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CARATTERI DEGLI ISTITUTI SECOLARI

AVVERTENZA

 

Il contenuto di questo opuscolo è una conferenza che ho te­nuto ai membri dall'Istituto S. Gabriele Arcangelo, in occasione del convengo milanese svolto nei giorni 6-7 gennaio 1968.
Ho anche inserito nel testo qualche chiarimento dato nel corso della discussione che ha seguito la mia esposizione. Pubblico il presente opuscolo per utilità dei membri dei nostri Istituti di secolari aggregati alla Pia Società S. Paolo, e di quanti desiderano conoscere la consacrazione in Istituti simili.


D. Gabriele Amorth S.S.P.

PREMESSA

Avete presente quando sono nati gli Istituti Secolari. Dopo una lunga incubazione, dopo un lungo periodo di studio e di prove, sono nati nel 1947, can la « Provida Mater Ecclesia ». Quindi ventun anni fa. Non dobbiamo meravigliarci se c'è ancora qualcosa d'incerto. Certamente sono voluti dallo Spirito Santo, e la Santa Sede, con i documenti ufficiali, ne ha fissato la natura e gli scopi. Come in tutte le cose nuove, ci sono ancora incertezze; e qui riguardano il tipo di consacrazione, la natura giuridica. Che ci siano incertezze in questo campo dipende dal fatto che questi Istituti hanno ancora pochi anni di vita. Non ci deve meravigliare e non significa che ci siano dubbi su ciò che è essenziale, o instabilità sulla loro esistenza. Significa che c'è ancora tanto da approfondire. Sano così solenni le parole usate dal Papa nel « Primo Feliciter »: « Lo Spirito Santo ha chiamato a sé, per mezzo di una grazia insigne e speciale » - notate la parola speciale, qualcosa di assolutamente nuovo, che non c'era prima - « i membri di questi Istituti per permettere loro, pur vivendo nel mondo, di consacrarsi totalmente a Dio e alle anime con l'approvazione della Chiesa ».

Insisto sulle parole: « possibilità di consacrarsi totalmente a Dio e alle anime con l'approvazione della Chiesa, pur vivendo nel mondo ». E' qui la novità. Prima questa possibilità non c'era. Chi voleva consacrarsi a Dio doveva entrare in un Ordine, Congregazione o Società di vita comune. Per cui da queste parole del Papa, e da altre parole di documenti pontifici, risulta chiaramente che è una vocazione nuova; è una novità nella Chiesa. La novità sta  proprio in questo: che sia sorta una piena consacrazione, riconosciuta dalla Chiesa, ma vissuta nel mondo.
Ecco, dobbiamo renderci conto di questi due aspetti degli Istituti Secolari: da una parte piena consacrazione a Dio con i voti o con promesse simili ai voti; e in questo si avvicinano ai Religiosi. E d'altra parte, dato che vivono questa consacrazione nel mondo, il loro modo di vivere e il loro apostolato è veramente laico; e in questo si avvicinano ai laici. Ed è qui la novità. Padre Finiano dice bene: Fino alla « Provida Mater Ecclesia » la Chiesa richiedeva come condizione sine qua non per il riconoscimento di una piena consacrazione a Dio, la vita comune e la piena separazione dal mondo propria degli Istituti Religiosi. Con l'approvazione degli Istituti Secolari, Pio XII introdusse una vera innovazione: il riconoscimento di uno stato canonico dei consigli evangelici, non più nel quadro della vita comune e della separazione dal mondo, ma vissuta nel secolo (1). La novità è questa. E ricordiamo ancora una frase basilare del « Primo Feliciter », per indicare come questo stato di perfezione sia totale, uno stato completo di consacrazione, come i Religiosi. Quando dice: « Gl'Istituti Secolari con ragione sono annoverati tra gli stati di perfezione che sano stati ordinati e riconosciuti giuridicamente dalla Chiesa stessa. Consapevolmente, perciò, furono affidati alla competenza e alla sollecitudine della Sacra Congregazione che regola e si prende cura degli stati pubblici di perfezione ».

Quindi vedete i due aspetti degli Istituti Secolari: a) Sono Istituti di perfezione, sono una totale consacrazione a Dio, come quella dei Religiosi, dipendono dalla Congregazione dei Religiosi. Perciò il Concilio li ha inclusi nel decreto « Perfectae Caritatis » insieme ai Religiosi. b) Dal punto di vista dell'apostolato e dell ambiente in cui si svolge la loro vita, sono invece dei « secolari », vivono come i laici; per cui si applicano a loro i decreti che ríguardano l'apostolato dei laici, dipendono dalla Consulta dell'apostolato dei laici. Direi insomma che sano dei Religiosi quanto alla consacrazione totale; sano dei laici come forma secolare in cui vivono tale consacrazione. Cosicché vedete che è una realtà nuova. Se noi proviamo a inquadrare gl'Istituti Secolari nei vecchi schemi giuridici, non ci riusciamo.
Fissiamo allora tre prime conclusioni come premessa a quanto diremo.

1 - Gl'Istituti Secolari sono nella Chiesa una realtà nuova, che non passiamo inquadrare nei vecchi schemi. Leggendo i libri e gli studi su di essi, vedete spesso varie correnti, e vari tentativi di inquadrare questi Istituti nelle forme giuridiche che erano valide fino ad oggi. Ma sano tentativi vani, anche se hanno il merito di approfondire gli studi e la conoscenza di questi Istituti. Credo che sia indispensabile, proprio perché ci troviamo di fronte a una realtà nuova, ricorrere a una nuova inquadratura, come si è creato il nuovo nome: Istituti Secolari.

2 - Una seconda conclusione è che i documenti conciliari hanno lasciato aperti molti problemi. Non dobbiamo meravigliarci se il Concilio ha parlato paco degli Istituti Secolari e se non ha risolto certi dubbi che ci sono riguardo ad essi. Voi capite bene che un Concilio Ecumenico non può pronunciarsi, ossia dare la soluzione a problemi che sono ancora da trattare lungamente e da approfondire. Il Concilio non poteva pronunciarsi su una materia che è ancora all'inizio dello studio. Per cui non dobbiamo mera­vi gliarci se esso non si é pronunciato su molte questioni, pur ri­badendo i concetti fondamentali. E' importante renderci conto di ciò che il Concilio ha voluto dire, e di ciò che ha voluta tacere, per non forzare i testi conciliati e ricavarne delle conclusioni che in realtà non ci sono. C'è chi ha commesso questo errore, come vedremo, e deduce cose che il Concilio non ha voluto dire. Perciò, leggendo i Documenti Conciliari noi dobbiamo studiare prima di tutta ciò che i Documenti Conciliari dicono espressamente degli Istituti Secolari. Sono nominati in tre punti: all'inizio del « Perfectae Caritatis »; al N. 11 del « Perfectae Caritatis » che è interamente consacrato a loro (è un punto densissimo e indubbiamente è l'unico articolo veramente dedicato agli Istituti Secolari); nel decreto « Ad Gentes », per l'aiuto che possono dare in terra di missione. Poi sono nominati in altri decreti di complemento ai documenti del Concilio, come il M. P. « Ecclesiae Sanctae », per l'applicazione dei decreti del Concilio. E' chiaro che tutto ciò che i Documenti Conciliari dicono espressamente sugli Istituti Secolari, impegna l'autorità del Concilio ed è per noi norma sicura. Tutto ciò invece che è detto indirettamente, che si può applicare agli Istituti Secolari, benché non detto proprio per loro, potrebbe anche essere campo aperto di studi e di opinioni. Riconoscere se una cosa si applica ai nostri Istituti o no, dipende proprio da uno studio, da un approfondimento che si deve fare. Perché, come abbiamo detto sopra, per la vostra forma particolare di consacrazione, si applicano a voi cose che il Concilio ha detto per i Religiosi e cose che ha detto per i laici.

3 - Terza conclusione è che il Concilio ha indirettamente riaffermato la piena validità dei documenti preconciliari. Dato che non ha riformato niente riguardo agli Istituti Secolari, ma ha ricalcato (nello poche parole che dedica loro direttamente) le orme dei grandi documenti che si riferiscano a questi Istituti, vuol dire che tali documenti hanno ancora piena validità. Quindi hanno piena validità la « Provida Mater Ecclesia », il « Primo Feliciter », il « Cum Sanctissimus »: i tre documenti ufficiali che si riferiscono agli Istituti Secolari.
Noi cercheremo di dividere, nelle due parti seguenti, ciò che sappiamo con certezza da ciò che è ancora nel campo delle supposizioni e degli studi.

