L’emozione ci aveva prese ed ho visto poi tanti occhi lucidi. Quale immensa grazia ci concedeva il Signore, ma anche quale responsabilità questo essere le sue Annunziatine!
Don Amorth per tutte noi gli ha dato un bacio.
Ecco, è bene ch’io vi dica queste cose, perché sì noi lo amiamo il Primo Maestro, ma l’amore di tutte noi non vale certamente tutto quello che Egli ci porta.
Il Paradiso ormai ce l’ha lì, a due passi, più vicino di quell’ascensore che non riusciva più a raggiungere da solo, con le sue membra.
Ricordiamo il suo motto: Paradiso. Nelle sue parole, nelle sue meditazioni, sempre, sempre, questo anelito al Paradiso. Scolpiamola sul nostro cuore questa parola e facciamone di essa un comune impegno concreto.
Il Paradiso, volere a tutti i costi il Paradiso. Egli lo desiderava, lo chiede per tutte noi e non scandalizziamoci se vi confesso che la volta che l’ho visto più contento della mia vita è stato nei momenti per me di enorme sofferenza.
Gioiva della mia sofferenza, perché in essa intravvedeva particolarmente la via al Paradiso.
Preghiamo per Lui, rendiamoci degne testimoni del suo esempio, attive ed oranti come Lui, la cui vita è ad imitazione della Cristo, fino agli estremi confini dell’accettazione della Croce, per l’espansione del Regno di Dio in terra, secondo l’anelito di S.Paolo: “ Guai a me se non evangelizzo! “
Gianna

Care amiche,
è mio desiderio realizzare un'idea che da troppo tempo ho in mente: una serie di articoli, (abbiate pazienza se uso una parola del gergo giornalistico, ma in questo momento non ne trovo una diversa!) che aiuti me e voi a comportarci come si conviene ad una Nunziatina in gamba, nella società così poco educata del mondo di oggi.
Capitemi bene: non ho davvero alcuna pretesa di insegnare l'educazione o il galateo a voi. Per prima io, mi sento in proposito così informe e caotica da sentire solo il prepotente desiderio di agire bene con quel mio prossimo nel quale solo devo vedere le sembianze del Cristo. Ed è per Cristo che dobbiamo agire; è con Cristo che dobbiamo camminare, è a Cristo che dobbiamo conformarci in questa vita terrena.
Alla parola galateo un piccolo dizionario scrive: titolo di un libro di Monsignor Della Casa, nel quale si insegnano le buone creanze. Mamma mia, direte voi, vuoi vedere che questa viene a dirci quand'è che a tavola s'adopera la forchetta o il cucchiaio, oppure se è il caso di toglierci o meno i guanti quando ci presentano una persona! No, no, niente di tutto questo. Qualcosa di molto semplice, di meno puerile, che abbia come fine la formazione di una mentalità educata di noi donne consacrate nel mondo.
Con Dio, col nostro prossimo, con noi stesse come ci comportiamo? Innanzitutto mi pare ci debba essere nel nostro modo di fare sempre retta intenzione, semplicità, correttezza; ma tutto condito dalla carità senza di che anche il miglior manierismo si ridurrebbe a superficialità, ipocrisia, mondanità.
Ognuna di noi svolge nella società una professione. Ed è nel compimento cristiano dei doveri della professione che sta il mezzo per santificarci. Quando nel lavoro ci comportiamo bene, ciò torna a vantaggio non solo nostro, ma anche di tutti i colleghi che svolgono identica attività. E' Dio solo che sa leggere nei cuori; l'uomo purtroppo giudica dall'esterno. Quando mi muovo, agisco, parlo, non sono soltanto io quella che viene giudicata, ma con me tutte le persone che si muovono, agiscono, parlano entro la cerchia in cui vivo. Quindi, mettendo da parte per un po' il segreto d'appartenenza ad un Istituto Secolare, segreto che non sempre è possibile mantenere, non perché lo sveliamo, ma perché lo svela la nostra condotta, ci pensiamo che il nostro comportamento è quello da cui deriva o la stima o il danno per le amiche dell'Istituto e per l'Istituto stesso? Ci vuole del tempo. e tanto, per conoscere l'animo di una creatura.
