lo spirito piace alla Chiesa. Non è più un dire: questo è raccomandato dal sacerdote tale, questo è stato detto dal confessore, questa è una pratica che hanno anche altri, questo se va bene o no lo sentirò dal mio direttore. Sono pareri. Invece quando l'approvazione viene dalla Chiesa, dalla massima autorità, allora vi è la garanzia assoluta che si cammina bene e vi è la sicurezza. Non è un consiglio dato da una persona buona, fosse pure un sacerdote; ma è la Santa Sede che si pronuncia, e: « Chi ascolta voi ascolta me », disse Gesù. Se vale questo, vale particolarmente quando è il Papa che si pronuncia. « Confirma fratres »: conferma i fratelli, disse Gesù a san Pietro (Lc 22,32). Questo vale per tutti i Papi che si succederanno sulla cattedra di san Pietro. Garanzia, tranquillità! Seguire questo spirito non è più lo spirito particolare, è lo spirito paolino che risulta dagli articoli dello Statuto. Quando lo avrete in mano potrete leggerlo, fatevi anche la meditazione. Avete la garanzia di essere sulla via della santità, nello stato di perfezione. Terzo: osservanza. L'osservanza si spiegherà ancora più avanti, particolarmente per quanto riguarda i voti. Ma ora devo notare in modo speciale tre punti, che riguardano le tre pratiche di pietà. Nell'articolo 57 leggerete che, essendo la pietà il fondamento di tutta la vita di perfezione, sorgente di virtù, e utilissima a tutto, i membri dell’istituto cercheranno di alimentare in loro stessi il più possibile questo spirito di pietà, incessantemente, per tutta la vita. Quali sono le pratiche di pietà? Per ogni giorno possibilmente la santa Messa e la comunione. Non potendo, qualche volta si supplirà con la comunione spirituale. Si avrà cura di riservare per la comunione un congruo spazio di tempo per prepararsi e per fare il ringraziamento. Altra pratica di pietà: la meditazione, possibilmente di mezz'ora; quando non è possibile, anche meno, specialmente al principio, quando ci si deve abituare a meditare.

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Terzo: preghiera del mattino e della sera. Quarto: visita eucaristica, possibilmente giornaliera, che comprende lettura spirituale, esame di coscienza e recita del rosario. Se ciò fosse impossibile, si dovranno fare ugualmente le tre pratiche, magari in casa. Ci si può mettere davanti al Crocifisso, possibilmente isolati e si cercherà di mettersi alla presenza di Dio. Tra le pratiche di pietà insisterei su tre. Per prima la meditazione quotidiana, che potrà essere più o meno lunga. La meditazione non è difficile. Si può leggere un libro, per esempio « L'apparecchio alla morte », « La pratica di amare Gesù Cristo »; particolarmente raccomando la lettura del Vangelo, delle Lettere degli Apostoli e in generale della Sacra Scrittura. Amare tanto la lettura della Bibbia amare tanto il libro divino. Quando i Vangeli sono ben commentati, quella lettura serve anche per trascorrere santamente la giornata. Seconda pratica è l'esame di coscienza. Chi vuol progredire deve tener sempre presente ciò che gli manca ancora per essere santo, quello che può aggiungere; per questo bisogna esaminare noi stessi. Ci manca ancora qualche cosa nella mente perché i pensieri siano santi; qualche cosa manca ancora nel cuore perché i sentimenti siano santi manca ancora qualche cosa nelle parole o nelle opere perché parole e opere siano sante. Ecco l'esame di coscienza. Poi, che cosa potrei aggiungere? Supponiamo la vigilanza sulla mia lingua, sui miei occhi, sulla mia condotta quotidiana, perché non trasgredisca i miei doveri secondo lo stato in cui mi trovo. Vigilanza sulla pietà perché sia fatta bene; vigilanza per evitare le colpe veniali, anche le mancanze contro la perfezione. Vigilanza! E allora con questi buoni propositi la giornata trascorrerà più santamente. In terzo luogo, visita al SS. Sacramento quando si può fare, ed è molto meglio, in chiesa. Quando proprio questo è impedito, perché, supponiamo, uno lavora fino a tarda ora, quando già le chiese sono chiuse, si può fare

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privatamente in casa, recitando anche il rosario. Papa Giovanni XXIII disse in un discorso che egli recitava il rosario intiero ogni giorno. Molte volte si sentono persone che si scusano dicendo che non hanno tempo. Neppure per la terza parte? Facendo uno sforzo, non si arriverà più avanti? Forse abbiamo più lavoro del Papa? Certamente ne abbiamo di meno. Allora cerchiamo di essere generosi; con la generosità possiamo dire che si vive in fervore. Naturalmente bisogna farsi un orario nella giornata, un po' di regola, perché le opere, le occupazioni, si succedano bene e si possa fare tutto. Non viviamo così, con disordine, quel che capita capita; ma stabiliamo un po' il nostro modo di vivere, il nostro modo di trascorrere la giornata. Non è sempre possibile fare un orario preciso; per qualche cosa potrà essere preciso perché la Messa è alle ore 7, l’ora di ufficio è alle nove; ma molte altre occupazioni si possono anticipare o posticipare, avendo però una norma in generale. Così è più facile santificarsi ed è più facile fare tutto ciò che è necessario fare nella giornata. Ringraziare il Signore per il gran dono che vi ha fatto della vocazione allo stato di perfezione. E un privilegio. E già un segno che vi vuole più vicine a sé in Paradiso, più vicine a sé in un gaudio più profondo, in una visione di Dio più profonda, in un possesso più intimo. Qualche volta si dice: Purché mi salvi! Quando si dice così, magari si rischia di non salvarsi. Invece noi diciamo: voglio farmi santo, presto santo, grande santo; voglio farmi il massimo dei meriti. Vi sono persone che vivono nella tiepidezza e dicono: purché mi salvi, anche se devo fare un po' di Purgatorio, tanto si esce di lì. Questo è il programma dei pigroni. Non bisogna rassegnarsi al Purgatorio; bisogna chiedere al Signore la grazia di vivere fervorosamente, e dopo che l'anima sarà spirata, che venga subito ammessa ai gaudi eterni per amare perdutamente il nostro Dio per l'eternità. Nessun programma da pigri, ma programma da anime generose.

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CHE COS'E LA MORTE?

Quest'oggi recitiamo di cuore la seconda parte dell' Ave Maria: « Prega per noi adesso e nell'ora della nostra morte », perché stamattina l'insegnamento che dobbiamo ricavare dalla meditazione è questo: preparazione alla morte. La vita nostra non avrebbe senso se non riflettessimo che alla vita presente segue l'eternità. Quaggiù tante volte non vediamo premiato il bene, né vediamo castigato il male: Allora ci si domanda: la giustizia dove sta? Non bisogna considerare solamente il tempo della vita presente. Se in fondo alla pagina di un libro l'ultimo periodo fosse incompleto, noi gireremmo foglio e così il senso sarebbe compiuto. Se invece avessimo letto solo la prima parte del periodo, non avremmo capito il senso. Così è della vita. Se passa, se si conchiude questa vita e si volta il foglio, diciamo così, ecco: ci troviamo davanti all'eternità dove il bene ha il suo premio e il male il suo castigo. La vita allora ha un senso. Siamo sulla terra per prepararci il Paradiso e la porta dell'eternità felice è precisamente la morte. Allora, che cos'è la morte? È la conclusione del tempo che ci dà il Signore per guadagnarci il Paradiso. Non a tutti il Signore dà il medesimo tempo. Vi è il bambino che muore ancora prima di aver raggiunto l'uso di ragione; vi è invece chi arriva all'età maggiore e chi arriva alla vecchiaia. Ma in qualunque momento arrivi la morte, questa è la conclusione del tempo che il Signore ci dà. La prova è triplice, come abbiamo detto ieri: prova di fede, prova di fedeltà, di osservanza dei comandamenti e prova di amore. Viene il momento in cui il tempo si conclude,

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quello che è fatto è fatto, e non si potrà aggiungere più nulla ai meriti che l'anima si è preparata per l'eternità. Non si potrà nemmeno cadere più in peccato, perché con la morte finiscono le tentazioni, finisce il tempo della prova. Che cos'è la morte? È la separazione dell'anima dal corpo, cioè la privazione della vita. Il nostro corpo, quando è sano, contiene l'anima, come una bottiglia può contenere un buon liquore; ma se si infrange la bottiglia, non può più contenerlo e il liquido si sparge. Così quando un membro o più membra del nostro corpo sono feriti gravemente, ecco che l'anima si separa, perché il corpo non è più atto a contenerla. Questo può avvenire per un grave incidente, oppure per una malattia grave. Che cos'è la morte? Per chi l'accetta bene è il massimo atto di amore a Dio. Il nostro amore a Dio si dimostra quando diciamo bene: Sia fatta la tua volontà, come viene fatta in cielo, così sia fatta in terra; come la fanno gli Angeli, così vogliamo farla noi. E siccome la cosa più dura da accettarsi è la morte, allora il massimo atto di amore a Dio consiste nell'accettazione di essa. Diceva Gesù nell'agonia del Getsemani: « Padre, non sia fatta la mia, ma la tua volontà; non come voglio io, ma come vuoi tu ». Massimo atto di amore che vale anche a cancellare il Purgatorio nelle debite circostanze. L'accettazione della morte è anche il massimo atto di obbedienza a Dio. Il Signore non mostra la sua volontà soltanto coi comandamenti, ma anche con le circostanze. Ad esempio, se siamo colpiti da una malattia, la circostanza dimostra qual è la volontà di Dio in quel giorno, cioè che sopportiamo con pazienza e rassegnazione il male sopraggiunto. L'accettazione della morte è anche il massimo atto di penitenza che possiamo fare, perché noi sentiamo tanto l'attaccamento alla vita. Quando vediamo che il Signore ci chiede il dono che ci ha fatto, cioè il dono della vita. e noi ne facciamo un'offerta a Lui, è questo l'atto di maggior penitenza che si possa pensare. D'altra parte è l'atto di accettazione più difficile, perché l'attaccamento alla