 

Prima parte

CARATTERI DEGLI ISTITUTI SECOLARI

 

Ciò che sappiamo can certezza sono i caratteri essenziali degli Istituti Secolari. Son tre: 1) Piena professione dei consigli evangelici; 2) Apostolato; 3) Secolarità. Ecco i tre caratteri fondamentali degli Istituti Secolari, come risultano dai documenti pon­tifici che li hanno istituiti, e come sono stati ribaditi dal Concilio. Questi sono i dati certi; poi passeremo, nella seconda parte, ai dati discussi, perché anche quelli hanno la loro importanza per aiutarci ad approfondire le caratteristiche di questa consacrazione.
Sono tre caratteri che si completano tra loro. Noi li tratteremo uno per volta: prima parliamo della piena professione dei consigli evangelici, poi dell'apostolato, poi della secolarità. Ma in realtà sono tre caratteri che si compenetrano a vicenda, che dobbiamo cercare di sintetizzare con un unico sguardo: lo scopo della piena consacrazione è proprio per una dedizione totale all'apostolato; e la secolarità dà una valore, un tono, un colare tutto particolare, alla maniera di vivere la consacrazione e alla maniera di esercitare l'apostolato. E' una consacrazione piena, ma abbracciata da secolari. I voti sono vissuti da persone che non stanno in un convento, ma nel secolo, quindi hanno un carattere diverso dai voti vissuti dai Religiosi, hanno una forma diversa. E così l'apostolato: ha forma diversa, mezzi diversi di cui si vale, rispetta all'apostolato dei Religiosi.



1 ° - Professione dei consigli evangelici



« Gl'Istituti Secolari - dice il N. 11 del decreto "Perfectae Caritatis" - pur non essendo Istituti Religiosi, tuttavia comportano una vera e completa professione dei consigli evangelici nel  secolo, riconosciuta dalla Chiesa. Tale professione conferisce una consacrazione ». Queste sono le parale del Concilio. E riassumono bene quello che i documenti precedenti avevano detto riguardo agli Istituti Secolari. Qui si dice con chiarezza che non sono Religiosi, ma è una vocazione nuova. Ed è proprio in questo che si avvicinano ai Religiosi, nel fatto di professare veramente e integralmente i consigli evangelici, secondo una regola approvata dalla Chiesa. Vi ricordate la parole del « Primo Feliciter » che tante volte abbiamo ripetuto: « Piena professione della perfezione cristiana, fondata solidamente sui consigli evangelici, e veramente religiosa quanto alla sostanza ». Quindi non sono dei Religiosi, ma la loro consacrazione è totale, sostanzialmente come quella dei Religiosi, ossia costituisce una donazione totale al Signore come quella dei Religiosi, ed è uno stato di perfezione come quello dei Religiosi. I membri degli Istituti Secolari vivono i consigli evangelicí in senso pieno come i Religiosi; ma li vivano in un modo diverso.

Notate che anche la loro professione conferisce una consacrazione. E' una nuova consacrazione che si sovrappone alla consacrazione precedente. Tutti i cristiani sono dei consacrati, a motivo del battesimo. Non c'è niente nel cristianesimo che non sia consacrato. Siamo già, tutti, dei consacrati a Dio per il fatto di essere battezzati. Però ci sono nuove consacrazioni che si possono aggiungere a quella battesimale. Per esempio, l'ordinazione Sacerdotale conferisce una nuova consacrazione a chi riceve il sacramento dell'Ordine. Così la professione dei consigli evangelici, ufficialmente accettata e ricevuta dalla Chiesa, conferisce una nuova consacrazione, un nuovo titolo di donazione di se stessi a Dio. Mi piace come si esprime Lazzati nell'opuscoletto « Secolarità e Istituti Secolari »: « Espressioni antiche chiamano la consacrazione religiosa secondo battesimo, con quella visione unitaria e profonda per cui tale consacrazione non è che lo sviluppo omogeneo della consacrazione che ogni cristiano riceve nel battesimo. La consacrazione espressa nei tre voti per quanto hanno di negativo (ossia di rinuncia) e di positivo (sequela di Cristo), non è infatti se non lo sviluppo della legge di morte e di vita accettata dal cristiano nel battesimo (rinunce e promesse) al fine di dare al consacrato la possibilità di più facilmente vivere totalmente per Dio, morendo al mondo »

(2). Avete presente il battesimo per immersione: significava conmorire con Cristo; si usciva dall'acqua battezzati, conrisuscitati con Cristo, per camminare in una nuova vita, la vita soprannaturale, la vita cristiana. E notate, sempre nel battesimo, una parte negativa e una parte positiva: le rinunce e le promesse. Insisto sulla frase: « Al fine di dare al consacrata la possibilità di più facilmente vivere totalmente per Dio, morendo al mondo ». C'è sempre una parte di rinunce, di. mortificazioni, se si vuole attuare la carità perfetta valendosi di quella che Papa Giovanni chiamava la via regale della santificazione cristiana, ossia la via dei consigli evangelici.
Santificarsi seguendo la via dei consigli evangelici: in questo sta l'accostamento ai Religiosi. E sotto questo aspetto la vita dei membri degli Istituti Secolari è essenzialmente religiosa, quanto alla sostanza. Sono parole di Pio XII. Ed è ciò che li distingue dagli altri laici. Più avanti ci proporremo la questione: sono laici o non sono laici? Per ara diciamo: mentre un laica è consacrato solo dal battesimo, un membro d'Istituto Secolare, come un religioso, ha una nuova consacrazione, quella della professione dei voti, che si sovrappone alla consacrazione del battesimo. Quindi, ciò che distingue costoro dai laici è lo stesso motivo che distingue i Religiosi dai laici: una nuova consacrazione, con l'ipegno di seguire i consigli evangelici. Sono allora dei Religosi? No, perché si distinguono dai Religiosi per la secolarità. Sono cose che vedremo meglio più avanti. Ma già capite dove voglio farvi arrivare: sono una nuova realtà, per cui non sono né religiosi, né laici, ma « secolari ». Se sono una realtà nuova bisogna creare un linguaggio nuovo. Il compianto Card. Ruffini, quando si trattò in Concilio degli Istituti Secolari, affermò: « Gl'Istituti Secolari, pur non essendo Religiosi, sono fondati per l'acquisto della perfezione evangelica ,e per l'apostolato »

(3). E' una frasetta malto semplice, ma che riassume tutta. Così ci sembra che il Concilio stacchi dai laici i membri degli Istituti Secolari, comprendendoli nel decreto sulla vita religiosa e applicando anche a loro espressioni come questa: « Il superiore valore della vita consacrata per mezzo della professione dei consigli evangelici... ». Superiore, che pane i membri su un piano di differenza che li distacca dai laici, come uso di particolari mezzi di santificazione. Non che siano più santi degli altri! Avete presente quello che abbiamo scritto sul Direttorio: la differenza tra perfezione e stato di perfezione. Chi abbraccia i consigli evangelici non vuol dire che sia più santo di chi non li segue. Vuol solo dire che usa i mezzi che facilitano la perfezione, la santificazione. Poi dipenderà dal suo sforzo personale raggiungere la santità. Tutti sono chiamati alla santità; ci sono però vari mezzi. Chi segue i consigli evangelici usa mezzi che di per sé sono i più idonei. Per questo Papa Giovanni chiama « via regale di santificazione » seguire i consigli evangelici.
Già il Motu proprio « Primo Feliciter » staccava questi membri dagli altri laici: « I membri di queste associazioni che professano nel mondo la perfezione cristiana... non debbono essere lasciate tra le comuni associazioni dei fedeli, ma debbono essere portate ed elevate alla natura e alla forma propria degli Istituti Secolari ». Notate: portate ed elevate, quindi messe su un altro piano. E afferma in un altro punto: « Nell'elevare l'associazione dei fedeli alla forma superiore degli Istituti Secolari... ». Quindi li mette su un altro piano rispetto alle associazioni dei laici. Per questo mi pare di poter concludere che i membri degli Istituti Secolari, poiché seguono pienamente i consigli evangelici, in una forma stabile e riconosciuta dalla Chiesa, si differenziano dagli altri laici. Questa professione conferisce loro una nuova consacrazione che si aggiunge alla consacrazione battesimale; perciò si differenziano dai laici per lo stesso motivo per cui si differenziano dai laici anche i Religiosi.


