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- Don Gabriele Amorth -

 

LA PASSIONE DI CRISTO

Don Gabriele Amorth

A mia Madre,

che mi raccontava da fanciullo la Passione sel Signore con parole vive, che ben ricordo, ma che non so ripetere. Ora, che la fanciullezza è lontana, rivivo i fatti con la difficoltà di ricostruire la cronologia esatta, di scegliere tra i discordanti racconti evangelici, di tener conto delle notizie storiche sui personaggi e sugli usi del tempo, di ripresentare il processo ebraico e quello romano secondo lo svolgimento giuridico di allora, di rievocare la tecnica della crocifissione e della sepoltura… E’ un racconto molto più freddo e più povero di quello di mia Madre. Ma vuole contenere lo stesso amore per Colui che a sì duro prezzo ci ha spalancato le porte della misericordia di Dio.


Premessa

E' compito estremamente difficile ricostruire nei dettagli la Passione di Cristo, specie in un'epoca come la nostra in cui gli studiosi di S. Scrittura, pur nel pieno riconoscimento della storicità dei fatti, amano soprattutto mettere in luce il significato salvifico contenuto nel Libro Sacro: che indubbiamente ne è l'aspetto principale. Quanto qui presento è frutto di lunghi anni di studio da parte dei più noti specialisti di tutto il mondo: di S. Scrittura, storia, archeologia, medicina. Certamente la fonte principale d'informazione è fornita dai quattro Evangelisti che, contrariamente alle altre parti del Vangelo, ci narrano la Passione con un'accurata successione dei fatti e ricchezza di dettagli; è segno che, fin dall'inizio della Chiesa, essa era considerata l'episodio fondamentale e più predicato della vita di Cristo. Il racconto evangelico viene qui arricchito da tutte le altre fonti storiche d'informazione che si riferiscono a quei personaggi, luoghi, usi. Ma è proprio il Vangelo a porci davanti alle maggiori difficoltà. Perché? Gli Evangelisti narrano gli stessi fatti, ma in modo diverso. La sostanza dei quattro racconti è identica, ma i particolari divergono e sono spesso inconciliabili. Se analizziamo, ad esempio, il rinnegamento di Pietro, vediamo l'identità sostanziale del fatto, ma ci è impossibile accordare i dettagli: chi esattamente ha interrogato S. Pietro la prima, la seconda, la terza volta? I vangeli discordano. Chiunque ha una nozione esatta dell'ispirazione biblica sa che lo Spirito Santo non si è servito degli autori umani come di automi, ma ha rispettato il loro modo personale di pensare, d'informarsi, di esprimersi. Iddio non ha preteso d'insegnarci i dettagli dei fatti, quando questi particolari sono indifferenti alla sostanza del suo messaggio. Ma ha voluto dirci tutto ciò che è necessario alla salvezza.

Sono quindi costretto, per presentare un racconto unitario e più che è possibile conforme alla verità, a fare delle scelte. Non pretendo di fornire sempre 1a soluzione giusta, ma quella che è più conforme allo stato attuale degli studi. Seguirò soprattutto gli ultimi risultati a cui sono giunti il Blinzler, il Benoit, il De la Potterie, nomi notissimi in questo campo. Una seconda fonte a cui ho attinto, anch'essa ispirata, è fornita dalle profezie sulla Passione, nell'Antico Testamento. E' una fonte d'interpretazione più che di informazione. Perciò non potrò insistervi troppo, dato che mi preme raccontare lo svolgimento dei fatti. Ma non è possibile tacere l'insostituibile importanza delle profezie per riconoscere in Gesù il Messia, l'inviato del Padre. Un'altra fonte d'informazione, di carattere e di valore totalmente diverso, è fornita daila Sindone di Torino. Qui ci troviamo di fronte ad un documento esclusivamente scientifico, per cui mai la Chiesa si pronuncerà né pro né contro. Uno che inizialmente non credeva alla Sindone era Pio XI, che però scriveva, nel 1931: « Abbiamo seguito personalmente gli studi sulla S. Sindone c ci siamo persuasi della sua autenticità ». In tutti questi anni lo straordinario documento è stato studiato da anatomisti, medici legali, chimici, esegeti, storici. Non esiste uno studio serio sulla Sindone che non ne riconosca l'autenticità. Trattandosi però di un documento non da tutti accettato, ne farò un uso assai moderato: quanto basta a confermare e precisare ciò che già ci dicono i Vangeli e le altre fonti storiche, sugli usi del tempo. Tra gli ultimi studi sulla Sindone seguo particolarmente quelli di Judica Cordiglia e di Mons. Ricci.

La cattura

Giovedì 6 aprile dell'anno 30; anno 782 di Roma. Verso le ore 23 Gerusalemme è addormentata e buia. Gesù, grazie a lunga preghiera al Padre, ha riacquistato piena padronanza e prontezza; dopo lo smarrimento che Io aveva fatto sudar sangue: paura,nausea, tristezza mortale. D'un tratto il colle con I'ulivéto, appena fuori dalla città, si anima. Arriva un drappello di una trentina d'uomini, armati di spade e bastoni. E' formato dalle guardie di cui disponeva il Sinedrio per l'esercizio del suo potere politico e giudiziario, con un rinforzo di guardie del Tempio e di soldati. E' presente anche Malco, schiavo di fiducia di Caifa, che è il principale artefice di quell'operazione notturna. Guida il gruppo Giuda, l'apostolo traditore, che ha combinato il segnale di riconoscimento: « Colui che bacerò è lui. Afferratelo bene e portatelo via». Conosciamo con esattezza anche i mandanti: i sommi sacerdoti, i farisei, gli scribi, gli anziani. Ossia tutta la classe dirigente degli Ebrei. Per motivi diversi, tutti ce l'avevano con Cristo. I sommi sacerdoti, oltre al sommo sacerdote in carica e ai predecessori scaduti, comprendevano anche gli addetti ai sacrifici, in servizio stabile presso il Tempio; Gesù, con la sua dottrina dei « veri adoratori in spirito e verità », e con la cacciata dei mercanti dal Tempio, minacciava seriamente i loro lauti affari. I farisei e gli scribi (chiamati anche dottori della legge) erano gelosi della popolarità di Gesù sulle masse, che diminuiva la loro influenza, e avevano ben compreso che la nuova dottrina scalzava radicalmente il loro fanatismo religioso, basato sulla formale osservanza dei 613 precetti con i quali avevano interpretato l'osservanza del Decalogo.