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vita è cosa naturale e istintivamente cerchiamo di schivare i pericoli, le malattie. Certamente curare le malattie e schivare i pericoli della vita è un dovere. Questo però finché vuole il Signore. Quando invece il Signore ha voluto e ha segnato il tempo in cui dobbiamo lasciare il mondo presente, allora ecco la sottomissione, il volere di Dio. Questo volere di Dio ci impone dei distacchi, ad esempio, il distacco dai parenti. Vi è chi fa il distacco in vita e allora non ha più da farlo in morte. Distacco per mezzo dei voti: distacco dagli averi, dalle ricchezze per chi ha già fatto il voto di povertà; distacco dai piaceri di questa terra per chi ha già fatto il voto di castità perfetta; distacco dalla famiglia e dalla propria volontà per chi ha già fatto il voto di obbedienza al Signore; distacco dalla vita stessa che ha offerto a Dio tutta per Lui, sempre come vuole, oggi, domani, secondo la sua volontà. Allora i distacchi sono già compiuti, perché non si è avuto fiducia nelle cose della terra, ma si è cercato il Paradiso. Viene la morte e allora se si è cercato Dio, se si è cercato il Paradiso, arriva finalmente il momento di lasciare la terra e di entrare in possesso di quella gloria che abbiamo sempre sospirato, di quella felicità che il Signore ci ha preparato. Abbiamo desiderato di vedere Dio che sulla terra abbiamo amato, finalmente ecco che entriamo nella famiglia di Dio: la SS. Trinità, Maria nostra madre, Gesù il nostro amore, san Paolo, i Santi, gli Angeli che abbiamo pregato. Cambiamo famiglia, una famiglia celeste lassù. Perciò viene detto: « Fui ben lieto nel sentirmi dire: ce n'andremo alla casa del Signore » (Sal 121,1). Cambiamo la casa, cambiamo la valle di lacrime, cambiamo la prigione della vita presente e arriviamo alla libertà dei figli di Dio, là dove il Padre celeste farà sedere i suoi figli buoni alla mensa eterna della felicità. Quando si annuncia la morte a certi malati ben preparati, si vede affiorare sulle labbra un sorriso di compiacenza, nonostante che di per sé la morte abbia un aspetto

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tetro; ma chi ha molta fede, crede che risorgerà, crede alla risurrezione della carne, crede che si risusciterà più belli gloriosi. Il corpo andrà a purgarsi nel disfacimento, là nei cimitero; ma verrà il suono di quella tromba finale: « Sorgete, o morti, venite al giudizio ». L'anima si ricongiungerà al corpo; quella che è bella e santa troverà il suo corpo adorno delle doti di cui era adorno il corpo stesso di Cristo risorto e di cui è adorno il corpo benedetto di Maria assunta in cielo. Quindi la morte, pur avendo la parte tetra, avrà anche la sua parte di conforto, la sua bella faccia. « E preziosa agli occhi di Dio la morte dei suoi santi » (Sal 115,15). Perché? Perché ci sono tre specie di morti: c'è la morte dei disperati, come quella di Giuda; c'è la morte degli indifferenti, di chi ha pensato poco all'eternità; c'è invece la morte di colui che in tutta la vita si è preparato a morire bene con una vita bella, santa. E quanto più la vita fu perfetta e cioè fu scelta la miglior vita, tanto più si vedrà il volto sereno della morte che vorrà presentarsi. D'altra parte gli Angeli del cielo e Maria vengono ad assistere; coloro che sono stati devoti degli Angeli, li vedranno giungere a prendere la loro anima, e coloro che sono stati devoti di Maria, affideranno l'anima fra le sue braccia. Del resto, « qualis vita finis ita », oppure il proverbio viene detto diversamente: la morte è simile alla vita, e chi vive bene, muore bene. Non è possibile pensare, e sarebbe un male pensarlo, che quando si è fatta la volontà di Dio quando si è condotta una vita buona, il Signore ci abbandoni poi in punto di morte. No, non si può pensare. Quindi come si vive così si muore, generalmente. Vi sono delle conversioni anche strepitose in punto di morte, quasi imprevedibili, impreviste almeno. Casi straordinari come la morte del buon ladrone a cui Gesù disse: «Quest'oggi sarai con me in Paradiso » (Lc 23,43). Ma i ladroni erano due e uno solo finì bene, perché ebbe confidenza nella misericordia di Dio. Neppure andò in Purgatorio tanto era grande la sua fede. L'altro invece si ostinò, e

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come morì? Temere quindi per l'incertezza della veniente morte, e tuttavia aver sempre fiducia nella bontà di Dio. La misericordia di Dio si mostrerà specialmente negli ultimi momenti della nostra vita. Se vogliamo ottenere la grazia della buona morte, dobbiamo condurre una vita buona. Per ottenere facilmente la grazia di una santa morte vi sono anche due ossequi da fare. Primo: assistere volentieri i malati e, se il Signore ci dà occasione, prepararli all' ultimo passo, affinché ricevano bene i sacramenti e poi si abbandonino alla volontà del Signore, accettando i dolori e il distacco dalla vita. L'assistere bene i malati ottiene la grazia di essere anche noi assistiti bene. Anche se dovessimo morire di morte improvvisa il Signore manderebbe i suoi angeli, manderebbe la SS. Vergine, la quale prega per noi adesso e nell'ora della nostra morte. Un altro ossequio, un'altra pratica per ottenere più facilmente la grazia di ben morire, è quella di suffragare i defunti. Vi sono persone che hanno la devozione alle anime purganti. È tanto bello che in una parrocchia, in un paese, si tenga bene il cimitero. Il cimitero è come una predica continua ai vivi; ecco, si va per una strada, per le piazze, si va a scuola, in chiesa, eccetera; ma se si vede il camposanto si pensa che un giorno si farà la strada che conduce al cimitero, dove il nostro corpo riposerà con gli antenati già passati all'eternità. È una predica; perciò, tenerlo bene. Ma soprattutto suffragare; la devozione alle anime del purgatorio è tanto bella e preziosa. Che cosa dobbiamo fare per assicurarci una santa morte? Tre cose. In primo luogo, nessun peccato mortale, perché chi lo commette va all'inferno, se non si pente e se non se ne confessa. In secondo luogo, togliere anche i peccati veniali, e quindi evitare il purgatorio. Fare anche le penitenze; non solo la penitenza che il confessore ci dà in confessionale dopo l'accusa dei peccati, ma anche penitenze e mortificazioni volontarie e l'acquisto delle sante indulgenze. Pagare tutti i debiti prima di lasciare questa terra.

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Terzo: acquistare i meriti, cioè andare ricchi all'eternità. Dopo la morte non si può più meritare, perciò utilizziamo bene il tempo sulla terra. Il dannato è impregnato di peccati e non può ottenere il perdono; invece chi è santo gode per i meriti che ha acquistato, ma non può aggiungerne altri. Arricchirci di meriti, utilizzare tutto il tempo e, se siamo prudenti come le vergini di cui parla il Vangelo, donarsi a Dio, donarsi interamente. Allora la nostra preparazione alla morte è buona, santa, e non ci saranno più distacchi da fare, perché ogni distacco è già stato compiuto. Poi altre due cose: fare adesso quello che vorremmo fosse stato fatto in punto di morte; non tramandiamo al momento della morte ciò che possiamo fare adesso. Fare ora una bella confessione perché c'è tempo. Crediamo che sia così facile fare una buona confessione in punto di morte col male che si ha, con le difficoltà che si incontreranno Fare adesso quello che vorremmo aver fatto in punto di morte e in più quello che non si potrà fare allora. Si sente dire da qualche morente: « Ah! se tornassi indietro, se rifacessi la mia vita! ». La nostra vita non si rifarà; è come una ruota che gira, finché a un certo punto si arresta improvvisamente. Quel che è fatto è fatto. Se abbiamo mancato, chiedere il perdono adesso. Non pensiamo di acquistare le indulgenze in punto di morte, ma cominciamo ad acquistarle adesso, perché non sappiamo se allora avremo la lucidità di mente. Quante persone perdono il controllo dei sensi, l'uso della ragione! La vita di merito o di demerito quando finisce? Non nel momento in cui l'anima si separa dal corpo, ma quando cessa l'uso di ragione. Se una persona è stata due giorni in agonia, il merito termina al momento in cui perde l'uso della ragione, anche se soffrisse ancora due giorni due ore. Poi chiedere adesso la grazia di essere liberati dalla morte improvvisa, se piacerà al Signore. Inoltre, chiediamo la grazia di poter fare la confessione con conoscenza, e cioè che ci sia un sacerdote che ci ascolti, che ci aiuti

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a fare un'accusa completa e ad ottenere da Dio il pentimento, il dolore dei peccati. Poi che possiamo ricevere bene il viatico. Anche nelle comunioni che facciamo adesso mettere le intenzioni affinché possiamo ricevere Gesù prima di partire da questo mondo. Molti non hanno questa grazia. Si era amministrato l'olio santo a un infermo che aveva condotto una vita esemplare, e volle riceverlo per tempo, in piena cognizione, e domandò agli amici, ai conoscenti che quel giorno le loro preghiere fossero tutte per ottenere la grazia che lui potesse ricevere bene l'olio santo. E lo ricevette con piena cognizione. Quando l'amministrazione fu conclusa, chiese al Signore la grazia che tutte le persone che conosceva e che amava potessero avere il gran bene di ricevere l'olio santo in piena conoscenza e ricevere la benedizione papale con l'indulgenza plenaria. D'altra parte, tutti coloro che appartengono alla Famiglia Paolina hanno l'indulgenza in punto di morte, anche se non ricevessero la benedizione papale, mettendo l'intenzione ora; questo vale anche per voi. Ricordiamo che un pagano diceva che la più bella cosa per un uomo è morir bene; ed era pagano. Che cosa dovremmo dire noi che siamo cristiani? Preparazione alla morte! Vi è quel bel libro di sant'Alfonso intitolato: «Apparecchio alla morte ». Che la nostra vita sia tutta indirizzata a un felice passaggio da questa terra al cielo. San Francesco d'Assisi, che si era preparato alla morte, volle infine che gli venisse recitato un salmo che egli amava molto e che molte volte aveva recitato durante la vita. Quando si giunse al versetto: « Me expectant justi, donec retribuas mihi », spirò. Il versetto vuol dire: « I giusti mi staranno al fianco, quando mi avrai largito il tuo soccorso» (Sal 141,8). Così egli rese l'anima a Dio, volò tra quei beati che l'attendevano in cielo. Meditazioni per consacrate secolari 33. Giudizio - Confessione - Direzione

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GIUDIZIO - CONFESSIONE - DIREZIONE

Due sono i compiti: la propria santificazione, il proprio perfezionamento nella consacrazione a Dio, e l'apostolato per le anime. Perciò l'esame di coscienza anzitutto riguarda le nostre virtù, l’osservanza dei comandamenti, dei consigli evangelici. In secondo luogo riguarda l'apostolato che ci siamo scelti come compito, nelle circostanze della vita in cui ognuno si trova. Il giudizio di Dio riguarderà questi due punti: la santificazione propria, i propri doveri, i doveri personali, individuali, e il bene che facciamo al prossimo, che può essere bene materiale, ma soprattutto il bene che riguarda la salvezza eterna, il messaggio della salvezza. Così vi sono due giudizi: il giudizio particolare e il giudizio universale. Il giudizio particolare riguarda la nostra vita individuale e fissa la nostra destinazione eterna. Poi vi è il giudizio universale che riguarda le relazioni con gli altri, cioè le relazioni di carità, le relazioni di apostolato, le relazioni di ufficio. Per un insegnante, supponiamo saranno le relazioni con il suo ufficio, cioè con i suoi alunni, i doveri di apostolato, i doveri sociali. Quindi ci sono due giudizi: uno avviene subito dopo la morte, nella medesima stanza, diciamo così, nel medesimo luogo dove la nostra anima uscirà dal corpo. E come avviene? Si può descrivere per parti: la comparsa davanti al giudice, l'esame che viene fatto, le scuse che si possono portare per discolparsi, infine può venir data la sentenza. Il giudizio si è considerato così nelle sue parti, ma per voi che siete avanti nell'istruzione religiosa e non avete bisogno di queste descrizioni particolari, il giudizio è una illuminazione, una