2° - Apostolato


La prima caratteristica è la professione dei consigli evangelici; la seconda caratteristica è l'apostolato. Non trovo mai niente di più chiaro e di più forte che quella frase del « Primo Feliciter »: « Tutta la vita dei membri deve tradursi in apostolato ». Lo scopo è quello. L'apostolato è alle origini di questi Istituti Secolari, è ciò che li ha ispirati, al punto di aver determinato la Chiesa a sancire questa nuova forma di consacrazione. Così si esprime Pio XII: « Il fine speciale ha determinato quello generale ». Spesso qualcosa di analogo è avvenuto alle origini delle moderne Congregazioni. Il Primo Maestro non pensava, all'inizio, di fondare una nuova Congregazione; è partito dall'idea   di riunire dei giovani di buona volontà, di zelo apostolico, che si dedicassero alla buona stampa. Poi, per dare a questi giovani stabilità, è sorta una Congregazione. Così San Giovanni Bosco non pensava di fondare i Salesiani, una Congregazione nuova; voleva soltanto dedicarsi all'educazione della gioventù. Poi da solo non bastava più, e ha riunito attorno a sé delle persone che l'aiutassero, che condividessero questo stesso ideale. Infine, per dare forma stabile a queste persone che si dedicavano all'educazione della gioventù, ha adottato la forma di Congregazione e sono nati i Salesiani. La stessa cosa possiamo dire di San Camillo De Lellis, riguardo alla cura dei malati, di San Vincenzo per le sue istituzioni. Tutte queste Congregazioni sono nate da un fine apostolico, ma hanno poi seguito la forma già esistente di vita religiosa. Anche per gl'Istituti Secolari il fine apostolico non è qualche cosa di aggiunto, ma di determinante; e non ha solo determinato la loro nascita, ma anche la loro nuova forma di consacrazione secolare.
Vi ricordo un momento la distinzione tra apostolato e spirito di apostolato. Apostolato, indica un'attività diretta: fare catechismo, diffondere buona stampa; apostolato anche a tu per tu, a quattr'occhi, con una buona parola, un buon insegnamento o un'opera di carità. Questo è apostolato diretto. Spirito d'apostolato, invece, indica l'intenzione di apostolato che si può dare a qualunque azione, anche alle azioni ordinarie della giornata. E questa intenzione può avere un orientamento specifico, può essere indirizzata e animata da una forma di apostolato a cui si è più sensibili: la conversione dei peccatori, le opere parrocchiali, il ritorno di una persona cara che è lontana dalla Chiesa, ecc. Santa Teresina dedicava tutte le sue azioni alle missioni; quindi, anche se di apostolato direttamente missionario ha fatto zero, di spirito missionario ne aveva da vendere, e la Chiesa l'ha scelta come patrona delle missioni, alla pari di San Francesco Saverio, che ha dedicato la sua vita direttamente all'apostolato missionario.

E' importante tener conto di questa distinzione, tra apostolato e spirito di apostolato, perché quando il « Primo Feliciter » dice: « Tutta la vita dei membri deve tradursi in apostolato », intende riferirsi soprattutto allo spirito d'apostolato. La necessità di un apostolato diretto potrà variare da Istituto a Istituto. Ogni Istituto ha il suo regolamento e specifica quello che esige dai suoi membri. Ma di per sé non è richiesto un apostolato diretto. Pio XII nella « Sponsa Christi », parlando alle monache di Clausura dice: « Che esse sappiano bene tutte che la loro vocazione é pienamente e totalmente apostolica ». Sembra che non facciano niente di apostolato diretto, invece tutta la loro vita è pienamente e totalmente apostolica! Allora vedete che l'apostolato non va concepito necessariamente come un'attività, ma come una disposizione abituale. Ed è questo che la Chiesa si aspetta da voi. Un apostolato di presenza, di testimonianza, tale che il vostro modo di vivere in mezzo agli altri sia tutto orientato verso Dio. E' qui spontaneo riflettere alle parole del Vangelo: « Vai siete nel mondo, ma non siete del mondo ». E' proprio questo che dovete realizzare. Vivere come gli altri, in mezzo agli altri, nelle stesse professioni, negli stessi mestieri, nelle stesse difficoltà; però con un'unione tale a Dio che santifichi tutte le vostre attività.
Per tutti l'esempio fondamentale, l'esempio base, è la vita di Gesù. Imitare Cristo dev'essere lo scopo di ogni cristiano. Se è importante studiare Gesù, in quello che ha detto, in quello che ha fatto, non meno importante è cercare di penetrare i suoi silenzi, specie quel lungo silenzio della sua vita a Nazareth. Guardate cosa faceva: faceva il falegname, ossia faceva un umile mestiere. A Nazareth, chi fosse andato a chiedere informazioni su di Lui, avrebbe visto che tutti lo conoscevano. Non credo che in un paesetto di circa 400-450 abitanti ci fosse posto per due falegnami. Quindi, probabilmente, era « il falegname » del paese. Tutti lo conoscevano e nessuno si accorse di niente di particolare. Notate la meraviglia dei compaesani, quando ha incominciato la vita pubblica: « Ma come fa a insegnare, Lui che non è andato a scuola? Non è il falegname, figlio del falegname Giuseppe e di Maria, quella donna che tutti conoscono e che non ha niente di particolare? » Questo esempio di Gesù, della sua vita nascosta, è un modello per tutti. Anche le sue azioni ordinarie avevano un valore divino, conferito ad esse dalla sua persona, dall'unione al Padre, dagli scapi di redenzione per cui s'era incarnato.

Così i membri degli Istituti Secolari. Le loro attività comuni di ogni giorno acquistano un valore apostolico tutto particolare per la loro consacrazione personale, per l'unione a Dio, per lo scapo dato alla loro vita. Le attività secolari, prese per sé, non sono un apostolato diretto, ma lo possono diventare. Facciamo l'esempio di tre operai che fanno lo stesso mestiere: un operaio  pagano, uno cristiano, uno membro di un Istituto Secolare. Le azioni che fanno sono identiche. Ma le azioni dell'operaio pagano hanno un valore solo umano, non valgano par meritare il paradiso; hanno solo valore umano perché non sono sopraelevate dalla grazia; chi le compie è un uomo, non è un uomo divinizzato. Le stesse azioni compiute dall'operaio cristiano hanno un valore tutto diverso. Perché? Perché chi le compie è un uomo divinizzato, partecipe della vita divina. C'è un'enorme differenza tra Gesù falegname e un altro falegname contemporaneo di Gesù, anche se faceva le stesse cose e allo stesso modo. Perché? Perché le azioni di Gesù erano sempre azioni di Dio, anche se inchiodava un tavolo. Il valore di un'opera può dipendere anche dalla persona che la compie. L'aperaio che è membro di un Istituto Secolare ha, oltre alla consacrazione battesimale, la consacrazione dei voti che ha emesso. E allora le sue azioni hanno, agli occhi di Dio, un valere diverso. Con la nuova consacrazione, egli ha dalla Chiesa proprio la missione di santificare le attività secolari, anche se di per sé non sarebbero apostolato diretto; deve santificarle per ricapitolare tutto in Cristo. E così le sue azioni, oltre a poter diventare apostolato per l'intenzione offerta a Dia, hanno un valore dato dalla sua persona di consacrato e dal fine che ha dato alla sua vita. Come io sono sacerdote per esercitare il ministero, così voi siete consacrati nel vostro Istituto per orientare a Dio le attività secolari. E' questo un compito vostro, che non può essere compiuto né da un sacerdote, né da un religioso. Santificare le attività secolari: ogni cristiano, per la consacrazione battesimale, lo può e la deve fare. Ma un membro di Istituti Secolari, per la sua nuova consacrazione, deve farlo con un impegno e con un'intensità diversa. Nel N. 3 del decreto sul'Apostolato dei laici si legge: « I laici derivano il loro dovere e il diritto all'apostolato dalla loro stessa unione con Cristo capo ». Ogni cristiano, per il fatto che è unito a Cristo, deve essere un apostolo. « Infatti, inseriti nel. Corpo Mistico per mezzo del battesimo, fortificati dalla virtù dello Spirito Santo per mezzo della cresima, sono deputati dal Signore stesso all'apostolato ». Quindi vedete che il decreto « Apostolicam actuositatem » prova che il dovere dell'apostolato deriva dalla consacrazione battesimale, fortificata dalla cresima. Per voi si aggiunge un nuovo motivo: la consacrazione della professione. Ricalco questo concetto. Vi ho fatto l'esempio di un cristia no, di un pagano, di un consacrato a Dio. Già il cristiano dà un valore di consacrazione e di apostolato alla sua attività, perché le sue opere hanno valore soprannaturale. Ma hanno maggior valore di apostolato le attività di un consacrato, anche perché la nuova consacrazione di un membro di Istituto Secolare è proprio orientata alla santificazione dell'attività professionale; dà una particolare investitura a questo scopo. Vorrei chiarirvi il mio pensiero con un esempio. Gesù ha detto a tutti í suoi seguaci di essergli testimoni: un cristiano deve essere un testimone di Cristo.