Gli anziani comprendevano la nobiltà laica di Gerusalemme e i grossi proprietari terrieri: uomini saldamente aggrappati alla ricerca dei beni di questo mondo. Già da alcuni giorni il Sinedrio aveva deciso l'uccisione di Cristo, ma di nascosto e non nei giorni pasquali, per evitare tumulto nel popolo. Questa decisione era risaputa, per cui era un chiaro invito (quasi una taglia) offerto a chiunque fosse stato in grado di aiutare le autorità a catturare Gesù di na-scosto. Giuda Iscariote rispose a questa specie di bando ufficiale, pattuendo un compenso di trenta danari d'argento, il prezzo di uno schiavo. Fu la buona occasione per cui il Sinedrio decise di agire subito. - Chi cercate? - Gesù Nazareno. - Sono io. S. Giovanni fa notare la fortezza straordinaria di Cristo che non fugge, né cerca difese, ma con piena libertà e prontezza domina la situazione, pur nei limiti della sua umanità. - Se cercate me, lasciate che costoro se ne vadano. Non desideravano di meglio gli Apostoli, che se ne fuggirono tutti, dopo il tentativo di reazione di Pietro, in cui Malco ci rimise un orecchio. Né cercavano di meglio gli sbirri, che avevano l'ordine di catturare solo Gesù, nel modo più spiccio possibile. Perciò lo legarono e lo condussero nel palazzo di Caifa, ricalcando all'incirca lo stesso percorso che Gesù aveva seguito qualche ora prima, con gli Apostoli, per andare dal cenacolo all'orto degli ulivi.

Interrogatorio privato di Anna

Il vecchio Anna era stato sommo sacerdote dall'anno 6 all'anno 15. Godeva di un'autorità indiscussa ed era certamente un politico di grande abilità. Cinque suoi figli, suo genero Caifa, un suo nipote e un suo fratello si alternarono nell'ufficio di sommo sacerdote. Una specie di monopolio di famiglia, che mette ancor più in evidenza l'abilità e la ricchezza di Anna, se si pensa che la carica era praticamente assegnata dai Romani dietro pagamento; tanto che i Romani ci avevano preso gusto a farne un incarico annuale. Ma non c'era bisogno di cambiare personaggio tutti gli anni, quando si trovava uno che, col suo danaro, sapeva meritarsi un prolungamento dell'incarico... Gli Ebrei a quei tempi non conoscevano il carcere detentivo, in attesa di giudizio: subito dopo l'arresto il reo doveva essere giudicato. Perciò è giusto il lamento di Gesù per essere stato catturato di notte, come si usava fare con i malfattori che si nascondevano ai rappresentanti della giustizia; egli invece aveva sempre insegnato pubblicamente, nel Tempio. Ma neppure è illegale, stante l'ora della cattura, il processo notturno. I giuristi si chiedono come mai il Signore sia stato sottoposto ad un primo interrogatorio privato, non ufficiale, da parte di Anna, che non era più in carica. Vi sono tre motivi più che sufficienti a darcene spiegazione. Prima di tutto Anna, benché scaduto, aveva grande influenza su tutto il Sinedrio (di cui rimaneva membro a vita), e in tutte le questioni di rilievo era il primo ad essere interpellato, anche in segno di rispetto. Un secondo motivo era di carattere pratico: bisognava dare tempo ai membri di radunarsi. Il Sinedrio era composto da 71 membri; perché una seduta fosse legale ne bastavano 23.

Alcuni certamente erano al corrente dell'arresto notturno, perché lo avevano organizzato, ed erano già presenti. Ma c'è da supporre che fossero in pochi; un arresto compiuto di sorpresa doveva restare segreto fino ad esecuzione avvenuta, se no qualcuno avrebbe potuto informare l'interessato e buttare all'aria il piano. Tanto più che tra i membri stessi del Sinedrio c'era qualche amico di Cristo, come Giuseppe d'Arimatea e Nicodemo. Un terzo motivo a favore dell'interrogatorio di Anna è che Caifa contava sull'astuzia di suo suocero, per cogliere dalle labbra dell'accusato qualche elemento utile alla condanna, già decretata in partenza. Ma questo scopo non fu raggiunto. Infatti vediamo che Anna interroga Gesù da solo (certamente gli ha fatto togliere le catene), sui suoi discepoli e sulla sua dottrina. Il fatto che uno qualunque si circondi di discepoli, senza essere un regolare rabbino e senza possedere una qualsiasi autorizzazione ad insegnare, poteva far pensare alla fondazione di una società segreta, con chissà quali scopi. Gesù ribatte con molta dignità l'insinuazione: « Ho insegnato dove gli Ebrei si radunano: nelle sinagoghe e nel Tempio. Ho insegnato in pubblico e non ho fatto niente di nascosto. Perché interroghi me? Interroga piuttosto coloro che mi hanno ascoltato ». Giuseppe Flavio ci dice che il comportamento degli imputati, nei tribunali ebraici, era quanto mai servile, tutto diretto a suscitare la compassione del giudice. Una risposta così libera e franca non poteva che risuonare sfrontata. Da qui la reazione dello sbirro: « E' così che rispondi al sommo sacerdote? », e dà uno schiaffo a Gesù. Il termine, oltre che schiaffo, può significare anche « colpo ». Forse è stata la botta che ha spezzato il setto nasale e il labbro inferiore di Cristo. Ancor più maestosa risuona la risposta: « Se ho parlato male dimostralo; se invece ho parlato bene, perché mi percuoti? ». Il primo interrogatorio si è risolto con un nulla di fatto. Gesù viene di nuovo incatenato, trascinato giù dalle scale e attraverso l'ampio cortile, per andare dove attendeva Caifa e dove intanto si era riunito il Sinedrio; forse in un'altr'ala dello stesso palazzo. L'interrogatorio di Anna è durato fin verso le due di notte. Siamo già nella giornata di venerdì, 7 aprile dell'anno 30. Verso le due inizia il processo ufficiale del Sinedrio.