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luce che Gesù Cristo darà sull'anima. L'anima vedrà se è degna del paradiso, del purgatorio o dell'inferno, quindi si può dire che la sentenza la fa l'anima. Sì, siamo noi, Dio è quasi passivo, come quando uno fa una bella fotografia. Riuscirà una bella persona o una brutta persona con questa macchina? La macchina è passiva, tutto dipende da come la persona si rifletterà. Ognuna vedrà in sé il bene fatto, il male fatto, quello che manca ancora per una purificazione totale o se si è del tutto purificati tanto da poter andare direttamente in paradiso. Il giudizio ce lo facciamo noi vivendo. Il Signore dando quella luce, ci mostrerà che cosa abbiamo meritato o demeritato, e se abbiamo meritato tanto oppure poco. Naturalmente si considereranno tutte le grazie ricevute, perché da esse dipendono gli obblighi. Se una ha la vocazione, ne deriva l'obbligo di seguirla o di viverla; se non si ha la vocazione, non si ha neppure l'obbligo di seguirla e viverla. Se una è destinata alla famiglia, avrà i doveri di famiglia, e se una è destinata a consacrarsi a Dio, avrà i doveri della consacrazione. Quindi col giudizio si ha un'illuminazione sulle grazie e sugli impegni che l'anima aveva. Inoltre se ha corrisposto alla sua vocazione, se ha compiuto le opere conformi alla vocazione e al suo genere di vita. Nel giudizio universale invece non si presenterà un' anima singola, ma si presenteranno tutti. Il giudizio sarà fatto in relazione alla carità, e cioè in relazione ai doveri, agli obblighi verso gli altri, compresi i doveri di apostolato. La sentenza quale sarà? Sarà tutta ispirata alla carità e alle opere di carità. « Ebbi fame e mi deste da mangiare; ebbi sete e mi deste da bere; fui pellegrino e mi albergaste; ero nudo e mi rivestiste; infermo e mi visitaste; carcerato e veniste a trovarmi... Ogni volta che voi avete fatto queste cose a uno dei più piccoli di questi miei fratelli l'avete fatto a me... Quindi venite, benedetti nel regno del Padre mio » (Cfr. Mt 25,34 e ss.). La sentenza è sulla carità esercitata o non esercitata. Quindi il Signore dirà, È altra parte, ai dannati: « Andate lontano da me, voi

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maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per gli angeli suoi. Perché ebbi fame e non mi deste da mangiare, ebbi sete e non mi deste da bere; fui pellegrino e non mi albergaste; nudo e non mi rivestiste; infermo o carcerato e non mi visitaste. Allora questi gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato, o assetato, o pellegrino, o nudo, o infermo, o carcerato, e non t'abbiamo assistito? Ma egli risponderà loro: In verità vi dico: qualunque cosa non avete fatto a uno di questi più piccoli, non l'avete fatta a me » (Mt 25,41-45). Perciò nel primo giudizio sono giudicate le opere personali, nel secondo giudizio le opere che riguardano la carità. Nel primo giudizio saremo giudicati sul primo comandamento: amerai il Signore Dio tuo con tutta la mente, con tutto il cuore, con tutta la volontà: cioè i doveri personali. Nel secondo giudizio saremo giudicati sul secondo comandamento: amerai il prossimo tuo come te stesso. E si farà il resoconto se veramente si è amato il prossimo per amore di Dio, come noi stessi e, quindi, le relazioni con gli altri. Chi avrà dato buon esempio avrà il premio; chi avrà pregato per gli altri, chi avrà esercitato l'apostolato della preghiera, avrà il premio; avrà il premio chi avrà lavorato per l'Azione Cattolica, chi avrà fatto scuola, chi avrà compiuto opere di carità anche corporali, chi avrà esercitato il ministero sacerdotale, chi avrà fatto l'apostolato come fanno le buone Annunziatine e i buoni Gabrielini. Chi invece avesse dato scandalo, avesse avuto invidie, gelosie, chi avesse recato danno al prossimo derubandolo, magari trattandolo male, commettendo ingiustizie, calunniando, negando quello che il prossimo aveva bisogno di ricevere, avrà il castigo. Vi sono opere che sono di carità, e vi sono opere che si devono compiere per giustizia. Per giustizia, per esempio, si devono pagare i debiti, si deve portare rispetto agli altri, il rispetto sulla fama, mai calunniare, mai dir male, mai invidiare, mai desiderare del male. Vi sono obblighi, quindi, che si possono ridurre ai doveri

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di carità, e obblighi, invece, che si possono ridurre ai doveri di giustizia. Ecco i due giudizi che ci attendono. Bisogna subito dire che saremo giudicati secondo verità, e bisogna anche dire che l'esito del giudizio dipende dalla nostra vita, che siamo noi che ce lo prepariamo. La sentenza è preparata e sottoscritta da noi e viene eseguita immediatamente. Chi è degno del Paradiso, perché è del tutto purificato, entra immediatamente in Paradiso; chi al contrario è degno dell’inferno, entra immediatamente nell'inferno. Perciò Gesù disse di Giuda: « Per lui sarebbe stato meglio se non fosse nato » (Mt 2,26). I giudizi di Dio sono secondo verità, ma i giudizi degli uomini? E il giudizio che facciamo di noi stessi? Ecco i due punti. Molte volte noi temiamo le maldicenze degli altri, le calunnie, le critiche e i giudizi contrari. Meritano proprio questi giudizi di essere temuti? I giudizi del mondo! Gesù Cristo come fu giudicato? Egli fu giudicato degno della peggior morte, della crocifissione, e perché fosse più ignominiosa l'esecuzione, venne posto tra due ladroni, uno a destra e uno a sinistra, e lui in mezzo come il peggiore dei malfattori. Dobbiamo temere molto il giudizio degli uomini? I martiri hanno temuto i giudizi degli uomini? No. Hanno preferito la morte piuttosto che rinnegare la fede e quindi i tiranni che ]i hanno martirizzati hanno ricevuto la loro sentenza, quella che è vera, quella che è data da Dio. I martiri invece hanno ricevuto pure la loro sentenza da Dio, cioè l'ingresso immediato in Paradiso, perché subire il martirio per amore di Dio merita il perdono totale e quindi l'immediato ingresso in cielo. Contro le anime pie, contro chi vuol fare del bene, vi sono tanti giudizi del mondo. Temiamo i giudizi di Dio non quelli del mondo. Operare con rettitudine innanzi a Dio; operare con rettitudine di coscienza, sia che il nostro operato venga giudicato bene, sia che venga giudicato male o deriso. Non importa il giudizio fatto da coloro che non hanno lo spirito del Signore.

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Vi sono anche alcuni giudizi degli uomini che dobbiamo tenere in considerazione. Se uno ci fa una correzione, se ci fa un richiamo, se ci fa osservare che quello che facciamo non è giusto, quello che diciamo non è vero, specialmente quando i richiami ci vengono dai superiori, bisogna che ci arrendiamo, perché sono giudizi che vengono fatti da chi rappresenta il Signore. Se il confessore ti dice che non devi più metterti in quell'occasione, che questo è necessario, bisogna ascoltarlo. E se invece il confessore o il superiore ti dice che questa è la tua vocazione, questo è un giudizio che viene fatto dopo che si è cercato di conoscere il volere di Dio, si è pensato, pregato e si è come ottenuto un consiglio; allora non possiamo dubitare della vocazione, della volontà di Dio. Quindi vi sono giudizi a cui bisogna certamente acconsentire, come nel caso in cui venga detto a una persona di non leggere quel libro, di non andare a quegli spettacoli, di non seguire quella moda, di non stare a udire certe trasmissioni di radio o televisione. Sono ammonimenti, sono giudizi che ci avvertono di ciò che costituisce per noi un pericolo. Giudizi contro il Papa, contro l'Azione Cattolica, contro i vari apostolati se ne sentono tanti. Una volta che noi ci siamo accertati del volere di Dio, camminiamo alla divina presenza. Dio solo è colui che ci giudica, Dio solo è colui che ci premia. Si dice di qualcuno che muore senza neppure avere una sepoltura un po' degna, ma aveva fatto tanto del bene. Il giudizio di Dio sarà uguale al giudizio degli uomini? Una volta c'è stata una sepoltura interminabile, tanta era la folla di gente; ma il sacerdote che accompagnava la salma al cimitero camminava col capo chino ed era mesto, pensando in cuor suo come quell'anima si sarebbe trovata al giudizio di Dio. Quante volte venendo via dal letto di ammalati abbiamo nel cuore un peso, pensando a come se la caverà, come se la sarà cavata al giudizio di Dio quell'anima. Guardare i giudizi di Dio. Poi un altro insegnamento: non giudicare. Chi vi ha costituiti giudici degli altri? Non giudicate e non sarete

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giudicati, non condannate e non sarete condannati. Vi sono persone che sono così facili a giudicare sia gli inferiori sia gli uguali, sia i superiori. Chi vi ha costituiti giudici? Il Signore dice: « A me la vendetta » (Rom 12,19), cioè la punizione. Questo è ufficio di Gesù Cristo, avendo il Padre celeste assegnato al Figlio suo l'incarico di giudicare. Ogni giudizio, sì. Non giudichiamo perché, se non abbiamo l'obbligo in quanto superiori, il nostro giudizio verrà poi giudicato da Dio se è giusto o no, se spettava o non spettava a noi. Non giudicare! Inoltre, giudicatevi, cioè giudicate voi stessi e non sarete giudicati. Ciò vuol dire che se noi condanniamo una nostra azione non buona, se ne siamo pentiti e l'accusiamo, e quindi giudichiamo e riconosciamo di aver fatto male, non saremo giudicati, e cioè avremo il perdono e quella mancanza non sarà riportata al giudizio di Dio, perché è già perdonata. Perciò è necessario essere molto attenti nell’esame di coscienza, affinché al giudizio di Dio non ci siano ricordate mancanze a cui non abbiamo dato molto peso, o delle quali ci siamo scusati con facilità. Quelle scuse che a volte noi portiamo per lasciare un bene, o per commettere un'azione, o per prenderci una certa libertà al giudizio saranno considerate buone? Non cadiamo negli scrupoli. Gli scrupoli sono una malattia, mentre la delicatezza di coscienza è una grande virtù. Non scrupoli, ma delicatezza di coscienza. Non condannate per non venire ccndannati, e se vi giudicate, non sarete giudicati. Perciò, ecco, in questi giorni la vostra confessione sia ben fatta, alla luce di Dio. Negli esercizi c'è sempre una luce maggiore. Alla luce di Dio possiamo entrare nel segreto, nell'intimo della nostra coscienza, considerare comandamento per comandamento. Il primo comandamento ci impegna a pregare, il secondo ci impegna a rispettare il nome di Dio e a osservare i voti, il quinto comandamento riguarda la carità, il sesto la delicatezza, eccetera. Esaminarci. Tutto quello che noi riusciamo a togliere, non sarà riportato al giudizio di Dio. E se abbiamo tanta cura