Ma ad alcuni, agli Apostoli, ha dato una missione di testimonianza particolare, ossia ha dato loro un'autorità, una efficacia, una missione particolare, più degli altri. Perché ha voluto che la Chiesa fosse fondata sugli Apostoli. E guardate gli Apostoli come l'hanno compreso. Giuda ha tradito; allora S, Pietro ha deciso: « Sostituiamolo, perché dobbiamo essere in dodici. Scegliamo uno che sia stato testimone di tutta quanta la vita di Gesù, da quando è stato battezzato da Giovanni, fino alla sua passione e morte, resurrezione e ascensione; uno che abbia visto tutto. E lo consideriamo apostolo come noi, con una missione speciale di testimonianza ». Erano indecisi tra due persone, Mattia e Giuseppe chiamato il Giusto. Tutti e due rispondevano ai requisiti, tutti e due avevano assistito interamente alla vita pubblica di Gesù. Dopo aver pregato, tirano la sorte; viene scelto Mattia. Da quel momento Mattia, che prima era allo stesso livello di Giuseppe, acquista un'autorità maggiore, una missione, un mandato particolare, tanto che viene considerato come gli altri Apostoli. Allo stesso modo un membro di un Istituto Secolare riceve dalla Chiesa una nuova consacrazione diretta allo scopo di santificare il suo lavoro; per cui tale individuo acquista un titolo nuovo, un mandato nuovo rispetto agli altri cristiani, riguardo alla santificazione delle attività secolari. Il nostro Statuto particolare esige - e così l'abbiamo sempre spiegato - che ci sia anche un apostolato diretto; anche solo settimanale. A meno che uno non compia già un tipo di lavoro professionale tale da costituire un apostolato diretto. E' il caso degli insegnanti, degli infermieri; tanto più poi questo vale per quelli di voi che lavorano alla SAIE. In caso di dubbio, spetta ai Superiori vedere se uno fa o no un sufficiente apostolato; spetta ai Superiori proprio perché non è una necessità richiesta dall'es senza degli Istituti Secolari, ma è solo un'applicazione delle regole particolari di ogni Istituto. L'essenziale è che « tutta la vita dei membri » sia apostolica, per lo spirito che la informa. Prendete ad esempio un operaio che deve soltanto fare delle viti, o una certa parte di un motore: mai quell'attività, il fatto di fare dei motori, o di limare dei pezzi di ferro, sarà un apostolato diretto. Ma per le intenzioni che costui ci mette, per la particolare consacrazione che costui ha, può diventare apostolato. Parto sempre dall'esempio di Gesù, che è fondamentale per tutti i cristiani, tanto più per i consacrati. Gesù è stato un grandissimo apostolo anche mentre faceva il falegname. Era sempre il Figlio di Dio, il Salvatore del monda; viveva per salvare il mondo. A Nazaret, faceva un apostolato diretto? No; però lui era sempre il salva­tore del mondo, per la sua persona e per le sue intenzioni. Allo stesso modo, fatte le dovute proporzioni, quell'operaio consa­crato a Dio, che non fa altro che limare dei pezzi di ferro, tra­sforma il suo lavoro in apostolato, non per il lavoro visto in se stesso, ma per le sue intenzioni e per la sua persona, che ha una particolare consacrazione e missione a questa scopo.
« Tutta la vita dei membri, che è consacrata a Dio per la professione della perfezione, deve tradursi in apostolato ». Il decreto « Perfectae Caritatis » ribadisce che si tratta di apostolato nella vita secolare compiuto da appartenenti alla vita secolare, e così veniamo a parlare della terza caratteristica: la secolarità.
Del primo carattere mi preme che vi sia rimasto impresso questo: che è una piena consacrazione a Dio, con la sequela dei consigli evangelici, e in questo vi equiparate sostanzialmente ai Religiosi. Del secondo carattere mi preme che vi resti impresso: « Tutta la vita dei membri deve tradursi in apostolato », attraver­sa la santificazione delle comuni attività, altre agli apostolati diretti.


3° - Secolarità


La secolarità è la caratteristica che distingue dai Religiosi, come la piena consacrazione è la caratteristica che distingue dai laici. E' la caratteristica che distingue dai Religiosi e che investe tutta la vita dei membri. Il « Primo Feliciter » non potrebbe es sere più categorico: « La caratteristica propria e peculiare di questi Istituti è la secolarità, nella quale consiste tutta la loro ragione di essere ». Se non fossero dei secolari, sarebbero dei Religiosi. Ciò che li distingue dai Religiosi è la secolarità, che è la loro ragione d'essere. Questo carattere influisce sull'impostazione della loro vita, sui voti, sull'apostolato. Ecco tre punti che meritano un approfondimento.

- I a secolarità influisce sull'impostazione di vita e sulla partecipazione all'Istituto. - I membri non hanno vita comune canonica, permangono nel mando, cosicché per la loro natura sono dei veri secolari. Non sano dei Religiosi che a scopo di apostolato vanno in mezzo al mondo; no. Non sono dei Religiosi in borghese, delle suore in borghese. Sono dei veri secolari. Però' dei secolari consacrati. Tutta l'impostazione della loro vita è diversa da quella dei Religiosi, proprio perché sono dei secolari, senza particolarità esterne. Una volta uno mi ha domandato: Se entro in un Istituto Secolare passo essere esonerato dal servizio militare? No! Quelle sono particolarità proprie dei Religiosi e non si applicano alla vostra vita. Sarebbe snaturare le cose. Ma pur restando veri e propri secolari; e non frati in borghese o suore in borghese a scopo di apostolato, c'è da tener presente che costoro appartengono a un Istituto con un vincolo « mutuo e pieno, tale che il membro si dia interamente all'Istituto, e l'Istituto abbia cura e risponda del membro ». Perciò deve essere anche un vincolo stabile. Le Costituzioni dei singoli Istituti stabiliscono in vario modo come realizzare questi princìpi. Ma resta il fatto che la vita del membro non resta solo modificata dalla professione dei consigli evangelici, ma anche dalla sua appartenenza all'Istituto, dalla partecipazione alla vita dell'Istituto stesso, con la particolare formazione spirituale e apostolica che ne riceve. Oltre alle conseguenze dei vincoli che vengono a crearsi con gli altri membri.