La condanna del Sinedrio

Marco precisa che facevano parte del tribunale sommi sacerdoti, anziani e scribi: ossia il Sinedrio al completo, con una sufficiente rappresentanza delle tre categorie che lo componevano. Presiedeva Caifa, il sommo sacerdote in carica. Anche lui era scaltro e ricco non meno di Anna, tanto che riuscì a conservare il supremo incarico per 19 anni, dal 18 al 37 d. C. Uomo senza scrupoli, non esitava e eliminare chiunque mettesse in pericolo la sua potenza politica. La frase famosa: « Meglio che un uomo solo perisca per tutto il popolo », poteva bene avere un significato profetico, perché veramente Gesù moriva per tutto il popolo; ma nella mente di Caifa aveva un altro senso: Guai a chi attenta all'attuale situazione politica in cui, nei limiti consentiti dai Romani, comando io. I sinedriti sedevano su seggi elevati, posti a semicerchio, per potersi vedere in faccia. Due scrivani redigevano il verbale. In mezzo, in piedi. l'imputato e i testimoni. Dietro ad essi sedevano per terra, disposti in tre file, gli allievi scribi. Difficilmente avranno presenziato a questo processo notturna, convocato dietro invito personale; la loro presenza non occorreva. Nei processi capitali bastava anche una sola testimonianza favorevole all'accusato per ottenere la assoluzione; mentre per la condanna occorrevano almeno due testimoni concordi. Sono disposizioni fissate dalla Bibbia e che certamente furono osservate. Forse è stato in vista di questo, o per un vago desiderio di poter essere d'aiuto al suo Maestro, che Pietro cercò di entrare nel palazzo dei sommi sacerdoti dietro raccomandazione di un discepolo conosciuto nella casa di Caifa. Invece, durante il processo formale, consumò il suo rinnegamento.

A quei tempi non esisteva un pubblico accusatore; vi provvedevano i testimoni. Ed eccoli pronti, forse dalla sera innanzi, e certamente preparati o anche pagati dai nemici di Cristo, dal memento che il Vangelo li bolla subito come « falsi ». Ma in pratica essi non hanno servito a nulla. C'è stato qualcosa che non ha funzionato bene, nell'organizzazione dei testi. Essi dovevano parlare separatamente e oralmente; le loro dichiarazioni erano nulle se differivano anche in un minimo dettaglio. Non conosciamo quali furono le prime accuse mosse contro Gesù; sappiamo che furono molte, ma tutte inutilizzabili, perché discordanti. Alla fine ci furono due che presentarono un'accusa pesante: « Lo abbiamo sentito dire: demolite questo Tempio e io in tre giorni lo farò risorgere ». La distruzione degli edifici di culto è sempre stata considerata gravissima, presso tutti i popoli. Si pensi anche ai nostri giorni. all'indignazione mondiale per l'attentato contro la moschea di Omar. Tanto più grave risuonava la minaccia di distruggere il Tempio unico degli Ebrei. Ma anche su questa frase non c'era accordo tra i testimoni; gli stessi evangelisti ce la riportano con formulazione diversa. La deposizione dei testi era nulla. II processo si trovava a un punto morto. Allora Caifa vide necessario tentare un'altra via: l'interrogatorio diretto dell'imputato. Da quanto già sapeva sul conto di Cristo, e da varie frasi emerse dai testimoni, risultava in Gesù la pretesa d'essere il Messia promesso. - Io ti scongiuro, per il Dio vivente, di dirci se tu sei il Messia, il figlio del Benedetto. - Tu lo dici. E voi vedrete il Figlio dell'uomo assiso alla destra della Potenza, venire sulle nubi del cielo. Il sommo sacerdote si stracciò le vesti: « Che bisogno abbiamo più di testimoni? Avete udito la bestemmia; che ve ne pare? » - E tutti lo giudicarono reo di morte.

Sono le frasi culminanti del processo giudaico, ed è necessario che le comprendiamo sforzandoci di penetrare nella mentalità degli Ebrei dell'epoca. Già l'accusa riguardo al Tempio era gravissima: i profeti Geremia e Michea furono uccisi perché accusati di aver osato parlare contro il Tempio. Ma forse i sinedriti, soprattutto i farisei, avevano intuito che Gesù intendeva stabilire un ordine nuovo, una religione spirituale tutta differente da quella formalistica, che essi dirigevano e difendevano. Ma c'era di più. C'era la pretesa di essere lui il Messia, un Messia tutto diverso da quello che si aspettavano: un grande generale, che liberasse gli Ebrei dai Romani. Non avrebbero mai potuto accettare l'idea di un Messia povero e abbandonato da tutti, ridotto facilmente all'impotenza e abbandonato agli oltraggi della sbirraglia. Chi osava, in quelle condizioni, proclamarsi il Messia, non poteva essere che un odioso impostore, che si faceva beffe delle grandi promesse di Dio. E' per questo motivo, par preparare il suo popolo a questa svolta totale di mentalità, che Gesù era stato così riservato a designarsi apertamente come il Messia. Non voleva suscitare gli ardori politico-nazionali del suo popolo, ma prepararlo a ben altro Regno. Ora invece, concludendo la missione per cui era « disceso dal Padre », alla presenza dei capi del popolo eletto, di fronte ad una domanda così precisa, non può tacere, anche se è chiaro che dalla sua risposta dipende l'esito del processo, e la sua vita terrena. Ancora una precisazione. L'interrogativo di Caifa: Sei tu il figlio del Benedetto? (ossia di Dio), certamente non intendeva riferirsi alla natura divina di Cristo, ma soltanto alla predilezione divina per il suo Messia.