Ed oggi, soprattutto oggi, gli uomini di tempo non ne hanno più. Così, con la massima faciloneria si giudica una persona e dalla persona un Istituto, anche da un solo incontro. Purtroppo è così. Correttezza interiore quindi, ma che dia vita anche ad una logica, morale, giusta correttezza esteriore. In fondo anche qui non dobbiamo far altro che imitare Gesù, il quale come ci insegna S. Paolo: « ha amato e si è sacrificato per la Chiesa, affinché fosse senza macchia e senza imperfezione ».
La gentilezza e la cortesia, soprattutto in una donna, lasciano sempre l'eco di un'ottima impressione.
Non è detto che il frutto positivo o negativo del nostro apostolato dipenda da ciò, ma può avere però la sua importanza. Guadagnare anime a Dio, lo sappiamo bene, è compito difficile. Un gesto garbato, una parola buona, un sorriso potrebbero comunque diventare il gradino sufficiente ad una creatura lontana da Dio per giudicare e chissà, per vivere quel Cristianesimo che non vuol accettare né per sé né tantomeno lo vuol credere realizzato negli altri.
A risentirci, amiche, alla prossima circolare. E... buon galateo!
In Gesù e Maria.
Gianna

Carissime amiche,
eccoci di nuovo all'appuntamento per la consueta chiacchierata tra noi. Un mese è passato e ringraziamo Iddio d'averlo ben trascorso in Lui. Ed è a proposito dei nostri « grazie », che spesso diciamo tanto male al Signore, che ricordo la conversazione avuta tanti anni fa con un giovane soldato protestante inglese. Mi diceva che i cattolici non sanno dir grazie a Dio del bene che Egli vuole ai suoi figli. Io non so ancora né potrei giurare della verità o meno di un tale giudizio sulla nostra religione. Mi accennava così una preghiera serale che era solito dire: « Ti ringrazio Signore del giorno in più, del giorno in meno ». Il significato dovrebbe essere un grazie per la giornata in più vissuta sulla terra al fine di meritare la vita eterna, ed un grazie per il giorno in meno che rimane da vivere e che avvicina all'eternità in Lui. Una preghiera, come si sente, molto semplice.
La semplicità è una virtù tra le meno magnificate, ma tra le più belle. In spirito di semplicità dovremmo stare sempre e ovunque, col Signore, col nostro prossimo, con noi stessi. Semplicità che è sinonimo di carità, di intelligenza, di distinzione, di nobiltà d'animo. Impariamo questa virtù da Gesù e poi dai Santi, primo tra tutti S. Francesco.
Gesù era semplice? Il Vangelo non usa esplicitamente per Lui questa parola; ma Egli era un uomo semplice perché lo vediamo preferire le creature più umili, entrare nelle case dei più poveri, avvicinare le persone più semplici, rimproverare i superbi, i sapientoni, i superficiali. Amava stare tra i fanciulli ed essi godevano di esserGli accanto. Io non ho mai visto bambini correre con slancio travolgente verso una persona superba. « Se non diverrete come loro, non entrerete nel Regno dei Cieli ».
Ha detto bene: « Se non diverrete »; non ha detto: « Dovete restare fanciulli », perché sarebbe un tornare indietro, un fermarsi, ed invece occorre progredire, farsi adulti, conquistare quella maturità che consiste nel divenire bambini.
Noi adulti siamo dei complicati, pieni di riserve mentali, difficili e diffidenti. Parliamo al nostro prossimo con affettazione, e, fosse tutto qui, sorridiamo anche forzatamente. Forse che tutto questo fa parte dei sistemi apostolici? I rapporti tra noi e Dio, tra noi e il prossimo se non sono semplici, se non sono spontanei, diventano delle buffonate rendendoci ipocriti.