- La secolarità influisce sui voti. - La forma dei voti, come è vissuta dai Religiosi, costituisce una delle tante passibili applicazioni dei consigli evangelici. Non è l'unica; non si può dire che sia la migliore in senso assoluto. Forse può essere la forma migliore per chi vive in vita comune. Ma sano cose relative. L'esempio da seguire è quello del Divin Maestro, degli Apostoli. Allora vedete che i vostri voti non sono un adattamento dei voti religiosi. Questo è un concetto sbagliatissimo, anche se diffuso tra chi non conosce bene gli Istituti Secolari. I voti come li vivono i Religiosi, sono i consigli evangelici adattati alla forma particolare della vita religiosa; i voti come li vivono i membri degli Istituti Secolari, sono i consigli evangelici adattati ai secolari. Quindi non è che ci sia da copiare dai Religiosi. Ed è per questo che i documenti pontifici insistono bene nell'affermare che di per sé il diritto che si applica ai Religiosi non è da applicarsi agli Istituti Secolari. Sono due modi diversi di vivere i consigli evangelici. Tutti e due sono « stati di perfezione » approvati dalla Chiesa. Ma sono due stati di vita diversa, e quindi anche i voti sono vissuti in forma diversa. La nascita degli Istituti Secolari ha anche determinato una nuova apertura, un nuovo approfondimento dei consigli evangelici rispetto a come erano stati interpretati dai Religiosi. Ne sono stati messi in luce aspetti nuovi, ed è importante capirli, per comprendere che i vostri voti non sono un adattamento dei voti religiosi, ma una nuova concretizzazione dei consigli evangelici. Questo vi deve mettere in guardia dagli abbagli in cui talvolta cadono anche ottimi autori. Quando l'ottimo Padre Perrin dice che i vostri voti « sono vissuti in maniera più snella », sbaglia. Non si tratta di snellezza « perché le circostanze di vita sono più difficili, imprevedibili o sono lontane dal controllo dei superiori »
(4). Egli stesso poi fa capire che il suo pensiero non è quello, ma l'espressione è infelice. Si tratta di vivere i voti in modo tutto diverso, non con più snellezza. E neppure si tratta di adattare alla vostra vita i voti religiosi, come afferma il pure ottimo Padre Beyer quando scrive: « Pratica adattata dei Consigli Evangelici »
(5). Considererebbe gl'Istituti Secolari come un sottoprodotto della vita religiosa, un adattamento. No; è un'altra cosa. E non è certo questo il pensiero del P. Beyer; lo ha solo tradito l'espressione. Altrove chiarisce quel che pensa e sono perfettamente d'accordo con lui. Sentite come è preciso il P. Perrin, quando espone per esteso il suo pensiero: « Nell'ordine dei mezzi essenziali di perfezione, che sono i consigli evangelici, questi consigli hanno, negli Istituti Secolari, un altro stile, un'altra forma rispetto a quelli della vita religiosa ». Quindi vedete che anche il P. Perrin li ritiene non un adattamento, ma una forma diversa di applicazione. « In ogni caso, se le determinazioni degli impegni sono meno precise, non è per donare di meno a Dio, ma per donargli in modo diverso. Coloro che credessero di trovare negli Istituti Secolari una via più facile, una santità di seconda qualità, non avrebbero compreso nulla del materno pensiero della Chiesa, che vuole che la stessa perfezione si esprima con un nuovo stile »
(6). Vedete come è esatto qui il Perrin che più avanti afferma in sintesi: « Non deve mai essere un meno, ma un diversamente »
(7).
Non è che voi viviate i consigli evangelici meno dei Religiosi, ma in maniera diversa. E assolutamente non condivido il pensiero di Lazzati, che si sforza di dimostrare gradi diversi di consacrazione, prendendo analogia (completamente gratuita) dal sacramento dell'Ordine
(8). L'Ordine è suddiviso per gradi: prima gli ordini minori, poi gli ordini maggiori: diaconato, presbiterato, episcopato. Ma questo si applica all'Ordine. Non c'è niente che indichi differenza di gradi tra gli stati di perfezione, per cui la consacrazione negli Istituti Secolari sarebbe di grado inferiore rispetto a quella nella vita religiosa. Questo è del tutto gratuito e va contro tutti i documenti pontifici che parlano di piena consacrazione, sostanzialmente come quella dei Religiosi. Se la Chiesa dice che la vostra è una consacrazione piena, « sostanzialmente » come quella dei Religiosi, vuol dire che le differenze sono accidentali.
Allora vedete, e altrove ne parlammo per esteso, come la secolarità influisce sui voti: è una diversa applicazione dei consigli evangelici, rispetto ai Religiosi.

- La secolarità influisce sull'apostolato. - Vi leggo quanto scrive il Beyer sui membri di Istituti Secolari, parafrasando dal « Primo Feliciter » e dalla « Provida Mater »: « Possono dunque vivere una vita pienamente secolare, ed esercitare il loro apostolato, quello della presenza in pieno mondo, mediante le professioni, le attività, le forme, i luoghi, le circostanze corrispondenti alla vita in pieno mondo. Il loro apostolato è essenzialmente un apostolato di presenza: presenza voluta come inserzione e penetrazione nel mondo, al fine di trasformarlo dal di dentro, come il lievito nella pasta, il sale nel cibo. Perciò questo apostolato di presenza si estende a tutta la vita e mira a ricristianizzare le famiglie, le professioni, la società civile, grazie al contatto immediato e quotidiano di una vita totalmente e perfettamente consacrata alla santificazione »
(9). A pieno diritto sono dei secolari che cercano di santificare il loro mestiere, la loro professione. Non sono come i preti operai, che fanno gli operai per vivere in mezzo alla classe operaia; ma in realtà sono preti e non operai. Invece questi no. I membri cercano di mettere a frutto la loro personale santificazione ottenuta con la lotta alla triplice concupiscenza e la piena sequela al Signore, per dedicare la vita alla salvezza delle anime. Essi cercano di « ricapitolare tutto in Cristo » dal di dentro, secando le parole di Pio XII: « Veluti ex saeculo » quasi dal secolo. Cioè il loro apostolato si vale delle professioni, attività, forme proprie della vita secolare.
Mi pare che qui si possa applicar bene quella frase di San Paolo « redimentes tempus »: ossia redimere, santificare tutto ciò che è temporale; ed è ciò che distingue questi membri dai Religiosi. « A differenza del sacerdote e del religioso, l'apostolato degli Istituti Secolari deve esercitarsi nel secolo a quasi per mezzo del secolo. Tale carattere secolare dell'apostolato però, non permette nessun compromesso col mondo, né quanto alla piena professione dei consigli evangelici, né quanto alla totalità dell'impegno apostolico ». Quante applicazioni potremmo fare! Tu vivi nel mondo, però vuoi seguire i consigli evangelici. Allora non è che tu possa andare a vedere certi spettacoli, che possono essere buoni per tuo fratello sposato, ma non per te, che devi difendere e salvaguardare il tuo stato di consacrazione.
 « L'apostolato degli Istituti Secolari non differisce essenzialmente da quello dei laici, in quanto ad apostolato nel secolo ». Ecco perché a loro si applicano interamente i decreti che riguardano l'apostolato dei laici, in particolare i decreti: « Apostolicam Actuositatem » e « Inter Mírifica ».
« Quello che caratterizza il membro di un Istituto Secolare e lo distingue da un laico, è la consacrazione effettuata con la professione dei consigli evangelici, la totalità dell'impegno e la piena dedizione all'apostolato; impegno e dedizione che hanno anche una funzione esemplare, ed aiutano gli stessi laici ad esercitare il proprio apostolato con maggior fedeltà e generosità »
(10). Padre Bergh riassumerebbe la regola degli Istituti Secolari, con questa espressione: « Nel mondo, con i mezzi del mondo ».

Concludiamo questa prima parte. Appartenere a un Istituto Secolare è una grazia particolare, è una vocazione particolare. Pio XII ripete che non si tratta di una vita consacrata con meno generosità, vissuta da persone che avrebbero meno zelo per la loro personale perfezione rispetto ai Religiosi. Ma si tratta di una chiamata speciale di Dio, rispondente ai bisogni del nostro tempo (« Provida Mater » n. 7), che consente, per speciale ispirazione della Divina Provvidenza, di darsi con una più grande libertà ai doveri di carità, a un apostolato più adatto (« Primo Feliciter », 5). Non mi stanco di ripetere che vedo in questa forma una consacrazione completa ma diversa, rispetto a quella religiosa. Ognuno ha la sua vocazione; San Paolo direbbe: « Ognuno ha il dono che Dio gli dà ». Quindi non è che gli Istituti Secolari soppiantino o facciano concorrenza agli Istituti Religiosi. Sono vocazioni diverse. Chi entra in un Istituto Secolare non si farebbe religioso, perché ha la vocazione per un Istituto Secolare. E se uno ha vacazione per la vita religiosa, se entrasse in un Istituto Secolare ci durerebbe poco: si sentirebbe come un pesce fuor d'acqua. Sono due vocazioni diverse. Però, specie per quelli che ne sopravalutano le difficoltà (come è possibile vivere da consarrati senza la protezione di un abito e di un convento?...), o che vedono questa forma come una forma inferiore, quasi un sottoprodotto della vita religiosa, non mi stanco di ripetere che, almeno come forma esterna, questo è il tipo di consacrazione più simile a quello seguito da Gesù, dagli Apostoli, da tutti i cristiani dei primi secoli che seguivano i consigli evangelici, quando ancora non esisteva la vita religiosa.

SECONDA PARTE - PROBLEMI APERTI


Fin qui abbiamo seguito un solco sicuro, abbiamo ripassato ciò che possiamo affermare con sicurezza. Tenete presenti le tre conclusioni della premessa: che gli Istituti Secolari sono una realtà nuova; che i documenti canciliari hanno lasciato aperto tante questioni che sono in fase di studio; che è ribadita la piena validità dei documenti pontifici precedenti al Concilio. Poi ci siamo fermati sui tre caratteri fondamentali degli Istituti Secolari: la piena consacrazione che li distingue dai laici; l'apostolato; la secolarità che li distingue dai Religiosi. Fin qui abbiamo proceduto can sicurezza. Ora è utile dare anche un'occhiata ad alcune questioni dibattute per meglio approfondire la natura di questi Istituti; e per essere in grado di valutare le varie opinioni, quando leggiamo libri o articoli su questi argomenti.
Di questioni aperte ce ne sarebbero tante, ma ne consideriamo due, che sono tra le più dibattute e importanti.