Che Gesù potesse essere Dio, era un'idea inconcepibile per un giudeo. Gli stessi Apostoli l'hanno penetrata a fondo solo più tardi, dopo la discesa dello Spirito Santo. Scriverà S. Paolo, riguardo al Sinedrio: « Se lo avessero saputo, certamente non avrebbero crocifisso il Signore della gloria ». Caifa e gli altri avevano capito che Gesù, chiamando Dio suo Padre e compiendo cose che solo Dio può fare (ad esempio, perdonando i peccati), pretendeva di avere con Dio dei rapporti unici, dei legami di un'intimità tale che lo ponevano al di sopra di tutti gli altri uomini. Ecco, per loro, la bestemmia. In più, accecati dalle idee che si erano costruite di un Messia politico, non hanno saputo comprendere i « segni » che Dio ha dato loro per comprendere il Messia vero: i miracoli e l'avveramento delle profezie che essi, loro malgrado, contribuivano a compiere. Così il processo ebraico si concluse con la condanna a morte, per il reato di bestemmia.

Continua la seduta del Sinedrio

Nel diritto penale ebraico non si conosceva il ricorso in appello e le sentenze venivano subito ese guite. E in questo si risvegliava una ferita nell'animo nazionalista giudaico: il diritto di spada (ius gladii), ossia di eseguire sentenze capitali, gli Ebrei non lo avevano più. I Romani lo avevano avocato a sé in tutte le province soggette a loro. Perciò restavano da fare due cose: sfogarsi subito sul condannato nei limiti loro consentiti, e intanto preparare la sentenza scritta di condanna, da presentare al Procuratore romano.La prima cosa era assai facile: bastava abbandonare Gesù agli sbirri, ai servi del Sinedrio. Incatenato di nuovo, il prigioniero fu fatto scendere e condotto in un angolo del cortile. Potranno essere state le 4,30 del mattino. Da poco il gallo aveva cantato per la seconda volta. Nel cortile gli occhi del Maestro si sono incontrati con gli occhi del Principe degli Apostoli. Povero Pietro! Tanta presunzione e tanta debolezza; tanta buona volontà e tanta paura. Non aveva proprio combinato niente di buono: solo un rinnegamento più volte ripetuto e giurato. Non gli restava che riconoscere la sua miseria e lavarla con lacrime amare. La teppa s'impossessò di Gesù. Sputi, schiaffi, percosse; violente e crudeli canzonature. Gli bendano gli occhi e lo battono: « Indovina chi é stato ».

Un gioco da ragazzi con la perfidia degli adulti. Chi può contare le percosse date ad un condannato a morte, offerto agli sbirri perché sfoghino su di lui la malaugurata incapacità a eseguire la condanna? Alla fine, il solo volto presenta le seguenti tumefazioni (seguiamo soprattutto lo studio di Luigi Gedda): alla regione nasale destra, col naso piegato per la frattura del setto; allo zigomo destro, con infossamento dell'occhio e gonfiore della palpebra; alla narice destra; alle labbra (il labbro inferiore è anche spaccato), specie all'angolo destro, da cui si nota chiaramente la colata di sangue e saliva; alla mandibola. La barba è strappata: piccolo particolare taciuto dai Vangeli, ma affermato dalle profezie e registrato nella Sindone. Intanto la seduta del Sinedrio continua. Occorre stendere l'atto d'accusa, ma bisogna redigerlo con abibità. Che ne sapeva Pilato, e che cosa importava ad un pagano, del crollo delle aspirazioni politiche di Israele, con l'aggravante di una pretesa blasfema? In tal modo non si sarebbe mai ottenuta una condanna a morte. Occorreva qualcosa che colpisse nel vivo la sensibilità di Ponzio Pilato. Il suo ufficio era quello di mantenere l'ordine, di conservare il dominio romano, di soffocare ogni agitazione politica. Ecco la soluzione: presentargli Gesù come un agitatore politico, un ribelle a Roma. Il reato di lesa maestà. In tal senso fu stesa la. sentenza di condanna a morte e si deferì il colpevole al tribunale del Procuratore: un drappello della polizia del Sinedrio scortava il reo, insieme ad alcuni sinedriti, incaricati di rappresentare il sommo tribunale giudaico, per caldeggiare le accuse.

Ponzio Pilato

Il Procuratore romano della provincia palestinese risiedeva normalmente a Cesarea Marittima. Si recava di tanto in tanto a Gerusalemme, specie in occasione delle maggiori feste ebraiche, quando si rendeva necessaria una sorveglianza maggiore per mantenere l'ordine. La sua abitazione si chiamava Pretorio. Per molto tempo si è ritenuto che il Procuratore, a Gerusalemme, risiedesse nelle Fortezza Antonia, a nord-ovest del Tempio. Oggi gli studiosi sono più favorevoli al palazzo di Erode il Grande (l'autore della strage degli innocenti), perché si hanno dati sicuri che quella fosse la sede d'abitazione del Procuratore, e non si vede perché avrebbe dovuto cambiarla per il processo di Cristo. Allora il palazzo di Erode era grandioso, con tre robuste torri, di cui una si conserva ancora abbastanza bene. Giuseppe Flavio lo visitò e poi ne vide la distruzione nel 70. Così ce lo descrive: « Il suo arredamento era il più fastoso di qualsiasi altro io avessi visto, davvero indescrivibile. Circondato da una muraglia circolare con torri... aveva sale vastissime per banchetti, con letti di riposo per centinaia di persone. I soffitti erano veri capolavori d'arte... C'erano appartamenti in quantità, completamente arredati, con suppellettile in gran parte d'oro e d'argento... Vi erano parchi variamente disposti, percorsi da lunghi viali ». Sulla figura di Ponzio Pilato conviene spendere qualche parola. Uomo duro e autoritario, detestava gli Ebrei. Nei dieci anni del suo governo si dimostrò spietatamente crudele. Non è difficile vedere, nella sua nomina, l'intervento di Seiano, nemico dichiarato degli Ebrei, che era prefetto della guardia imperiale e aveva un peso determinante nelle decisioni dell'Imperatore. Filone ci parla così di Pilato: « Venalità, violenze, rapine, cattivi trattamenti, oltraggi, esecuzioni continue e senza giudizio, crudeltà terribile - senza motivo ». E il Re Erode Agrippa I scrive parole quasi identiche al suo amico e protettore, l'Imperatore Caligola, nell'anno 40: « Corruzione, violenza, ruberie, oppressione, umiliazione, continue esecuzioni senza processo, sconfinata e intollerabile crudeltà ». Gli Ebrei lo ripagano di pari moneta, ogni volta che possono. E' una lotta senza quartiere.