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per la pulizia del corpo, e si fa bene, quanta più cura dobbiamo avere per rendere la nostra anima bella davanti a Dio! Nel corso degli esercizi vi è la possibilità di fare la confessione generale, o la confessione particolare, o la confessione ordinaria. La confessione generale è necessaria? Qualche volta può essere necessaria, qualche volta è consigliabile e qualche volta può essere anche dannosa. Per un'anima scrupolosa può essere dannosa; per chi invece da molto tempo non è tranquilla di coscienza, la confessione generale è forse necessaria; per chi invece non è tranquilla forse da un mese o da due, può fare una confessione un po' particolare, cioè di sei mesi, di un anno. Ed è tanto bene che chi ha l'abitudine di fare ogni anno gli esercizi, alla fine di essi faccia la confessione annuale, così ogni anno si mette a posto con Dio e non ci sono responsabilità da portare davanti al Signore nel giudizio. Il confessore, generalmente, è bene che sia sempre lo stesso. È naturale che in una circostanza particolare, non avendo il vostro confessore ordinario, si ricorra a un altro confessore; ma in generale bisogna scegliere il confessore e seguirlo costantemente. San Francesco di Sales diceva di sceglierlo bene; un altro santo diceva di sceglierlo fra mille. Molte persone domandano se c'è bisogno del direttore spirituale. Rispondo che chi avesse un confessore in cui ha tutta la confidenza, del quale ha stima e a cui può accedere abbastanza frequentemente, conviene che lo stesso confessore sia anche direttore spirituale. Può darsi invece che per circostanze di tempo e di luogo i due uffici non possano essere uniti in una medesima persona. La direzione spirituale può bastare ogni sei mesi per le persone già mature e avviate per una via di perfezionamento; mentre la confessione, generalmente, si fa ogni settimana. È consigliabile la direzione spirituale per lettera? In generale è poco consigliabile; vi sono però dei casi in cui è lecita e buona. Secondo le circostanze, ma ci vuole la massima prudenza, perché si può anche rischiare che

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una lettera venga perduta; d'altra parte, ogni parola può avere la sua importanza e può portare una luce, ma può anche portare un inganno. Sì, è necessaria la massima prudenza. Quando poi si è scelto un confessore che sia anche direttore spirituale, che cosa si deve fare? Prima di tutto essere molto schietti, aprirsi bene. Poi pregare perché il Signore illumini il direttore spirituale e il confessore a guidarci bene. Non cambiare con leggerezza, non avere più direttori spirituali, così pure a volte è sconsigliabile cambiare il confessore. In quanto poi alla direzione spirituale è necessario che si assecondi, che si ubbidisca, perché se non si ubbidisce è inutile chiedere consiglio, anzi è un inganno. È proprio sempre necessario il direttore spirituale? È molto consigliabile, ma non si può dire che sia assolutamente necessario. Quando poi una persona si trova in un ambiente meno favorevole, allora preghi il Signore, perché può essere che non trovi la persona adatta per il suo caso. Il Signore provvederà anche direttamente illuminando l'anima e guidandola. Poi vi sono dei casi in cui il direttore spirituale è veramente necessario, diventa allora un consigliere. Soprattutto per la vocazione è necessario il consiglio del confessore o del direttore spirituale; meglio se viene dalla medesima persona, quando la persona ci conosce bene. Poi vi sono dei momenti in cui l'anima può trovarsi in difficoltà particolari di oscurità, momenti in cui l'anima viene condotta da Dio verso la perfezione passando per la notte oscura dei sensi o dello spirito. In questi momenti, la parola di un sacerdote, di un direttore spirituale illuminato, pio, è tanto importante. Poi vi sono anche altri casi in cui si devono prendere decisioni che non riguardano soltanto la vita presente, ma la vita eterna: un ufficio, un incarico, un certo modo di vivere, eccetera. Vi sono dei momenti in cui noi abbiamo bisogno di essere illuminati e guidati. Dunque c'è il giudizio di Dio, quello degli uomini e quello che facciamo da noi stessi. Che il giudizio degli

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uomini sia considerato per quel che vale, a seconda se è un superiore o se è una persona che non ha responsabilità per noi. Il giudizio riguardo a noi sia fatto davanti a Dio. Per le molte cose poi in cui non sappiamo giudicarci c'è il confessore, oppure può esserci la luce che ci manda il Signore, o un'ispirazione interna che il Signore ci comunica nel tempo opportuno. Io temo i giudizi di Dio. Fu giudicato san Giovanni Crisostomo, vescovo quanto mai zelante, il quale aveva rilevato certi disordini per cui si era tirato addosso l'odio e la persecuzione. I giudici pensarono quale pena infliggere al vescovo perché aveva parlato chiaro rinfacciando, a chi lo meritava, il peccato. Uno proponeva di mandarlo in carcere, l’altro proponeva di mandarlo in esilio, un altro proponeva addirittura di metterlo a morte. Il giudice taceva, ma quando fu interrogato sulla pena da dare al santo disse: a C'è una pena sola che affliggerebbe quest'uomo, perché anche se lo mandate in esilio, predicherà, se voi lo mandate a morte, sarà un martire e sarà glorificato dalla Chiesa. L'unica pena che lo farebbe soffrire e piangere è quella di fargli commettere un peccato, perché lui non teme che il peccato ». Non temere altro che il peccato! Mai il peccato! Meditazioni per consacrate secolari 34. La confessione

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LA CONFESSIONE

Ogni racconto che noi leggiamo nel Vangelo, ha un determinato fine, un determinato insegnamento. Tra i vari racconti che sono narrati nel santo Vangelo uno fa molto impressione. San Pietro era destinato capo della Chiesa, quindi padre di tutta la cristianità, di tutti quelli che avrebbero creduto nel Vangelo, nel messaggio della salvezza. Eppure nostro Signore permise che egli cadesse in una triplice negazione di Gesù stesso; egli che doveva essere il suo vicario, il preferito. E per una volta, una seconda volta, una terza volta rinnega Gesù Cristo, fino a giurare di non averlo mai conosciuto. San Pietro però non fu privato del suo ufficio, quell'ufficio che gli era stato promesso da Gesù, di essere cioè capo della Chiesa. Ma Gesù volle che egli riparasse con una triplice promessa di amore: « Pietro, mi ami tu? ». « Signore, io ti amo ». Gesù riprese: « Pietro, mi ami davvero? ». E Pietro ripeté: « Sì, o Signore, io ti amo ». Una terza volta Gesù lo interrogò: « Pietro, mi ami? ». E Pietro entrò in se stesso e sentì forse il rimorso che l'aveva accompagnato: « Signore, tu lo sai, tu vedi tutti i cuori; sai che io ti amo ». La triplice negazione venne riparata col triplice atto d'amore. E allora Gesù: « Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecorelle » (Cfr. Gv 21,15 e ss.). Che cosa vuol dire questo? Vuol dire che noi siamo tutti peccatori, ma che il Signore è venuto per cancellare il peccato: « Ut deleatur iniquitas », perché fosse cancellato il peccato, perché noi non ci scoraggiassimo se il ricordo della vita passata ci desse rimorso. Noi abbiamo da rivolgere lo sguardo al Crocifisso e dire: Signore, ti amo;

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sì, o Signore, ti amo; sì, ti voglio amare adesso, in vita, in morte, per l'eternità intera. Amare! L'amore cancella anche una quantità di peccati. Difatti Gesù lo disse espressamente quando, invitato a mangiare, andò nella casa di Simone il fariseo. « Essendo entrato nella casa, prese posto sopra un divano, a tavola. Or, ecco, una donna, che era conosciuta nella città come peccatrice, avendo saputo che egli era a tavola nella casa del fariseo, venne portando un vaso di alabastro pieno di profumo e, postasi dietro, vicino ai suoi piedi, piangendo, incominciò a bagnarglieli di lacrime, e li asciugava coi capelli del suo capo, poi li baciava e li ungeva di profumo. Il fariseo, che lo aveva invitato, vedendo questo pensava dentro di sé: "Se costui fosse profeta, saprebbe chi è questa donna che lo tocca, e di che razza è, e che è una peccatrice". Ma Gesù, dirigendo a lui la parola, disse: « Simone, ho una cosa da dirti ». Ed egli disse: « Maestro di' pure, parla! ». « Un creditore aveva due debitori, uno gli doveva cinquecento denari e l'altro cinquanta. Non avendo essi con che pagare, condonò a tutt'e due il loro debito. Chi dunque di loro lo amerà di più? ». Simone rispose: « Quello, io penso, a cui ha condonato di più ». Ed egli soggiunse: « Hai giudicato bene ». Poi, rivolto verso la donna disse a Simone: « Vedi tu questa donna? Io sono entrato in casa tua e tu non mi hai dato acqua per i piedi; questa invece ha bagnato i miei piedi con lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. Tu non mi hai dato il bacio, e lei, da quando sono entrato, non ha cessato di baciare i miei piedi; tu non hai unto di olio il mio capo, e lei ha unto i miei piedi di profumo. Perciò io ti dico: i suoi numerosi peccati sono stati perdonati, perché essa ha amato molto » (Lc 7,36-47). L'amore è la grande penitenza, la grande riparazione. Amare tanto più quanto più noi siamo stati peccatori. E amare con le opere, coi fatti. Amare Gesù e mai più offenderlo. Assecondare Gesù, cercare la gloria di Dio, seguire Gesù nella sua vita santissima, povera, casta,

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obbediente. Ecco, questo è amore. E non basta: c’è ancora l’amore al prossimo. Quindi due amori: amore verso Dio che ci santifica e che ripara le nostre colpe, e amore verso il prossimo che ripara le colpe anche se avessimo dato cattivi esempi o qualche scandalo. Fare tanto più del bene al prossimo quanto più noi siamo stati freddi, languidi, quanto meno abbiamo operato in carità verso il prossimo. Sì. La confessione ci stabilisca nell'amore a Dio e ci stabilisca nell'amore al prossimo, cioè nell'apostolato. Ora abbiamo da ricordare il figliol prodigo il quale, nota il Vangelo, era il più giovane dei due figli; e, si capisce, la gioventù tante volte si lascia travolgere verso vie storte, vie del peccato. Quel figliolo si allontanò dal padre e volle la parte della sua eredità. Il padre fu buono e gliela diede; ma il figlio imprudente, appunto perché giovane, sciupò tutte le sostanze, la parte che aveva ricevuto dal padre, in peccati di disonestà. Si avvilì al punto di essere ridotto alla miseria, tanto che per avere un po' di pane si mise a servizio di un contadino che lo mandò a pascere i porci. Infelice! Prima era in casa sua, figlio di un ricco signore, aveva persone di servizio, nulla gli mancava e adesso eccolo là che muore di fame, con un padrone che non voleva neppure che mangiasse le ghiande, perché aveva da ingrassare gli animali. Allora rientrò in sé e pensò: « Hic fame pereo »: qui muoio di fame. Egli non aveva perduto la speranza, il senso della fiducia nel padre. « Surgam et ibo ad patrem meum: mi alzerò e andrò da mio padre; e, arrivando alla sua casa, gli dirò che non sono più degno di essere chiamato suo figlio, ma di prendermi almeno come uno dei suoi servi ». Ma il padre eccedette nella bontà, e quando lo vide lo abbracciò, lo alzò da terra. perché il figlio umiliato si era buttato per terra, ordinò che subito fosse vestito degli abiti preziosi che portava una volta e poi ordinò una grande festa. I1 figlio maggiore non era presente quando il minore tornò; ma quando giunse dalla campagna, sentendo che in casa vi erano delle musiche e arrivavano molti convitati, domandò che cosa significasse.