Prima questione: I membri degli Istituti Secolari, sono laici o sono religiosi?
Seconda questione: I loro vati, sono pubblici o privati? Non stupiamoci, ripeto, che ci siano queste questioni aperte, dibattute e non ancora ufficialmente risolte. Gli Istituti Secolari sono una realtà nuova nella Chiesa; sono una realtà nuova che si sta sviluppando sempre di più. Tanti approfondimenti richiedono tempo, e non si possono pretendere in una forma di consacrazione di troppo recente costituzione.


A - LAICI O RELIGIOSI?


I membri degli Istituti Secolari sono laici veri e propri? 0 sono dei Religiosi? Ho posto la questione così, in questi termini, perché molti libri e articoli la pongono così. Ma è già un'im postazione inesatta, chiederci se sono laici o no. Tutti i documenti ufficiali che parlano di Istituti Secolari, sia quelli precedenti al Concilio, sia il decreto « Perfectae Caritatis », ci parlano di membri « sacerdoti o laici ». Ci sono anche i sacerdoti. E per essi, chiederci se sono o no dei laici, non ha senso. Per cui, almeno rispetto ai membri sacerdoti, la questione è impastata male. Ma l'affrontiamo lo stesso perché questa domanda investe la natura degli Istituti e lo stato dei membri.
Prima del Concilio possiamo notare due posizioni diverse, in contrasto, rappresentate da due noti teologi tedeschi, il Balthasar e il Rahner.
Il Balthasar ha affermato questo: « L'apostolato dei laici arriva alla sua espressione più perfetta negli Istituti Secolari ». Ossia, secondo lui, gli Istituti Secolari appartengano al laicato, anzi, sono l'espressione più perfetta dello zelo apostolico del laicato. E molti hanno, degli Istituti Secolari, questa concezione.
Il Rahner, in un libro stampato da noi, Missione e Grazia, ribatte: No, gli Istituti Secolari non appartengono al laicato, ma in ultima analisi sono degli Istituti Religiosi perché hanno l'essenziale della. vita religiosa. Infatti i membri si consacrano totalmente a Dio con la professione dei tre consigli evangelici. Solo, a differenza dei Religiosi, restano nel secolo; c'è la differenza della secolarità. Ossia, per il Rahner, i consigli evangelici abbracciati col vincolo stabile dei voti, fanno sì che i membri vadano distinti dai laici veri e propri, anche se ciò non risulta dall'aspetto esterno: vita nel mondo, assenza di un abito particolare, dipendenza dalla gerarchia comune. Egli afferma che lo stato di perfezione è unico e sostanzialmente identico, sia come è vissuto da Religiosi, sia come è vissuto dai membri di Istituti Secolari. Tutti i requisiti essenziali sono identici: vita impostata sui consigli evangelici, adottati sistematicamente come mezzo per tendere alla perfezione cristiana; impegno a tendervi preso davanti alla Chiesa e con la forma tradizionale dei voti (o di promesse vincolanti quanto i voti); stabilità di questa impostazione di vita, garantita dall'approvazione che la Chiesa ha dato all'Istituto e garantita dai voti che vincolano all'Istituto. Queste, continua il Rahner, sono le caratteristiche essenziali comuni sia agli Ordini e Congregazioni, sia agli Istituti Secolari. Tutte le altre differenze sono secondarie: il fatto di vivere in comunità, di portare un abito particolare, di non  occupare una professione profana... Sono cose secondarie da cui, per accidens, anche un religioso può essere esonerato. Ci sono dei religiosi che per motivi particolari non vivono in vita comune, non portano l'abito del proprio Istituto ed esercitano delle occupazioni profane. Quindi sono cose accidentali. Mentre, neppure per un istante, un religioso (e nemmeno un membro di Istituto Secolare) può essere esonerato dalla povertà, dalla castità, dall'obbedienza (11)

I membri di Istituti Secolari non sono dei Religiosi, ma vivono una vita sostanzialmente religiosa, che è vero « stato di perfezione » - e questo la Chiesa l'ha definito - come quello dei Religiosi. Ossia è uno stato di perfezione giuridicamente ordinato e riconosciuto dalla Chiesa tanto da essere affidato alla Congregazione dei Religiosi. Oltre ai voti, « sostanzialmente religiosi » vi è anche per loro, come per i Religiosi, la donazione totale all'Istituto con il vincolo che il Papa definisce « pieno e mutuo ». Per cui il Rahner coclude così: « Un membro di questi Istituti Secolari non è un laico come gli altri, perché l'Istituto diviene il suo ambiente naturale. Il membro non si trova più nella posizione di un laico normale rispetto ai parenti, alla Patria, ricevuto in dotazione per la sua origine naturale », perché si è donato interamente all'Istituto a cui appartiene.
Vedete la differente opinione dei due teologi. Questa discussione, diciamo, questa diversa impostazione, s'è manifestata prima del Concilio. Il Concilio non ha aggiunto maggiori precisazioni sulla natura degli Istituti Secolari. Perciò, mentre dobbiamo tenere vincolante ciò che il Concilio ha detto espressamente, riguardo a questi Istituti, è illegittimo trarre delle conclusioni non intese dal Concilio, quando esso si riferisce ad altri. Ossia, non si deve far dire al Concilio case che in realtà non ha voluto dire. Ad esempio, leggiamo nel n. 31 della « Lumen Gentium » - che è una delle Costituzioni fondamentali: « Col nome di laici s'intendono tutti i fedeli ad esclusione dei membri dell'Ordine sacro e dello stato religioso sancito dalla Chiesa ». Allora, quelli che tengono la posizione del Balthasar, dicono: « Ecco, vedete il Concilio? Ha definito che i membri di Istituti Secolari, non essendo dei Religiosi e non essendo dei preti, sono dei laici come gli altri ». Sarebbe una deduzione sbagliata perché è evidente che qui il Concilio non ha tenuto presente la posizione dei membri degli  Istituti Secolari. Quindi sarebbe illegittimo affermare che qui il Concilio ha definito lo stato degli Istituti Secolari, mentre qui li ha ignorati. Infatti, subito dopo, se continuate a leggere quello stesso n. 31, vedete che parla dei laici « nelle ordinarie condizioni della vita familiare e sociale », e questo evidentemente non può riferirsi ai membri di Istituti Secolari.

Giustamente il P. Profili interpreta queste parole della « Lumen Gentium » cercando che cosa veramente il Concilio ha voluto dire, senza formalizzarsi ai termini tradizionali che sono stati usati. E osserva che questa definizione mette in luce tre stati: il laico, che è consacrato dal Battesimo; il chierico, che aggiunge alla consacrazione battesimale la consacrazione dell'Ordine; il religioso, ossia colui che ha aggiunto alla consacrazione battesimale la nuova consacrazione della professione dei consigli evangelici (e questo non avviene solo nel religioso vero e proprio, ma anche nei membri di Istituti Secolari, che qui non sono tenuti presente). Certamente il Concilio usa l'espressione più esatta e completa nel n. 1 del decreto « Perfectae Caritatis », ove non parla più soltanto di vita religiosa, ma di « vita consacrata per mezzo dei consigli evangelici »
(12). Come pure, nella stessa « Lumen Gentium », si applica ai membri degli Istituti Secolari quanto è detto al capitolo sesto, dedicato ai Religiosi, che però sono anche indicati con espressione più ampia: « I membri degli stati di perfezione; coloro che seguono i consigli evangelici ».
E' importante rilevare quanto il Concilio espressamente dice, per esempio quando afferma: « Gli Istituti Secolari, pur non essendo Istituti Religiosi, comportano una vera e completa professione dei consigli evangelici nel secolo, riconosciuta dalla Chiesa. Tale professione... conferisce una consacrazione ». Qui il Concilio parla direttamente degli Istituti Secolari. E' molto significativo che questi Istituti siano stati inclusi nel decreto dei Religiosi, e nel Motu Proprio « Eeclesiae Sanctae », emanato per l'applicazione di quel decreto. Questi fatti ci fanno pensare alla grande importanza che il Concilio ha dato alla consacrazione conseguente ai voti, tale da avvicinare questi membri ai Religiosi, pur avendo affermato che non si tratta di Istituti Religiosi. Quindi non sono neppure dei laici come gli altri. Ripeto il mio pensiero: ci troviamo di fronte a una realtà nuova. Mi pare che abbia ben centrato il problema Mons. Fiordelli nel suo intervento al Concilio:
« I membri degli Istituti Secolari non sono laici come gli altri, giacché si sono offerti totalmente a Cristo » - quindi la loro totale consacrazione li distacca dai laici - « ma neppure possono essere catalogati tra i Religiosi, giacché la natura degli Istituti Secolari differisce profondamente da quella dello stato religioso »