Dobbiamo perdere l'idea di un Pilato che comprende l'innocenza di Gesù e se ne fa protettore, cedendo solo alla paura. Non è conforme alla storia. Ci troviamo invece di fronte ad un uomo che si burla degli Ebrei nella persona di Cristo (« Bel re che avete »), e se non vuole condannarlo è solo per far dispetto al Sinedrio: ha capito che ci tengono troppo alla condanna a morte di quel galileo. Cede solo di fronte alla minaccia di una denuncia a Roma, che potrebbe compromettere la sua carriera. Sa bene che l'Imperatore vuole tenere soggiogato Israele, ma senza esasperarlo. Già una volta, per una denuncia a Roma, ha dovuto rimangiarsi un suo ordine e, per l'intervento di Tiberio, ha dovuto ritirare gli scudi d'oro che teneva esposti nel suo palazzo e che tanto offendevano i Giudei. Forse ha il presentimento che, alcuni anni dopo, proprio in seguito ad una denuncia per il modo brutale con cui aveva agito contro i Samaritani, verrà destituito, esiliato in Gallia, e forse costretto al suicidio. Pilato è un cinico calcolatore. Non gl'importa niente di uccidere uno che sa innocente: è un ebreo, e gli Ebrei li ammazza sempre volentieri. Gli dispiace solo di darla vinta al Sinedrio che detesta. Ma la carriera vale questo ed altro. Cederà contro voglia, e sfogherà il suo disprezzo nel motivo della condanna.

Il processo romano

I Romani erano soliti iniziare i procedimenti giustiziari subito dopo il sorgere del sole.Potranno essere state le 6 di mattina quando Gesù venne introdotto nel Pretorio; i suoi accusatori rimasero invece fuori, nella piazzetta antistante al portone, per non contaminarsi. Un giudeo che entrasse nella casa di un pagano contraeva un'impurità legale; non avrebbe potuto consumare l'agnello pasquale senza prima sottoporsi alla cerimonia di purificazione. Pilato, pratico di questi usi, esce loro incontro. - Che accusa portate contro costui? - Se non fosse un malfattore non te lo avremmo portato. - Prendetelo voi e giudicatelo secondo la vostra legge. - Noi non possiamo eseguire una sentenza di morte. Così Pilato è informato: si tratta di una sentenza capitale, decretata dal Sinedrio. A questo punto Pilato legge la tavoletta in cui si motiva la condanna. Già, per sua abituale disposizione d'animo, è deciso a contraddire il Sinedrio; tanto più ora, costatando l'insufficienza della motivazione: contiene un'accusa senza nessuna prova. Evidentemente i sinedriti hanno letto, nel volto del Procuratore, l'insoddisfazione per la loro sentenza e si sono affrettati a rincarare la dose:

« Lo abbiamo sorpresa a perturbare la nostra nazione, a impedire di pagare i tributi a Cesare, e a proclamarsi re ». Tanto zelo per pagare le tasse ai Romani non poteva essere che bugiardo e nascondere altri fini. Perciò Pilato rientrò nel Pretorio, per procedere all'interrogatorio diretto dell'accusato. - Sei tu il re dei Giudei? Dato che il Popolo ebraico aspirava tanto all'indipendenza, Pilato voleva vederci chiaro: se costui intendeva organizzare una rivoluzione. Ma sembra una domanda più sprezzante che seria. Pilato sapeva troppo bene che, se qualcuno avesse organizzato una ribellione ai Romani, non sarebbe mai stato il Sinedrio a denunciarlo. Gesù: « Dici questo da te stesso o altri te lo hanno detto di me? ». Ossia: Vuoi una risposta che valga per te, per il tuo incarico politico, o vuoi una risposta che appaghi la mentalità giudaica degli altri? Pilato: « Sono forse io un giudeo? La tua Nazione e i pontefici ti hanno consegnato a me.

Che cosa hai fatto? ». - Bada con chi parli; non m'importa niente del giudaismo e dei suoi problemi, e non m'importa niente dei motivi per cui il Sinedrio ti ha condannato. Che cosa hai fatto che interessi me, Procuratore romano? - Il mio regno non è di questo mondo. Se il mio regno fosse di questo mondo, i miei sudditi avrebbero lottato perché non fossi stato consegnato ai Giudei. Ma invece il mio regno non è di quaggiù. - Dunque tu sei re?
- Tu lo dici, io sono re. Per questo sono nato e per questo sono venuto al mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque ama la verità ascolta la mia voce.
- Che cos'è la verità? Con questa frase scettica Pilato chiude l'interrogatorio. Ha saputo quanto gli occorreva: costui non aveva alcuna aspirazione ad un regno terreno, non aveva seguaci armati e non intendeva organizzare una rivoluzione. La grandiosità con la quale Gesù ha riaffermato, come davanti al Sinedrio, il suo Messianismo e la conseguente regalità spirituale, è sfuggita completamente a Pilato. Non lo interessava affatto.

Gli è bastato capire che l'accusato pretendeva di essere re in un senso « filosofico », in un modo del tutto inoffensivo. Con un tipo simile Roma poteva dormire tranquilla. Quell'uomo era un sognatore, un idealista, ma non un criminale. E per di più un idealista che dava un tremendo fastidio al Sinedrio: ragione fortissima per tenerlo in vita. Da questo momento il giudizio che Pilato si è fatto di Gesù è definitivo. L'accusa politica non sta in piedi: è un pretesto per nascondere i veri motivi, che sono motivi di nessun interesse per il Procuratore. Torna allora al primo atteggiamento, che gli ha fatto scuotere il capo in senso di disapprovazione, mentre leggeva la sentenza sinedrita: Volete condannare costui come ribelle a Roma? Fornitemi delle prove, presentatemi dei fatti. La vostra accusa non ha nessuna conferma concreta. E' questo il senso della frase, continuamente ripetuta da Pilato: « Non trovo in lui colpa alcuna; non trovo motivo di condanna ».