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Gli dissero: il fratello tuo è arrivato e tuo padre ha voluto fare una gran festa. Egli protestò contro il padre e gli disse: « Io ti ho sempre obbedito e non mi hai dato neppure un agnello da consumare coi miei amici- è ritornato questo mio fratello che ha dilapidato tutto e tu gli hai dato tutte queste dimostrazioni, hai ucciso il vitello più grasso, e hai dato anche una festa ». E il padre rispose: « Non offenderti; tu lo sai che tutto quello che c'è in casa mia è anche tuo. Ora era necessario fare festa, perché questo figlio era perduto e si è ritrovato, era morto ed è risuscitato dalla sua vita cattiva » (Cfr. Lc 1511 e ss.). Così--dice Gesù--si fa più festa in paradiso per un peccatore convertito che non per novantanove giusti, i quali non hanno bisogno di penitenza (Lc 15,10). Ci pare quasi un torto per coloro che conservano l'innocenza, ma non è così; perché chi ha l'innocenza, ha già tutti i tesori, i tesori di Dio, possiede Dio stesso. Che cosa si può pensare di più? E tuttavia colui che risuscita dal suo peccato, ecco, desta in paradiso una grande gioia, perché è una vittoria di Gesù Cristo che è morto per i peccatori e allora ne vede il frutto; Gesù che ha pagato per i peccatori e i peccatori che approfittano della sua misericordia, del suo sangue. Ecco, questa festa che si fa in cielo, va direttamente a Gesù che ha patito ed è morto per noi sulla croce. Andare volentieri al confessionale. Vi sono dei Santi che si confessavano anche ogni giorno, ma non è questa la cosa comune. Per i religiosi ogni otto o almeno ogni quindici giorni. Però vi è questo da tener presente: non correggere soltanto l'esterno, non accusare soltanto i peccati di parola, di lingua e i peccati di azione, ma particolarmente confessare, per emendarci, i peccati di pensiero, di sentimento; i peccati interni: l'orgoglio, l'invidia, le malevolenze, i rancori, gli atti di ira, che magari non si manifestano all'esterno- accusare i desideri cattivi: contro l'obbedienza, contro la carità, contro la purezza, contro la fede contro la speranza. Mondare il cuore, mondare la mente

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in primo luogo. I1 peccato esterno è sempre frutto dell’ interno, e i peccati esterni sono sempre meno numerosi dei peccati interni, perché non si dà un peccato esterno che prima non sia già interno, perché per fare il peccato vero ci vuole il consenso della mente. E quanti vorrebbero rubare e non possono perché ci sono i carabinieri! Ma nel cuore hanno già rubato, perché hanno già desiderato la roba altrui, o in altro campo, perché hanno desiderato la donna altrui. I1 Signore Gesù lo ha ripetuto nel discorso della montagna che bisogna in primo luogo purificare l'interno. Vi sono tra i comandamenti due, gli ultimi due, che proibiscono i desideri cattivi, sia riguardo alla roba altrui, sia riguardo alla purezza. Perché? Perché è sempre più facile il peccato interno e molte volte non viene rilevato. Le persone superficiali fanno l'esame soltanto sull'esterno sulle azioni e anche sulle parole, ma soprattutto sulle azioni. Quando facciamo l'esame per la confessione, discendere a leggere il libro interno della coscienza, quel libro segreto nel quale nessuno può entrare, la cui porta può essere aperta solo al confessore. E il santuario della coscienza, in cui noi possiamo trovare quello che piace a Dio e possiamo anche trovare quello che gli dispiace. Trovare quello che piace a Dio, lo spirito di fede, l’amore a Dio- e trovare anche quello che dispiace a Dio, cioè le mancanze di fede, le mancanze di fiducia, le mancanze di obbedienza sincera, le mancanze di castità sincera, le mancanze che possono riguardare la carità stessa. Riguardo poi alla confessione bisogna ricordare questo: nel "Padre nostro" diciamo: rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori. Dunque diamo il metro, per parlare così, al Signore di quanto ci deve perdonare. E il metro qual è? Quanto noi perdoniamo agli altri, ecco. La misura con cui noi vogliamo essere perdonati la diamo a nostro Signore, perché Egli misuri il perdono a noi. Chi non perdona, non è perdonato. « Va' prima a riconciliarti col tuo fratello, che hai offeso, e poi vieni e offri

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il tuo dono ». Prima il Signore vuole che perdoniamo agli altri e poi che andiamo a chiedere perdono a Lui. E in che misura egli ci perdonerà? Come noi perdoniamo: se noi perdoniamo l'offesa, è perdonato il peccato; e se noi andiamo più avanti e non solo perdoniamo, ma preghiamo perché il Signore benedica colui che ci ha offeso, allora il Signore dà più grazia a noi. Se poi facciamo ancor del bene a colui che ci ha offeso, il Signore fa cadere sopra di noi un numero straordinario di grazie; in sostanza, dà a noi tutto il bene che noi desideriamo agli altri. Quindi vedere bene se interiormente noi perdoniamo di cuore. I1 Signore non perdonerà i tuoi peccati, se tu non perdonerai di cuore a colui che ti ha offeso, insegna il Vangelo. La confessione poi non deve solamente essere come la grazia, il sacramento per cancellare il passato che non fosse stato buono, per cancellare i peccati; ma soprattutto deve essere mezzo per progredire nel futuro. Per prepararci alla confessione ci vuole il dolore, ma unito al proposito: il pentimento del passato e il proposito di non più peccare per l'avvenire. Il pentimento è la detestazione dei difetti, e il proposito di praticare la virtù contraria. Se, per esempio eravamo stati superbi, ora praticare l'umiltà; se eravamo stati tiepidi, ora praticare il fervore; se noi avevamo avuto nel cuore degli attaccamenti non buoni, ora attaccare il nostro cuore a Dio, amare il Signore di più. Quindi la confessione frequente è ordinata specialmente al progresso, alla conversione, al cambiamento, al miglioramento della vita, al futuro, in sostanza. Quei Santi che si confessavano ogni giorno, per esempio san Carlo Borromeo, vescovo di Milano, mica lo facevano perché ogni giorno avessero peccato e non potessero celebrare la Messa o ricevere la Comunione; ma si confessavano per migliorare, e perché dei difetti ne commettevano ogni giorno. Per lo più non sono peccati, sono debolezze, sono imperfezioni. Se una ha una distrazione involontaria nella preghiera, è un difetto, non è un peccato. Ma questi Santi si confessavano frequentemente per migliorare la vita

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e cioè per amare di più il Signore e progredire nello spirito di fede, nell'osservanza dei comandamenti, dei consigli evangelici, per progredire nell'amore di Dio. Anche quando facciamo l'esame di coscienza, non perché vogliamo confessarci, ma perché è arrivata la sera e vogliamo dare uno sguardo alla giornata per vedere com'è trascorsa, dobbiamo promettere per il giorno dopo di comportarci meglio; lo facciamo per progredire nel bene. E al mattino quando andiamo in chiesa, vi andiamo per ottenere le grazie di passare bene la giornata; si vorrà che tale giornata sia migliore di quella passata. E allora chiediamo le grazie perché la giornata sia bella, piaccia al Signore. Per fare una buona confessione soprattutto è necessaria la preghiera per conoscere noi stessi, per capire e detestare il peccato, per imparare e per sentire il bisogno di cambiare. Se dopo tante confessioni, non vi è stato un miglioramento, possiamo essere sicuri che le nostre confessioni siano state accompagnate da vero pentimento, da vero dolore, da vero proposito? Qualche volta c'è da dubitare che le confessioni vengano fatte per abitudine, per comunicare un po' con il sacerdote e parlare un po' di cose particolari. La confessione riguardo al passato è per ottenere il perdono, riguardo al futuro è per il progresso. Al confessionale è assolutamente necessaria la sincerità, però si sa che ciò che è assolutamente necessario che venga accusato è il peccato mortale che fu certamente commesso, e che certamente non fu confessato, e di cui certamente non si è avuto dolore sufficiente. Non cadere negli scrupoli e non pensare sempre al passato. Il passato viene messo a posto con la confessione; noi guardiamo al futuro e al presente. Il passato, ormai, come è stato è stato. Ci servirà da ammaestramento e per mantenerci nell'umiltà, ma quello che ora aspetta da noi il Signore è operare bene al presente e in futuro. Quindi l'obbligo di confessare è soltanto per il peccato veramente commesso, veramente grave, peccato mai accusato. Queste sono le tre condizioni; per il resto stare in pace.

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Poi il peccato si deve accusare quanto al numero, se è stato ripetuto, e anche con le circostanze che aggravassero notevolmente la colpa. Se si è fatto un discorso cattivo e se c'erano ragazze che ascoltavano, oppure vi erano parecchie persone, si comprende che quella circostanza va espressa in confessionale, perché c'è stato lo scandalo. Ancor più se c'è un peccato commesso in luogo sacro, perché questa è una circostanza che aggrava notevolmente e che costituisce qualche volta un peccato a parte. Quanto poi alla penitenza, quale sia la migliore, l’ho già detto in principio: amare, amare, amare Dio; amare, amare il prossimo. Ogni opera, ogni impegno d'apostolato cancella il male passato e ristabilisce nel vero amore di Dio. Ma oltre questo, la penitenza maggiore è la correzione. Operare il contrario di quello che si è fatto prima, questa è veramente penitenza e nello stesso tempo serve al progresso spirituale. Chiediamo al Signore la grazia che le nostre confessioni siano sempre ben fatte e portino frutto alle nostre anime. Nessuno scrupolo, ma delicatezza sì, costantemente delicatezza. E non siamo superficiali, ma entriamo in noi stessi; sfogliamo un po' il libro della nostra coscienza e leggiamo che cosa c'è in quelle pagine, che cosa c'è in quelle pieghe della nostra coscienza, affinché non portiamo nulla al giudizio, ma vi arriviamo già perdonati, già giudicati.