La semplicità, che è poi amabilità e disponibilità gioiosa, non è virtù da usarsi solo con i Superiori, ma deve essere per tutti. Il frutto apostolico dipende molto da questo. Agire così significa rendere efficaci delle lezioni che altrimenti sarebbero troppo austere e mostrare possibili degli esempi che altrimenti resterebbero vuoti.
La semplicità è una qualità più facile a gustare che non a definire, così come è difficile definire la bellezza di un fiore o la soavitàà di una musica o la grazia di una persona dal contegno squisito.
Chi è nella semplicità è aperto, benevolo, sincero con gli altri e stargli vicino produce un senso di tranquillità e di familiarità.
La semplicità la si nota anche esternamente, nel modo di vestire, nel tenersi curati dalla testa ai piedi senza affettazione, nell'essere eleganti con modestia, nel camminare senza alterigia e senza goffaggine, nel parlare senza fretta e senza urlare.
La semplicità non è un inquietare o un rattristare gli altri. Si potrebbe dire che è insieme un miscuglio di forza e di estrema dolcezza.
La troviamo completa nella vita di S. Francesco, creatura ricca di altissimo ingegno, trascinatore di folle, conquistatore di un esercito di anime. Gli domandò un giorno Frate Masseo: « Perché a te? Perché a te? Perché a te? Perché a te tutto il mondo vien dietro? Tu non sei bello, tu non sei dotto, tu non sei nobile. Dunque come mai tutto il mondo ti viene dietro? ». E Francesco: « Perché Iddio non ha veduto tra i peccatori uomo più vile, né più insufficiente, né più peccatore di me, e però a fare quell'operazione meravigliosa la quale Egli intende di fare non ha trovato più vile creatura sulla terra... acciò che si conosca che ogni virtù e ogni bene è da Lui ». Che meraviglioso dono è la semplicità! Ma sentiamo anche in proposito il desiderio del Primo Maestro. Egli ci vuole: « spiritualmente sode, estremamente semplici e disinvolte, pronte ad ogni iniziativa, presenti ovunque per far del bene ».
Il programma è chiaro ed ha come fine la santità.
A tutte, in semplicità, ogni bene.
Vostra Gianna

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Come è nata la mia vocazione
Nulla avviene per caso nella vita di una creatura, anche se, ignorando noi “Colui che tutto governa e regge”, ci vien dato di pensare agli avvenimenti, dolci o amari, come conseguenze del caso fortuito.
Fu così che nel Novembre del 1951, Iddio volle lasciarci cadere sul capo un tragico fatto: l'alluvione del Polesine.
Ero giovane, avevo una laurea, il lavoro e tante speranze in cuore.
Il lavoro non riempiva la mia vita, cercavo qualcosa, anche se non sapevo che cosa o chi.
Non pregavo allora, nessuno mi aveva insegnato a farlo. Andavo assai di rado in Chiesa; alla S. Messa andavo solo se ne avevo voglia.
Avevo conosciuto anche un amore grande e bello; ma era finito, caduto da solo.
Vicino a casa mia abitavano dei giovani comunisti coi quali discutevo a lungo di politica, di ideali da raggiungere, di idee strampalate, proprie allora di noi giovani, usciti indenni da una guerra che in ogni casa e in ogni anima aveva lasciato profonde ferite da rimarginare.
Per spirito di contraddizione o non so ancora per cos'altro, non condividevo le idee politiche dei miei coetanei. Mi buttai con entusiasmo a lavorare in un partito democratico.
Il lavoro e l'ideale politico non mi permettevano di fermarmi molto a considerare il mio io. Se mi fossi fermata, l'ignoranza religiosa avrebbe messo in evidenza il più acuto pessimismo.
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