Ossia: Non c'è nessun fatto che provi l'accusa. Di fronte alla resistenza di Pilato, i sinedriti si sforzavano di urlare le loro accuse, che Gesù udiva dall'interno del portone. Ma non rispose più nulla. Filato si meravigliò del dignitoso silenzio di Cristo, ma non fece nessun conto delle accuse: parole vane, che non fornivano nessun elemento concreto. Una frase però lo colpì: « Costui agita tutto il popolo insegnando per tutta la Giudea e ha cominciato dalla Galilea ». Informatosi e saputo che era galileo, il volto di Pilato si illuminò di soddisfazione. Da astuto politico, capì che quella era una buona occasione per risolvere un suo piccolo problema personale. Pilato ci teneva a riallacciare buoni rapporti con Erode Antipa, Tetrarca di Galilea, che era fedele cliente dei Romani e « persona gratissima » all'Imperatore Tiberio. I loro rapporti erano tesi; ne sappiamo i motivi. Tutti gli episodi che la storia ci ha trasmesso di Pilato sono atti di crudeltà contro i Giudei. Solo un anno prima egli aveva fatto penetrare i suoi soldati nel Tempio per massacrare alcuni galilei.

Fatto doppiamente esecrabile, per il luogo sacro e perché si trattava di sudditi di Erode Antipa. Così Pilato ebbe una buona occasione per rendere un omaggio alla Tetrarca e ingraziarselo. Non è pensabile che intendesse deferire tutto il processo a Erode, e che intendesse farsi sostituire in una causa capitale che il Sinedrio aveva deferito a lui e su cui egli solo poteva decidere. Ha inteso soltanto « chiedere un consiglio » all'autorità galilea, per ingraziarsela dimostrando di voler attenersi al suo parere. E che con questo gesto si sia guadagnata l'amicizia di Erode, il Vangelo ce lo dice espressamente: « In quello stesso giorno divennero amici, mentre prima erano nemici tra loro ». Gesù, scortato da un drappello di soldati romani, fu condotto al palazzo degli Asmonei, poco distante, dove dimorava Erode quando si recava a Gerusa lemme. Si unirono al gruppo anche quei membri del Sinedrio che erano stati incaricati di sostenere le accuse contro Gesù di fronte a Pilato.

L'interrogatorio di Erode

Erode Antipa era il figlio minore di Erode il Grande. Governava la Galilea e la Perea. Il Vangelo ci parla della sua vita corrotta, dato che conviveva con Erodiade, sua cognata e nipote; e ci parla del crudele eccidio del Battista. Erode non s'era mai impegnato seriamente contro Cristo anche se, nella sua indifferenza religiosa, non poteva certo simpatizzare con la dottrina evangelica. Non possedeva l'intelligenza del padre, ma neppure la sua perfidia. Era un buon diplomatico, amante della sontuosità, dei banchetti, delle curiosità. Per diplomazia, aveva fatto di tutto per essere gradito ai Romani, e c'era riuscito. Per diplomazia, cercava di apparire esternamente un
ebreo osservante (a tale scopo si trovava in quei giorni a Gerusalemme), ed era riuscito in parte anche in questo. La tavoletta d'accompagnamento, scritta da Pilato, doveva dire press'a poco così: Costui mi viene accusato come un cospiratore, un rivoluzionario che vuole farsi re; ma non c'è nessuna prova che abbia organizzato sommosse; dato che è galileo e ha svolto parte della sua attività in Galilea, guarda un po' tu la faccenda e dammi il tuo parere.

Erode si rallegrò molto per quella visita: sia perché da tempo desiderava conoscere quest'uomo portentoso, le cui gesta gli erano state più volte riferi te; sia perché si sentiva lusingato da quel pubblico omaggio che Pilato gli rendeva, ricorrendo a lui per consiglio. Ma subito prevalse in lui il senso della curiosità: abituato ai giocolieri di corte, sapeva dei miracoli di Gesù e lo interrogò sulle sue forze occulte, sui suoi poteri misteriosi. Non diede nessun peso alle accuse dei sinedriti: sapeva molto bene che quell'uomo non era pericoloso, dal punto di vista politico. In caso contrario già da tempo lo avrebbe catturato, mentre invece s'era limitato una volta sola a fargli giungere una minaccia: « Scappa da qui perché Erode ti vuole uccidere ». Di fronte al silenzio di Gesù la sua curiosità fu del tutto delusa. Non gli restava altro da fare che dare a Pilato il suo parere. E preferì non servirsi di uno scritto, ma di un gesto che significasse: è solo un uomo ridicolo, non è pericoloso. Si pensi anche al fatto che Erode, pur con tutta la sua abilità politica e la sua amicizia con l'Imperatore, per tutta la vita ha cercato di farsi insignire del titolo di re, senza mai riuscirvi; aveva solo il titolo di Tetrarca. Deve proprio averlo divertito la pretesa di quel poveraccio, che gli stava davanti legato e in pessimo stato, e che pretendeva di avere raggiunto quello che per lui era un miraggio. Possiamo immaginare le risate di tutti i presenti quando fece rivestire Gesù di una veste sgargiante, e lo rimandò a Pilato col suo evidente giudizio: E' un re da burla; le accuse politiche contro di lui non vanno prese sul serio.

Riprende il processo romano

Non saranno state ancora le 9 quando Gesù fu ricondotto al Pretorio. Di nuovo Pilato uscì fuori, incontro ai sinedriti: - Mi avete portato quest'uomo accusandolo come sovvertitore del popolo. L'ho interrogato in vostra presenza e non ho trovato nessun fatto che provi l'accusa. L'ho mandato da Erode, e anche lui non ha trovato nulla contro costui. Perciò gli darò un castigo e poi lo libererò. Il ragionamento di Pilato è chiaro: l'accusa che sia un sovvertitore non potete provarla; perciò non è reo di morte, tutt'al più di un castigo. Un castigo glielo do perché un ebreo lo pesto sempre volentieri; ma a voi non la do vinta.. Frattanto accade un fatto nuovo. Si raduna una falla intorno a Pilato, per reclamare un suo diritto: la liberazione di un prigioniero. Entra qui in scena la folla per la prima volta; e compare non perché s'interessi al processo contro Gesù; sotto questo aspetto la folla è colta alla sprovvista e sarà facilmente manovrabile dai :suoi capi nazionali. Si tratta di una concessione fatta dai Romani alla provincia palestinese.