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IL PARADISO

Domani ci sarà la chiusura, perciò oggi è l'ultimo giorno degli esercizi. Innanzitutto fare i propositi, riassumendo i pensieri e quelle ispirazioni che ci ha dato il Signore in questi giorni santi che abbiamo trascorso insieme; poi pregare per avere la perseveranza. Da oggi a un altro corso di esercizi passerà all'incirca un anno, un anno di spiritualità. Così come uno procede negli studi quando è giovane, va avanti di anno in anno finché arriva alla meta, alla laurea, al diploma, secondo gli studi fatti, così andiamo avanti nella spiritualità, nella virtù, nella perfezione, di anno in anno, finché arriveremo alla meta in Paradiso. La verità della vita eterna beata è la verità più consolante della religione nostra; mentre, al contrario, la verità più dura è l'esistenza dell'inferno. La realtà del Paradiso è una realtà di fede, una verità che dobbiamo credere in modo assoluto e della quale Gesù ci ha parlato più frequentemente nel santo Vangelo: « Ibunt justi in vitam aeternam »: i giusti andranno alla vita eterna (Mt 25,46). In quel giorno fortunato ci saranno tutti i giusti, le anime elette, precedute da Gesù, il quale porterà il segno della redenzione, la gloriosa sua croce, e s'intonerà l'inno alla Santissima Trinità. Gesù, Maria, gli Apostoli, e poi tutti i Padri, i Confessori, i Vergini, i buoni in sostanza, tutti si troveranno all'ingresso di quella eterna felicità, in quella città nuova, la Gerusalemme celeste fabbricata da Dio, per Dio e per tutti i suoi figli fedeli. Che cos'è il Paradiso? È il premio per chi ha fatto il bene, è il premio e nello stesso tempo la mercede. Chi lavora nella settimana, al sabato va a prendere la sua paga,

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oppure va alla fine del mese a prendere il suo stipendio. Sì, arriva il giorno in cui tutto il bene sarà ripagato, tutto sarà ripagato, tutto sarà ricompensato. Il Paradiso è la corona della giustizia. Dio, infinitamente fedele, ha promesso un premio stragrande, cioè un premio che è veramente sproporzionato ai meriti. « Avrete una misura abbondante, una misura colma, una misura pigiata, una misura traboccante» (Lc 6,38). Gesù ha adoperato questi quattro aggettivi per farci comprendere quale sarà la felicità del cielo. Una misura piena, perché tutto il nostro essere sarà già soddisfatto nei desideri e nelle sue facoltà, non mancherà nulla. Una misura, la quale sarà pigiata. Quando si vuole far stare più roba in un sacco la si pigia. Cioè una misura, la quale è data da Dio, è data secondo la sua bontà che è infinita. Il Signore darà di più di quel che avremo meritato. Non darà più castigo di quello che i cattivi hanno meritato; ma darà più premio ai giusti che hanno invece fatto il bene. E Gesù Cristo ci premierà coi suoi meriti, perché saremo noi la sua vittoria, il suo trofeo. Misura, la quale è colma, è misura traboccante, cioè che riversa da ogni parte. Chi è stato apostolo ed ha salvato delle anime, se le troverà vicino a sé. « Gaudium meum et corona mea » diceva san Paolo ai suoi fedeli; cioè sarete la mia gioia in Paradiso, il mio gaudio, la mia corona (Filip 4,1). Dio è fedelissimo e giustissimo, infinitamente giusto e infinitamente fedele. Che cos'è il Paradiso? Il Paradiso è il luogo dove si radunerà il meglio dell'umanità, il meglio degli uomini. Come l'inferno è il fuoco della Geenna, dove si bruciano i rifiuti, così il Paradiso è la raccolta, l’abitazione di tutto ciò che vi è di più bello, innanzitutto Dio. Nella casa del Padre vi sono tanti posti preparati, i posti che Gesù Cristo ha disposto per ognuno di noi. Di che cosa disporrà? Di un luogo, un premio e quel premio ci aspetta, è là, e non può essere occupato da nessuno. Lo abbiamo già là preparato da Gesù Cristo stesso che ha detto: « Vado a prepararvi il posto » (Gv 14,2). Basta essere fedeli. Lassù

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c’è Dio, l’abitazione di Dio, Gesù Cristo, la sua SS. Madre, la Vergine delle vergini, Maria la nostra madre, la nostra maestra, la nostra regina; gli Apostoli, tutti gli apostoli che hanno lavorato a fondare la Chiesa, diciamo così, e tutti gli apostoli che si sono succeduti nei tempi, e che hanno continuato a lavorare per portare le anime al cielo. Lassù il meglio dell'umanità: i martiri che hanno professato la loro fede e il loro amore a Dio e l'hanno testimoniato col sangue; numero stragrande, martiri di tutti i secoli, non escluso il tempo presente. E vi saranno i religiosi, i vescovi, i confessori, i papi, tutte le anime consacrate a Dio: il meglio dell'umanità. Quelle anime che vivevano di ideali santi e che hanno sulla terra operato il bene, ora nascostamente, ora in opere pubbliche, e si sono santificate. Solo in Italia ci sono centocinquantamila suore. Pensare che il meglio dell'umanità si radunerà lassù; tutti i vergini, e i membri degli Istituti Secolari. Lassù ci saranno i santi tutti, gli uomini retti, quelli che hanno amato il prossimo e hanno fatto opere buone di carità; quelli che furono docili alle autorità, docili all'obbedienza; quelli che hanno santificato il santo nome di Dio, che hanno osservato i voti, le promesse del battesimo; quelli che son vissuti in castità, che hanno rispettato il prossimo nella fama e nella roba, negli averi e nella persona; quelli che sono stati santi nell'interno prima, e santi nell’esterno. Lassù i bambini morti dopo il battesimo. Che schiera! Lassù i vergini col loro abito particolare e col canto loro riservato. Tutto ciò che ha di eletto l'umanità, sarà raccolto lassù. Nessun peccato entra là dentro, e nessun peccatore può entrare se non si è convertito. Bisogna che noi pensiamo spesso al Paradiso. Sopra di noi sta il cielo che sembra avvolgere la terra; quel cielo azzurro ci ricorda il Paradiso. Quando di notte il cielo appare stellato, pensare: ecco sono tutte stelle lassù; non le stelle che possono scoprirsi col cannocchiale, ma le stelle celesti, il firmamento dei santi. Perciò noi abbiamo da ricordare che il Paradiso è qualche cosa che non è possibile

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immaginare, di cui non è possibile avere un'idea esatta. San Paolo fu elevato fino al terzo cielo in una visione beatifica, e quando ritornò in sé, e fu interrogato dai fedeli sulla visione avuta del Paradiso, egli rispose: « Quel che occhio mai non vide, né orecchio mai udì, né cuore umano ha potuto gustare, questo Dio ha preparato a coloro che lo amano » (1 Cor 2,9). Sì, sono poca cosa le consolazioni che si hanno sulla terra e non hanno paragone con quelle che Dio ha preparato di là, ai suoi figli fedeli. E da notare anche che chi si fa santo ha un premio; ma chi si santifica esercitando anche l'apostolato ha due premi. Colui che fa il bene e nello stesso tempo insegna il bene, ha un premio duplicato. Tutto l'essere sarà soddisfatto, perché la nostra mente sarà fissa in Dio. Ci sarà la visione beatifica. Adesso crediamo a Gesù nell'ostia santa, allora lo vedremo com'è: «Videbimus eum sicuti est » (1 Gv 3,2), perché il Signore allora effonderà una luce particolare che non abbiamo sulla terra. Qui crediamo, là vedremo. Qui crediamo al mistero della Santissima Trinità e qualche volta noi avremmo il desiderio di capirne qualche cosa; lassù ci sarà quel lume di gloria per cui vedremo il mistero come esso è. Così tutte le altre verità della fede. Il premio della fede sarà la visione di Dio e di tutto quello che Dio ci mostrerà. La nostra mente, per quante cose voglia conoscere, tutte le conoscerà, sarà pienamente soddisfatta in proporzione ai meriti. Si possederà Dio. Quel Gesù che avete nel cuore adesso dopo la comunione, il Dio della felicità, il Dio che ci ha creato, il Dio che ci assiste e regge il mondo, lassù lo vedremo e lo possederemo. Altro che le ricchezze che ci lasciano in morte, le quali sono destinate a rimanere ad altri! I meriti, ognuno se li porta appresso; la grande ricchezza è il merito; perché il Paradiso è una mercede, come ho detto, e questa mercede è in proporzione dei meriti. Sì, ogni opera buona merita un premio. Il Signore pagherà tutto quel che sarà fatto secondo la

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sua santa volontà, come un signore quando ordina un lavoro oppure una merce. Se il lavoro è fatto e la merce viene consegnata, un signore buono paga; così il Signore paga tutto quello che è fatto secondo l'ordine che ci ha lasciato, cioè secondo i comandamenti. Non lascerà nessuna cosa senza premio; neppure un bicchiere d'acqua dato a un povero per amor di Dio sarà senza premio; neppure un desiderio buono. Quanti desideri buoni si hanno e non si possono realizzare! Si vorrebbe salvare tutto il mondo, ma com'è scarsa la nostra attività, com'è ristretta. I1 Signore, però, vede anche i nostri desideri. Si vorrebbe liberare ogni anima del purgatorio e vuotarlo. Il desiderio è santo e il Signore premia anche i desideri, i pensieri santi, e gli atti di fede che si son fatti nell'interno. Godremo Dio, un gaudio pieno di cui sulla terra non si ha nessun paragone, perché è la stessa felicità di Dio. Non una felicità per Dio; no, la stessa beatitudine di Dio la godremo nella misura in cui saremo capaci. Quando si è fatta la comunione, si ha proprio Dio nel cuore, la vita eterna in noi; ma lassù avremo proprio la felicità di Dio. E come ora possediamo Dio dopo la comunione, così avremo il gaudio di Dio quando saremo lassù, la stessa felicità. In Paradiso vi è un'uguaglianza fra tutti i santi, fra tutti i beati? No, il premio è secondo i meriti. Vi è chi muore dopo il battesimo: è salvo, va in cielo. Si è così sicuri che sia salvo il bambino che ha ricevuto il battesimo e non è ancora giunto all'uso di ragione e quindi non ha peccato; anche se non lo si può mettere sugli altari per onorarlo, i familiari possono pregarlo. I bambini che sono passati da questa vita all'altra dopo il battesimo e prima di aver raggiunto l'uso di ragione, possono essere invocati perché assistano i vivi, i membri viventi della famiglia. Poi vi sono i grandi apostoli che hanno consumato la vita per Gesù Cristo. Pensate a san Paolo che ha percorso il mondo e ha cercato di raggiungere tutti i popoli che allora si conoscevano. E dove non ha potuto arrivare con la persona, è arrivato col desiderio. Tutti i popoli nel suo