(13), per il carattere della secolarità.
Religiosi o laici? A questo punto, è possibile una conclusione? A me sembra di sì, anche se qui entriamo in un campo discutibile. Trattandosi di una realtà nuova, occorre creare un nome nuovo, e questo nome non può essere che questo: secolari. Per cui mi schiero con coloro che, con più competenza e autorità della mia, ritengono che i membri di. Istituti Secolari non sono né religiosi né laici, ma « secolari »: e con questo nome indicano i caratteri particolari e del tutto nuovi di questa forma di consacrazione sancita dalla « Provida Mater ».
Vi chiederete allora: le parole « laici » e « secolari » sono equivalenti o indicano cose diverse? Chi non accetta le conclusioni a cui sono arrivato, come l'Oberti, ritiene che « secolare » sia sinonimo di « laico »: per lui i membri di Istituti Secolari sono laici e basta. Altri invece, come P. Finiano e P. Profili, a cui anch'io mi sono associato, ritengono che «secolare » sia ora un nome assunto per indicare una realtà nuova: i consacrati negli Istituti Secolari. E allora il termine « secolare » acquista un significato diverso da « laico ». Osservate che già nell'uso corrente, molte volte, secolare è diverso da laico; ad esempio un sacerdote non religioso è chiamato secolare; e questo non vuol certo dire che sia un laico. Le parole hanno un uso convenzionale, su cui è importante intendersi. Spesso una stessa parola è usata con vari sensi: con un senso largo, corrente, e con un significato ristretto proprio di una materia o scienza. Ad esempio, prendete la parola « religioso ». Noi possiamo dare alla parola « religioso » un significato ristretto, che indica i membri di Ordini o di Congregazioni. Ma la stessa parola « religioso » ha pure un significato più vasto: diciamo che i nostri genitori sono religiosi per dire che frequentano la Chiesa. Così il termine « laico »: seguitiamo a dire che sacerdoti, laici e religiosi compongono la cristianità; e qui laico vuol dire: né sacerdote, né consacrato con i voti. Ma diciamo pure che tra i religiosi ci sono i religiosi sacerdoti e i religiosi laici; e qui laico vuol solo dire: non sacerdote. In conclu sione, sarei propenso a dare a « secolare » un valore particolare: come l'espressione Istituti Secolari è stata scelta da Pio XII per indicare i nuovi Istituti fondati dalla « Provida Mater Ecclesia ». Così indicherei con « secolari » i membri di tali Istituti. Come indichiamo con « religiosi » i membri di Istituti Religiosi. E allora « laico » indica chi ha solo la consacrazione battesimale; « secolare » indica chi ha anche la consacrazione conseguente alla professione dei voti in un Istituto Secolare. Anche il competentissimo P. Huot rileva la differenza tra « secolare » e « laico » (14)

Se dovessi rappresentare graficamente il mio pensiero, lo esprimerci così: immaginate due linee orizzontali parallele, intersecate da tre linee verticali. Le due linee orizzontali vogliono rappresentare i due stati in cui si dividano i cristiani: chierici e laici. Notate che chierico vuol dire chi fa parte del clero; non pensate ai chierichetti... Questa è una distinzione dal punto di vista dell'Ordine. Il Concilio la chiama distinzione gerarchica. Dal punto di vista della gerarchia,
la cristianità si divide in chierici e laici, coloro che hanno ricevuto l'Ordine e coloro che non l'hanno ricevuto. Un altro teologo tedesco, il Semmelroth, chiama questa divisione: asse istituzionale gerarchica, che appartiene all'apostolicità della Chiesa. Io dico più semplicemente: per divina istituzione, dal punto di vista del sacramento dell'Ordine, la cristianità ai distingue in: chierici e laici. Il canone 107 del codice di Diritto Canonico afferma: « Per divina istituzione, vi sono nella Chiesa chierici distinti dai laici ». E' una divisione dal punto di vista gerarchico, dal punto di vista del sacramento dell'Ordine.
Ma vi è anche un altro punto di vista che ho rappresentato con le tre linee verticali e che il Semmelroth chiama: asse cari­smatico. Il Concilio lo chiama: appartenente alla santità della Chiesa. Infatti al n. 44 della « Lumen Gentium » si legge: « Lo stato che è costituito dalla professione dei consigli evangelici, pur non concernendo la struttura gerarchica della Chiesa », ossia non  riguarda il punto di vista dell'Ordine sacro, « appartiene tuttavia fermamente alla sua vita e alla sua santità. Con i voti o altri legami per loro natura simili ai voti, con i quali il fedele si obbliga all'osservanza dei tre consigli evangelici, egli si dona totalmente a Dio sommamente amato, così da essere con nuovo e speciale titolo destinato al servizio e all'onore di Dio ». Vedete allora due distinzioni: la distinzione tra chierici e laici dipende dalla consacrazione operata dal sacramento dell'Ordine; e un'altra distinzione che dipende dalla consacrazione operata dalla professione dei consigli evangelici. Ho indicato graficamente questa seconda distinzione con le tre linee verticali: Religiosi, Istituti Secolari, Società di vita comune senza voti. Queste tre linee verticali intersecano le due orizzontali perché possiamo avere: dei religiosi sacerdoti e dei religiosi laici; dei membri di Istituti Secolari sacerdoti e dei membri laici; dei membri di Società di vita comune senza voti che siano sacerdoti o che siano laici. Per cui riassumerei così: dal punto di vista dell'Ordine sacro, i cristiani si dividono in chierici e laici. Coloro poi che sono chiamati a seguire i consigli evangelici possono farla in tre forme diverse, sancite dalla Chiesa, che conferiscono una nuova consacrazione: Religiosi, Istituti Secolari, Società di vita comune senza voti. Ad ognuna di queste tre forme possono appartenere sia i sacerdoti, sia i laici.


B - VOTI PUBBLICI O PRIVATI?


La seconda questione riguarda la natura dei voti: i voti pronunciati negli Istituti Secolari sono voti pubblici o sano voti privati? Il Beyer tratta espressamente questo argomento in un modo che a me pare convincente. Un po' tutti quelli che scrivono sugli Istituti Secolari si pongono questo problema. E' una questione aperta, una questione in fase di studio e non possiamo pretendere di trovare la soluzione in documenti ufficiali.
Anche qui vi cita quello che scrive il Rahner perché lo trovo così equilibrato. Afferma: La Chiesa non chiama i voti di Istituti Secolari voti pubblici. Ma tali voti vengono emessi in una associazione esplicitamente approvata dalla Chiesa; vengono emessi per obbligarsi a un sistema di vita da essa autorizzato, per accettare una forma stabile di esistenza progettata dalla Chiesa stes­sa, non solo, ma anche da essa sorvegliata nel suo svolgimento. Per cui tali voti hanno una loro fisionomia giuridica in foro Ecclesiae. Gli « Acta Apostolicae Sedis »
(118) lo ammettono affermando che la consacrazione realizzata negli Istituti Secolari non è solo interna, ma esterna, e che gli Istituti Secolari esistono davanti alla Chiesa in foro esterno. Ciò in contrapposizione alla sforzo di perfezione solo interiore, soggetto alle cure dei Direttori Spirituali (a cui tutti sono chiamati). Gli Istituti Secolari sono enti che impegnano la Chiesa, la quale li fa dipendere dalla sua approvazione e li sorveglia (attraverso la Congregazione dei Religiosi). I membri sono riconosciuti, governati, guidati dalla Chiesa. Anche se il singolo individuo non è riconosciuto da chi vive con lui (ma questo potrebbe accadere anche ai Religiosi); l'Istituto Secolare è un elemento che s'inquadra nella Chiesa visibile. Infine il Rahner conclude: Anche se in senso strettamente canonico i voti non si possono chiamare pubblici, non sono affatto un affare privato del singolo, perché lo stabiliscono in uno stato di vita esteriore e duraturo, riconosciuto dalla Chiesa e al cospetto di essa. Ossia sano voti generatori di una condizione esistenziale, esattamente come i voti pubblici (15).
Alla stessa conclusione, anche se basandosi su altri motivi, arriva il Beyer, che non esita a chiamarli voti pubblici. Vi leggo le parole di conclusione: « Gli Istituti Secolari sono istituzioni di diritto pubblico nella Chiesa, formano uno stato di perfezione canonica nella Chiesa, e questo stato canonico è uno stato pubblico della Chiesa ». Perciò conclude: « Se questo stato di vita è pubblico, sono ugualmente pubblici gli impegni che vi si assumono » (16). Per cui si tratta di voti pubblici.