La Pasqua ricordava agli Ebrei la loro liberazione dalla schiavitù egiziana; accordando, in quella circostanza, il diritto di liberare un prigioniero, si faceva una concessione graditissima al sentimento religioso di quel popolo. Era un'abile politica di tolleranza, di cui abbiamo molti altri esempi. A questo punto Pilato fece l'errore fondamentale di tutto il processo. Già, se voleva, poteva liberare Gesù prima di rinviarlo ad Erode. Ma aveva preferito cogliere l'occasione per risolvere un suo caso personale e ingraziarsi il Tetrarca. Anche ora può assolvere l'accusato. Pensa invece di servirsi del giudizio popolare; e sbaglia i calcoli perché non tiene conto di un fattore importante: fino a quel momento ha tenuto saldamente in mano le redini del processo; ma deferire la causa al popolo può essere un mezzo pericoloso, il popolo può prendergli la mano. Si osservi anche che il popolo qui presente non è tanto formato dalle popolazioni venute in devoto pellegrinaggio, dai paesi in cui Gesù ha predicato, e che hanno acclamato « il figlio di David » solo qualche giorno prima. Ma è il popolo apatico della metropoli, difficile agli entusiasmi e sensibile ai privilegi nazionalistici. Chi volete che vi liberi: Barabba o Gesù chiamato il Cristo?

Il romanzo ed il cinema si sono impossessati della figura di Barabba, facendone un comune delinquente. Ben altrimenti ci dice il Vangelo: « C'era allora un prigioniero famoso, chiamato Barabba, incarcerato tra i rivoltosi che, in una sommossa avvenuta in città, avevano commesso un omicidio ». Molto probabilmente si trattava di una delle tante sommosse contro i Romani, per cui Barabba (agli occhi dei Giudei) non era un comune delinquente, ma un detenuto politico. Non era difficile ai farisei farlo passare come un eroe nazionale. In ogni caso, nel breve tempo lasciato al popolo per riflettere e decidere, era molto logico che il popolo si lasciasse influenzare dalle istigazioni dei suoi capi naturali, anziché accondiscendere all'evidente preferenza dell'odiato oppressore. Durante questa attesa avviene un altro piccolo fatto. La moglie di Pilato manda a dire al marito: u Non avere nulla a che fare con quel giusto perché in sogno ho molto sofferto per causa di lui ». Possiamo pensare che il romano superstizioso abbia dato seria importanza all'avvertimento e abbia rinnovato, ma troppo tardi, la sua decisione di liberare Gesù. Solo così ci si spiegano i suoi molti tentativi di liberare uno di cui non gl'importava niente. Allora quale dei due volete che io vi liberi? - Liberaci Barabba. -E che debbo farne di colui che chiamate il re dei Giudei? Crocifiggilo, crocifiggilo. - Ma che ha fatto di male? - Crocifiggilo. Non ho trovato nessuna prova contro di lui. - Crocifiggilo.

Con una folla non si ragiona. Ormai ha fatto propria la causa del Sinedrio; ormai è una folla fanatizzata che vuole strappare all'oppressore un qualcosa che sta a cuore ai suoi capi. Viste vane le parole, Pilato ricorse a un gesto che lavasse la sua coscienza e gli scrupoli di sua moglie. Lavarsi le mani per affermare la purezza di coscienza, era un uso tipicamente ebraico. Pilato vi fece ricorso per la sua immediata comprensione; quando invece parlava, quasi certamente doveva servirsi di un interprete che traducesse in aramaico la sua lingua greca. In più aggiunse la frase: - Io sono innocente del sangue di questo giusto; pensateci voi. - I1 suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli. E' difficile a noi moderni approfondire il significato e la responsabilità di questa frase tremenda. Le generazioni si sono succedute, e la Croce ha steso le sue braccia a tutto il mando. E' inutile voler infierire sugli attori di quel dramma, perché il segreto delle coscienze non è nastro, ma di Dio. Come sono di Dio le parole che tra poco torneremo a udire: « Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno ». Tutti sappiamo quanto i discendenti di quel popolo abbiano duramente sofferto lungo i secoli, e stiano tuttora soffrendo. Lo zelo intempestivo di alcune epoche cristiane ha ingiustamente contribuito a questa sofferenza; e il Concilio ha rimesso i termini in chiaro. Il nostro dovere è di amare le persone, è_ di K vedere- in ogni uomo un fratello », è di dissipare quell'incomprensione che separò Gesù da molti del suo popolo. E di chiedere a Dio che faccia ricadere in benedizione su tutti, il sangue sparso per la salvezza di tutti.

La flagellazione

E' stato l'ultimo tentativo di Pilato per salvare la vita di Cristo. Il supplizio della flagellazione era « orrido », come lo definisce Orazio. Il condannato, spogliato e legato ai polsi ad una bassa colonna, presentava tutto il corpo come bersaglio ai flagellatori, che si alternavano a due per volta. Il flagello era formato da un corto manico di legno, da cui pendevano tre cinghie di cuoio, terminanti ciascuna in piccole palle di piombo. La carne ai primi colpi si rigava, poi si lacerava lasciando scoperte le ossa, e cadeva a brandelli. La legge giudaica fissava il numero massimo di 40 colpi. Per Gesù fu seguito l'uso romano, che non poneva limite alcuno. Alla fine il dorso era segnato da colpi regolari, nella direzione dei due flagellatori, che lo rigavano quasi a zebra; ben si poteva dire: « Hanno reso il mio dorso come un campo arato; vi hanno segnato lunghi solchi » (Salmo 128). Tutte le parti del corpo erano colpite, per cui di nuovo si avveravano alla lettera le dolorose profezie: «Apparve come un lebbroso, piagato dalla pianta dei piedi alla sommità del capo... Si possono contare tutte le mia ossa ». I carnefici cessarono quando parve loro che il condannato fosse esausto. In compenso vollero prendersi beffe della vittima; non aveva fatto così anche Erode, diventato amico del loro comandante? Tutta la soldataglia si radunò intorno a quel poveraccio che pretendeva di essere re, e improvvisò una parodia crudele. Dagli sterpi che usavano per attizzare il fuoco, estrassero qualche ramo spinoso e ne fecero un casco (non un semplice cerchio intorno alla fronte) che calcarono bene sul capo dell'ebreo, gli posero sulle spalle una clamide militare scarlatta come un manto regale, e in mano una canna a guisa di scettro. A completare la commedia non ci mancavano che gl'inchini. Perciò gli si inginocchiavano davanti: « Ave, o re dei Giudei » (parodia del saluto romano: Ave, Caesar Imperator), gli davano schiaffi, sputi, e lo percuotevano con la canna sul capo, per conficcarvi bene le spine.