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cuore, perché per tutti desiderava la salvezza. Ciascuno riceverà il premio secondo le sue fatiche. Non stancatevi di fare il bene, mai. Alle volte ci sembra di far troppo. Vi sono persone che lasciano sfuggire tante occasioni di bene, e vi sono persone che sono molto attente e delicate per prendere tutte le occasioni per guadagnare merito. Vedete quanto pregano, vedete quanti atti di virtù, di umiltà, di dolcezza, quanta fedeltà nel loro dovere, quanta attività nell'apostolato; vedete, in sostanza, quanto è industriosa la loro vita. Nulla va perduto, nulla cade a terra. Vi è un occhio che tutto vede: è l'occhio di Dio; vi è una mano che tutto scrive: è la mano di Dio, che tutto nota nel libro della vita che ci sarà aperto al giudizio; vi è un orecchio che tutto sente, sente anche i battiti del cuore: è l'udito di Dio. Quindi un occhio che tutto vede, una mano che tutto nota, un udito che tutto sente: niente viene dimenticato. Ho detto già che vi sono dei martiri, diciamo, quotidiani. Anime che soffrono, che si sono offerte vittime, che hanno accettato in silenzio tutte le loro croci, tutte le loro lotte interne o esterne. Il mondo non può conoscere quello che passa in quelle anime; il mondo è cieco e corre dietro a cose vane e non afferra quello che è sostanzioso, quello che vale. Povero mondo! Ma quelli che hanno lo spirito di Dio percepiscono il valore del merito e si impegnano, si immolano; non rifiutano la croce, e magari la critica, la mormorazione. Essi accompagnano il Maestro Gesù sia nella vita privata, 30 anni di esercizio di virtù domestica, sia nella vita pubblica, cioè nell'apostolato, sull'esempio dei tre anni di predicazione di Gesù. Accompagnano anche Gesù nella vita dolorosa e cioè nell'ultima settimana della sua vita terrena, e ancora nel silenzio della tomba. Accompagnano anche Gesù nella sua vita eucaristica: anime che vivono la giornata eucaristica, la cominciano al mattino con la comunione e la Messa e sentono di portare Gesù nel loro cuore, in mezzo alle occupazioni, in mezzo alla confusione delle persone con cui devono trattare. Sì, sono

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pissidi che portano Gesù. La pisside o il raggio contengono l'ostia santa e queste anime sono come tabernacoli, pissidi raggi; il loro cuore è così, e lo sentono; poiché se anche si consumano le specie eucaristiche rimane Gesù; rimane la Santissima Trinità. « Templum Dei estis »: siete la Chiesa di Dio (1 Cor 3,16). Ineguaglianza di merito e ineguaglianza di gloria, tuttavia ciò che in cielo consola e rende felici tutte le anime è che il loro gaudio non avrà fine, è eterno. Vi è l'eternità dolorosa dell'inferno e vi è l'eternità felice, gioiosa del Paradiso. Nessuna tentazione di là, nessun pericolo di poter andar via, di commettere peccato. Si è confermati in grazia e in gloria. Allora, alzare spesso lo sguardo al cielo. Pregando per parecchi anni, quasi tutti i giorni, con un sacerdote, mi accorsi che quando apriva il breviario si arrestava un poco, sempre guardava il cielo, indirizzava le sue intenzioni, perché la sua preghiera andava lassù: « Dirigatur oratio mea sicut incensum in conspectu tuo »: a te levo la prece come incenso (Sal 140,2). Iniziava la preghiera per la gloria della Santissima Trinità. Ora quel sacerdote è molto vecchio e la sua preghiera abituale, che ho sentito anche poco tempo fa è: « Gloria Patri et Filio et Spiritui Sancto ». Sempre la nostra preghiera sia diretta alla gloria di Dio e alla nostra felicità, perché noi glorificheremo Dio e Dio glorificherà noi, e per mezzo della nostra gloria lo glorificheremo in eterno, cantando con gli Angeli: Sanctus, sanctus, sanctus. Oh! quei beati cori angelici ci aspettano, ci aspettano i Santi in Paradiso! Cosa occorre allora? Ho già detto: fede profonda, sempre più profonda. Secondo: fedeltà nell'osservanza dei comandamenti e dei consigli evangelici. Terzo: amore a Dio, aumentare sempre la grazia di Dio in noi. Quarto: santificare il corpo stesso, perché avrà da risorgere ed essere compagno nella gloria dell'anima; santificarlo per mezzo dell'apostolato e per mezzo della mortificazione. Non dare al corpo tutto ciò che chiede, dargli quello che è giusto: il giusto riposo, il giusto nutrimento; ma non dargli quello

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che è proibito, perché non deve comandare all'anima. Il corpo deve essere trattato, dice san Francesco di Sales, come un buon figliolo, ma un figliolo che si fa star buono e a cui non si dà tutto quel che pretende. E santificare il corpo anche con l'apostolato, che è fatica. Ma quella lingua che parla per Dio, quelle mani che operano per Dio, quei passi che si fanno per Dio e per le anime, Dio li conta; tutto sarà ricompensato, e saremo sempre col Signore felici in eterno. Coraggio, nessuno si fermi. San Paolo lo attestava: « Cursum consummavi, fidem servavi »: ho fatto tutto il mio cammino, tutto ciò che voleva da me il Signore, ora la corona di giustizia che ho meritato, la corona che il Signore darà a me e a tutti coloro che lo amano e lo servono bene (2 Tim 4,7). End- Meditazioni per consacrate secolari 36. L’obbedienza

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L'OBBEDIENZA

Questa mattina dobbiamo trattenerci sopra l'obbedienza. L'obbedienza può essere considerata come virtù, come voto e come spirito di obbedienza. Come virtù: in tutte le cose ci può essere l'obbedienza; come spirito, ancora più ampiamente, perché comprende la docilità; e come voto, invece, essa è un mezzo per acquistare la virtù. Col voto si ha il merito di tutto quel che vien fatto in spirito e in obbedienza. In quanto alla mancanza del voto, poi, è rarissimo che, per l'obbedienza, si manchi, si pecchi. Bisogna distinguere subito l'obbedienza: a chi? L'obbedienza può essere: obbedienza civile, nel caso di un insegnante che faccia scuola; ci può essere l'obbedienza religiosa, che è quella che riguarda L’istituto, perché chi fa la Professione è religioso; ci può essere invece, l'obbedienza semplicemente cristiana, che è quella, supponiamo, di un figlio verso i suoi genitori. Può esserci l'obbedienza in tante cose, quindi. Obbedienza al confessore, obbedienza ai genitori, obbedienza ai superiori dell'Azione Cattolica, quando uno ne è membro; obbedienza in un istituto, supponiamo, quando uno è in pensione, o fa parte dell’istituto; obbedienza alle leggi civili; obbedienza anche alle leggi stradali; obbedienza, poi, negli impieghi; oppure se uno è in una fabbrica, al capo della fabbrica; se uno è in un impiego, al capo ufficio. E così l'obbedienza può essere vastissima, si può dire che abbraccia tutta la vita. Prima ho parlato dell'obbedienza al confessore. Vi sono dei casi in cui bisogna davvero obbedire, e vi sono molti casi invece in cui è solo un consiglio. Facciamo un esempio. Se il confessore ti dice di fuggire una determinata

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occasione, causa di peccato, di evitare quella persona, bisogna che tu fugga quell'occasione. Allora si è tenuti all'obbedienza. Un altro caso che non vi riguarda, ma serve a spiegare, è questo: Se uno avesse rubato e gli venisse detto di restituire, deve obbedire; se non obbedisce, non è assolto, non è perdonato il suo peccato: « Non remittitur peccatum nisi restituatur ablatum », dice un principio di morale. Poi l'obbedienza al confessore o al direttore spirituale, può estendersi anche, in certi casi almeno quando si tratta di decidere la propria vocazione, quando vien detta una parola che è definitiva. Tuttavia non è proibito, anzi può essere saggio, che una persona ancora titubante, dopo la parola del confessore, del direttore spirituale, voglia consultare un altro sacerdote. L'obbedienza al confessore può anche estendersi di più. Qualche persona è arrivata a fare il voto di obbedienza al confessore. Questo sia rarissimo, perché può implicare questioni e difficoltà, per cui è meglio semplicemente obbedire e non impegnarsi con il voto. Tanto più se uno si impegnasse in una cosa che non è neppure lecita, come quella di fare il voto di non cambiare confessore. Questo non si deve fare. Obbedienza ai genitori in quello che spetta ad essi. I genitori possono disporre dei loro figlioli; non possono disporre del loro avvenire in generale, ma nelle cose ordinarie, nei lavori di casa e in quello che riguarda il buon andamento familiare. Obbedire ai genitori e ai tutori in mancanza dei genitori. Lo scolaro deve obbedienza alla maestra. Quando si appartiene all'Azione Cattolica, si deve prendere l'indirizzo che viene dato. O si è membri, oppure non lo si è. Se non ci si sente di assecondare l’indirizzo che viene dato, è meglio dimettersi, altrimenti i superiori non possono disporre, dare ordini, per esempio, per ciò che riguarda l'argomento principale che si deve trattare nell'anno. Tuttavia non si può determinare con facilità fin dove si estende l'obbedienza in tale campo- è sempre assai difficile stabilire dei limiti, dei confini. Poi l'obbedienza alle autorità civili. Vi sono delle cose

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in cui bisogna assolutamente obbedire. Se vien disposto qualche cosa di ordine pubblico, di vantaggio pubblico. vi entra anche la coscienza. Ad esempio, oggi si parla spesso di leggi stradali, di codice stradale; se si passa sopra con noncuranza a ogni ordine che vien dato, si mette a rischio la propria vita e quella degli altri. E quindi vi sono disposizioni che obbligano in coscienza. Così vi sono disposizioni che riguardano i tributi. La Scrittura dice: « Date a Cesare quel che spetta a Cesare, date a Dio quel che spetta a Dio » (Mt 22,21). A chi si deve dare il tributo, date il tributo. Si potrà dire qualche volta che si sembra esagerati. Vi sono leggi che obbligano in coscienza e altre che non obbligano proprio in coscienza; ma per queste ultime bisogna essere poi disposti a subire la pena, se non si eseguiscono. Poi l'obbedienza negli uffici, negli impieghi. Siccome si è pagati, si è obbligati a fare, per giustizia, si deve obbedire. E cioè fare quello che è ordinato, occupando il tempo, eseguendo i lavori assegnati, perché si ha una giusta retribuzione. Quanto poi all'obbedienza religiosa come membri dell’istituto, che cosa bisogna dire? Tutte le volte che si opera secondo L’istituto, le Costituzioni, secondo quanto è stabilito nello Statuto, si acquista sempre il merito dell' obbedienza. E quando ci sarebbe peccato a disobbedire? Quando il superiore comandasse in virtù di santa obbedienza, il che è rarissimo. Allora si sarebbe tenuti a obbedire proprio sotto pena di peccato, in forza del voto: negli altri casi la disobbedienza non costituisce peccato contro il voto. Perciò non so quante volte potrebbe accadere che si pecchi contro il voto per aver disobbedito. Noi però non stiamo troppo a distinguere tra voto e virtù, e quindi obbligo stretto e obbligo non stretto; siamo generosi. Il Figlio di Dio si è incarnato, è nato dalla Vergine, « erat subditus illis »: obbediva a Maria, obbediva a Giuseppe, ecco. Obbedì a Maria fino ai trent'anni. Avviene molte volte nel mondo che i giovani, le