Mi pare, e lo stesso Beyer vi accenna, che si debba rivedere il criterio per distinguere i vati pubblici dai voti privati. Mi sembra fondamentale tener conto di questo: altro è il voto di cui è l'individuo a fissare la materia, a stabilire i limiti. Ad esempio, uno vuol fare il voto di obbedienza col suo direttore sprituale, e fissa can lui la materia entro cui intende impegnarsi. Qui si tratta di voto privato; perché è l'individuo privato che si sceglie la persona a cui vuole obbedire e fissa la materia entro cui intende impegnarsi. Invece è ben diverso il voto di chi entra in un Istituto, che ha una regola di perfezione approvata dalla Chiesa. Non è più l'individuo a suo arbitrio, ma è la regola a fissare quali sono le autorità a cui deve obbedire e quale è la materia; ossia i limiti, di tale obbedienza. Questo vale per tutti i Religiosi. Un religioso en tra in un Istituto, magari perché ha conosciuto un superiore, ha , fatto amicizia con un confratello... Ma mica la Chiesa gli assicura che avrà sempre quel superiore e quel confratello: oggi c'è lui, domani c'è un altro. Entrare in un Istituto è un darsi senza condizioni individuali. Così per la materia dei vati; è fissata dalla stessa regola. Non è che un individuo possa dire a suo arbitrio: intendo la povertà in questo modo; intendo l'obbedienza così e così. Deve seguire la regola e basta. Oppure andarsene. Voi capite che se si tiene come criterio questo: che un voto privato è un voto in cui è l'individuo che stabilisce la materia entro cui intende impegnarsi, e voto pubblico è quello in cui la materia è fissata da una regola approvata dalla Chiesa; se si tiene questo criterio, vedete che senz'altro í vostri voti sono pubblici.Altri preferiscono una diversa enunciazione, perché vogliono distinguere i voti degli Istituti Secolari dai voti religiosi. Non posso condividere l'opinione di coloro che, per ottenere tale distinzione dai Religiosi, considerano i vostri voti come privati. Mentre approvo quelli che affermano: essendo una realtà nuova, ci vogliono nomi nuovi. Infatti i voti negli Istituti Secolari sono una piena applicazione dei consigli evangelici, ma realizzati in una forma diversa rispetto alla vita religiosa. Sarebbe perciò legittima una terminologia nuova, anche per indicare la differenza esterna delle forme di consacrazione: chi fa i voti religiosi s'impegna di fronte agli occhi di tutti per l'abito che indossa, per la vita comune, per il nuovo « stato » che lo fa uscire dalla secolarità. Tutto questo non avviene per chi pronuncia i voti negli Istituti Secolari. Alcuni gradiscono il nome, autorevolmente legittimato, di voti semipubblici. Non mi piace troppo, perché può dare l'impressione di una via di mezzo tra i voti pubblici e i voti privati; mentre in realtà non è così. Altri preferiscono il nome di voti sociali. Non so, ma mi pare importante che il nome non dia l'impressione di un sottoprodotto, o di una forma slavata di voti religiosi. In attesa di meglio, preferisco dire che sono « sostanzialmente voti pubblici ».

Non vi sto a ripetere qui le cose dette altre volte, sulle differenze tra i voti vissuti nella vita religiosa e i voti vissuti nella vita secolare. Qualcuno di voi ricorderà come mettemmo in luce i vari aspetti dei consigli evangelici vissuti dai membri di Istituti Secolari e non vissuti dai Religiosi. Questo per dimostrare che si  tratta di un'applicazione diversa dei consigli evangelici, e non di un'applicazione meno completa. Leggendo il decreto « Perfectae Caritatis », specie per ciò che riguarda il voto di povertà, ho avuto l'impressione di un avvicinamento, di un ripensamento per i Religiosi, rispetto ai voti come sono vissuti negli Istituti Secolari.
Perché c'è il rischio che per un religioso, il voto di povertà, e anche il voto di obbedienza, diventino un giuridismo: è possibile che un religioso non manchi mai al voto di obbedienza e faccia sempre ciò che vuole; che nonostante il voto di povertà, non manchi di niente, neanche del superfluo... Sono rischi, intendiamoci, non è che ci si debba cadere. Ma sotto questo aspetto trovo che i voti, come li presentiamo a voi, siano visti assai più in ciò che hanno di sostanziale.
E non esito a confessarvi un'esperienza mia, che non ho visto rilevata da altri, perché gli Istituti Secolari sono ancora troppo giovani, ma su cui mi piacerebbe poter conoscere il parere di altri Assistenti. Chi abbraccia la vita religiosa, fa un grande distacco iniziale: lascia la famiglia, lascia tutto. Ed è molto grande il rischio che poi si riprenda un po' di quello che ha lasciato: che viva il voto di povertà senza mancare di niente; che viva il voto di obbedienza facendo molto di testa sua, e via discorrendo. Per cui l'esperienza dei responsabili di vira religiosa è che in molti casi ci sia un peggioramento degli individui. Mica sempre, intendiamoci bene! Ma è un facile rischio. Per cui si dice che se uno da novizio era fervoroso, diventa un buon religioso; se era mediocre, diventa un cattivo religioso... E' una tendenza a riprendere quello che si era dato a Dio, a viverlo sempre più fiaccamente. Noto invece che negli Istituti Secolari avviene più facilmente l'opposto. All'inizio non c'è un gran distacco, come per il religioso.
Anzi, spesso può esserci l'impressione di continuare più o meno la stessa vita di prima dell'entrata nell'Istituto: gli stessi impegni di pietà e di apostolato, farse c'erano già anche i voti privati. Ma poi, più si va avanti nella vita di consacrazione, più la si comprende, la si approfondisce, la si migliora; sempre più ci si accorge che l'impegno è profondo e abbraccia totalmente la vita. E' una scoperta che si fa poco per volta. Per cui nella mia esperienza di quasi dieci anni, in tutti e tre i nostri Istituti, ho notato un progressivo approfondimento e miglioramento di come si vive la  propria consacrazione a Dio. Faccio questa osservazione con molta esitazione, curioso di sentire il parere di chi ha più esperienza di me.

 

NOTE


1) P. Finiano della Regina del Carmelo O.C.D. - Gli Istituti Secolari - In: « Vita Religiosa e Concilio Valicano Il » - Ed. del Teresianum, pag. 207.
2) G. Lazzati - Secrolarità e Istituti Secolari - Libreria Editrice Fiorentina, 1958, pag. 16.
3) Intervento del Card. Ruffini, 11 novembre 1964. Cito dal riassunto pubblicato sulla Civiltà Cattolica.
9) P. Perrin O.1'. - In: Vocazione e Missione degli Istituti Secolari Ed. Ancora, pag. 112.
5) Idem, pag. 139.
6) Idem, pag. 114.
7) Idem, pag. 120.
8) Idem, pag. 226 e segg.
9) Idem, pagg. 90-91.
10) P. Finiano, op. cit., pagg. 213-214.
11) P. Ludovico Profili OFM - Gli Istituti Secolari nei Documenti Pontifici e Conciliari - In: Rivista di Vita Spirituale, 1967 N. 1.
12) Rahner - Missione e Grazia - Edizioni Paoline, pagg. 557-558.
13) Intervento di Mons. Fiordeili, 12 novembre 1964. Cito dal riassunto pubblicato sulla Civiltà Cattolica.
14) P. Dorio Maria Huot - In: Secolarità e vita consacrata - Ed. Ancora, pag. 22.
15) Rahner - op. cit., pagg. 562-563.
16) Beyer - Gli Istituti Secolari - Città Nuova Ed. - pagg. 309 e 304.

 

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