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giovani, arrivati a una certa età pretendono la piena indipendenza. E la virtù? Certo i genitori non possono né opporsi quanto alla vocazione, né imporla. Qui vi è il diritto naturale di ogni figliolo, di ogni figliola, ad essere liberi nella scelta dello stato. Tuttavia occorre prudenza. Se l'opposizione dei genitori fosse decisa, ostinata, si può sempre dire a una figliola: « Parti da casa per seguire la tua strada ». Vi sono però le leggi civili, quindi occorre osservare sempre la virtù della prudenza. E aspettare che abbia compiuto i 21 anni, ad esempio. Quanto invece all'obbedienza in generale, Gesù ha obbedito sempre: « Quae placita sunt ei facio semper », io faccio sempre ciò che piace al Padre celeste (Gv 8,29). Quando però si trattò della sua vocazione, Gesù a dodici anni restò nel Tempio e lasciò che partissero i suoi genitori. Aveva fatto così per obbedienza al Padre. Egli doveva un giorno predicare, Maestro dell'umanità; doveva prima dare un saggio. « Non sapevate che io mi devo occupare delle cose che riguardano il Padre mio? » (Lc 2,49). Essi non capirono. I genitori molte volte non capiscono. Spesso i genitori sono dei pessimi consiglieri riguardo alla vocazione, com'è scritto nella « Teologia della perfezione ». Per dare consiglio bisogna innanzitutto che uno capisca bene la materia in cui consiglia. Ma i genitori capiscono i problemi del matrimonio, non quelli della vocazione religiosa, né del sacerdozio, né dello stato religioso, né degli Istituti Secolari. Quindi non possono consigliarci nel caso che si debba decidere. In secondo luogo per dar consiglio, bisogna essere disinteressati; ma quando è che i genitori sono proprio disinteressati? O per l'ambizione, o per necessità di famiglia, o per il guadagno o altre ragioni, è difficile che siano del tutto disinteressati; bisognerebbe che fossero molto santi. E poi, in terzo luogo, bisogna che amino davvero, che amino soprannaturalmente. E cioè desiderare che il proprio figliolo, la propria figliola, compia il volere di Dio per andare in Paradiso, che faccia ciò che vuol Dio

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da lei, da lui. I genitori dovrebbero cioè guardare prima di tutto al bene spirituale, al bene eterno, soprannaturale, dei propri figli. Non tanto spesso si trovano i genitori così cristiani da ragionare in tale maniera. Allora è necessario che si vada da un consigliere che sappia, che sia disinteressato e che veramente cerchi il bene eterno della persona a cui consiglia una cosa o un'altra, una strada o l'altra. Gesù obbedì, quando ritornò a Nazaret; aveva già dato un saggio della sua vocazione, e là cresceva in sapienza, in età e grazia. « Erat subditus illis »: obbediva a Maria e a Giuseppe. San Giuseppe fu molte volte maestro di Gesù, nell'insegnargli il lavoro, come piallare, come usare il martello, come segare. Giuseppe invitava Gesù a cominciare la preghiera, ad andare al sabato alla sinagoga, o partire per Gerusalemme per i grandi pellegrinaggi. Giuseppe comandava, Gesù obbediva, ecco. Ma era il Figlio di Dio, non sapeva determinarsi? Oh, sì, che lo sapeva, era di certo infinitamente più sapiente di Giuseppe. Giuseppe poteva molte volte sbagliare anche il comando, ma Gesù obbediva, e obbediva sempre e in tutto, si capisce, meno in quello che fosse stato peccato. Questo però non avveniva, perché Giuseppe comandava con coscienza. Giuseppe si trovò alle volte anche in gravi difficoltà; e tuttavia sempre chinava il capo e rispondeva alle ispirazioni e al volere di Dio, in tutto. Quando poi a trent'anni venne il momento di esplicare la sua vocazione e di entrare nella vita pubblica, Gesù partì da casa; e nonostante la madre fosse sola, perché san Giuseppe era già passato all'eternità, la lasciò. Allora la madre si mise a seguire Gesù, ad ascoltare la predicazione e a metterla in pratica. Ed era una esemplare uditrice. Dice uno scrittore che siccome il Vangelo è un Vangelo di perfezione, gli uditori potevano guardare Maria come operava, come ascoltava la parola di Dio e avere un esempio di come la parola di Dio, la parola di Gesù, doveva essere messa in pratica.

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Così nella passione Gesù obbedì e disse: « Sia fatta la tua volontà, non la mia »; morì nel momento preciso che il Padre aveva stabilito. Anche Maria fu obbediente. Si trovò in un momento difficile. Sì. Ella fu preservata dal peccato originale- avendo acquistato l'uso di ragione molto presto si era già consacrata a Dio, con il voto di castità, di verginità. Ma quando l'Angelo le propose di accettare quel che Dio voleva e cioè che fosse la madre del Salvatore, si trovò in un'incertezza: il voto di verginità e la proposta di diventar la Madre del Salvatore. E allora volle una spiegazione. Dio seppe bene conciliare una cosa con l'altra: Maria sarà vergine e madre insieme. Privilegio unico al mondo: la verginità più perfetta e la maternità più alta. Ma questo è eccezionale, come è eccezionale che uno sia santificato prima della nascita, o che sia preservato dal peccato originale come fu Maria, l’Immacolata. Come dev'essere l'obbedienza nostra? Sapendo che facendo il voto di obbedienza non fate altro che aumentare i vostri meriti, è tanto facile, non fate altro che i vostri doveri, perché dei comandi in virtù di santa obbedienza forse non ne riceverete mai nessuno. Io ne ho dato uno solo in tanti anni. Oh, allora avete solo da guadagnare, da arricchire; perché se l'obbedienza senza voto è d'argento, la medesima obbedienza col voto diviene oro: ecco la diversità. È sempre obbedienza, ma raccoglie due meriti. Supponete che abbiate presentato il regolamento di vita, ad esempio, con l'orario in cui andate a Messa. Fate un merito perché andate alla Messa, e fate un altro merito perché fate l'obbedienza andando alla Messa alle sette, supponiamo, come avevate proposto e come era stato approvato. Il cristiano semplice fa solo un merito ancorché vada a Messa, magari come una di voi. Sempre per voi importa il doppio merito: è come vivere due volte, guadagnare i meriti doppi; come se invece di dieci anni, uno ne vivesse venti. Dunque, essere santamente industriose, essere come le vergini prudenti: E non si trovi duro il far

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approvare un orario di vita, perché c'è tutto il vantaggio. Del resto ci sono tanti sacerdoti che non sono membri di Istituti Secolari, i quali proprio per guadagnare il doppio merito si sottopongono all'obbedienza volontariamente, facendo approvare il proprio orario e poi facendo approvare le disposizioni che riguardano anche le amministrazioni, al fine di guadagnare dappertutto il doppio merito. Che grazia aver conosciuto gli Istituti Secolari! È una grazia grande per la vostra vita, unica nella vostra vita. Riconoscenza al Signore. Riconoscenza anche al Papa che ha elevato la vita religiosa a questo punto: vita consacrata anche vivendo la vita in famiglia, fuori della vita comune, in abito ordinario; e moltiplicare i meriti, pure vivendo nella propria famiglia, pur esercitando il vostro apostolato, tutto il vostro apostolato. Appunto perché l'avete detto in questi giorni, l’avete sottoposto all'approvazione, quell’apostolato guadagnerà il doppio merito. Come dev'essere l'obbedienza? L'obbedienza deve essere interna ed esterna. L'obbedienza interna, cioè con la mente, acconsentire col pensiero, non giudicare, non condannare. « Non giudicate e non sarete giudicati » (Lc 6,37). L'obbedienza semplice, volenterosa, interiore, soprannaturale. E poi obbedienza esterna: mettere l'impegno perché le cose riescano bene. Se una cosa è disposta e la si accetta con buona volontà, ci si mette l'impegno e riuscirà meglio. Le cose fatte solo per timore, o perché si è veduti, o per il pericolo di una osservazione, di una sgridata, guadagnano poco. Ma quando sono obbedienze accettate volentieri, con la sottomissione della volontà e del cuore, e ci si impegna perché le cose riescano bene, allora ad ogni istante aumentiamo i meriti, perché noi operiamo tutto il giorno. Sottoponendo all'approvazione l'orario, allora anche il riposo è fatto ;n obbedienza, anche il cibo lo si prende in obbedienza. Perciò questo merito si estende a tutto. Guardare sempre a Gesù obbedientissimo, a Maria obbedientissima, a Giuseppe obbedientissimo, a san Paolo obbedientissimo. San Paolo aveva deciso di andare a

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predicare in Bitinia e aveva fatto molta strada e si era preparato con la preghiera, col sacrificio. Ma lo Spirito di Gesù non lo permise. Obbedienza anche nel lasciare il bene che il Signore non voleva che in quel momento facesse. E allora poi il Signore in premio della sua obbedienza lo avvertì di notte per dirgli dove invece doveva andare. «Oltrepassata la Nisia, scese a Troade. Durante la notte ebbe una visione: gli apparve un Macedone che lo pregava dicendo: Vieni in Macedonia, aiutaci » (At 16 6-9). Allora san Paolo capì bene quale era l'ordine di Dio, io eseguì e il bene che ne derivò fu grande; molte persone si convertirono per la sua predicazione. Oh, se avete sempre fatto la volontà divina, ogni vostra opera sarà pagata bene al tribunale di Dio! L'obbedienza sia fatta come dice la preghiera del Padre nostro: « Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra »; che vuol dire: che io faccia la volontà di Dio bene, come la fanno bene gli Angeli del Paradiso, con ogni impegno. Consideriamo che il Signore ha messo questa domanda al centro del Padre nostro, perché l'obbedienza deve essere come il centro, la guida della nostra vita. Persone che giudicano, condannano, si scelgono il loro ufficio, i lavori, i compiti, anche il modo di farli sotto il pretesto di avere una personalità! La personalità nostra, se vogliamo che sia sublime, è il Cristo; personalità in Cristo: prima cristiana, poi religiosa; Gesù Cristo aveva la sua piena personalità, ma sempre ha fatto la volontà del Padre celeste: « Faccio sempre quello che a lui piace » (Gv 8,29). E questa è la più alta personalità: la conformità nostra al volere di Dio, la conformità nostra a Gesù Cristo stesso: « Conformes fieri imaginis Filii sui », dice san Paolo (Rom 8,29). Meditazioni per consacrate secolari 37. La preghiera per l’anima Apostolica

 

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