La condanna

Erano circa le ore 11 quando Gesù fu ripresentato a Pilato e al popolo. Sangue e sputi coprivano il suo volto. Aveva preannunciato Isaia: « Non ha bellezza alcuna né splendore. Noi l'abbiamo visto e non aveva alcuna attrattiva che attirasse i nostri sguardi: abbietto, l'ultimo degli uomini, l'uomo dei dolori, colui che conosce la sofferenza e quasi cerca di nascondersi la faccia ». - Ecco l'uomo. Ve lo conduco fuori perché sappiate che non trovo in lui alcuna colpa. Pilato è un duro militare ed è un politico. Non è psicologo. Non ha ancora capito che a dialogare con quella folla esasperata non ci cava niente; non ha capito che una folla è come un bambino: non ha il senso della misura, e una volta presa una direzione non si arresta più. - Crocifiggilo, crocifiggilo! - Prendetelo voi e crocifiggetelo voi; io non trovo prove contro di lui. - Noi abbiamo una legge e secondo la legge deve morire, perché s'è fatto Figlio di Dio. Per la prima volta i Giudei sono stati costretti a gettare la maschera e a gridare il vero motivo della condanna: non politico, ma religioso. Un motivo non valido di fronte alla legge romana, ma valido secondo 1a legge ebraica. La motivazione nuova sconcertò più ancora Pilato, già scosso dall'atteggiamento di quella massa, del tutto contrario a quanto si aspettava. Provò a prendere tempo, interrogando di nuovo Gesù, sperando che intanto il furore della folla sbollisse. - Di dove sei? - La frase « che si era fatto Figlio di Dio » aveva colpito Pilato; forse ha dubitato che ci fosse qualcosa di misterioso in quel personaggio. Ma Gesù non rispose.

- Non parli? Ma sai che ho il potere di liberarti o di crocifiggerti? - Non avresti nessun potere su di me se non ti fosse stato dato dall'alto. Perciò chi mi ha consegnato a te ha una colpa maggiore. Parole profonde, che richiamavano alla misteriosa volontà dell'invisibile. Ora Pilato era più che mai deciso a liberare il prigioniero; ma la folla, anziché placarsi, urlava più forte: - Se liberi costui non sei amico di Cesare. - Ecco il vostro re. - Crocifiggilo. - Debbo crocifiggere il vostro re? - Non abbiamo altro re che Cesare. Chiunque si fa re si oppone a Cesare. La frase conteneva una velata minaccia di denuncia a Roma: Non sei qui per evitare che qualcuno si ribelli a Cesare? Se non lo condanni manchi al tuo dovere e ti denunceremo. La carriera gli premeva e il tumulto si faceva più pauroso: due motivi più che sufficienti per decidere Pilato. Sedette, come era richiesto per proclamare le condanne a morte, e pronunciò la sentenza: « Ibis in crucem », andrai alla croce. Un urlo di vittoria, mentre Pilato fissava con disprezzo quella folla e pensava d'insultarla almeno con la motivazione della condanna: il degno vostro re è un disgraziato.

Verso il Golgota

L'esecuzione avveniva immediatamente. Furono rimesse a Gesù le sue vesti, e a braccia aperte gli legarono strettamente sulle spalle il patibolum, ossia l'asse trasversale della croce. Per togliere poi ogni velleità di fuga, si usava anche legare con una cordicella l'estremità sinistra dell'asse alla caviglia; così il condannato camminava curvo e impacciato, in modo faticoso e ridicolo, tale da favorire i motteggi e le cadute. Il luogo abituale del supplizio era una piccola montagnola, poco fuori città, su cui erano piantati a terra, sempre pronti, i pali verticali (stipes). La forma rotondeggiante di questo rialzo del terreno le aveva meritato il nome di cranio (calvario, golgota). Gesù, agli estremi delle forze, non ce la faceva a procedere. Allora i soldati, a cui premeva eseguire interamente l'ordine di condanna, forse vicino alla porta della città, costrinsero un uomo di Cirene a portare la croce di Gesù. Al condannato rimase solo la tabella col motivo del condanna, appesa al collo: « Gesù Nazareno, re dei Giudei ». Probabilmente fu in questa sosta che le pie donne poterono avvicinarlo e fargli udire più forte il loro pianto, e riceverne la risposta: « Non piangete su di me, ma su voi stesse e sui vostri figli »,

Verso mezzogiorno il piccolo corteo dei tre condannati, a cui sempre più s'erano aggiunti i curiosi, giunse sulla cima del Calvario. Non dev'essere stata una grande folla, nel complesso, e non si temevano incidenti, dal momento che bastava il comune plotone d'esecuzione, formato da quattro soldati all'ordine di un centurione, senza altri rinforzi. I carnefici seguirono il metodo romano di crocifissione, con qualche tolleranza agli usi ebraici. Dice la Bibbia: « Date una bevanda inebriante a colui che è votato alla morte ». In ossequio a questa norma, c'erano sempre delle pie donne che, in occasione di esecuzioni capitali, offrivano ai condannati del vino misto a mirra, amaro come fiele, che agiva un po' da narcotico. Gesù non ne volle bere; voleva consumare il suo sacrificio in perfetta lucidità. Fu steso a terra sulla trave trasversale, per esservi inchiodato, dopo essere stato spogliato. A Roma gli schiavi venivano crocifissi nudi; ciò ripugnava alla sensibilità giudaica, per cui i Romani accettavano che le pie donne offrissero un drappo, da legare intorno ai fianchi del giustiziato. Che per Gesù abbia provveduto a questo la Madonna, è una di quelle pie tradizioni che non potranno mai essere provate; ma il fatto in sé è verosimile. Steso a braccia aperte sopra il patibolum, furono inchiodate le mani di Cristo. I chiodi penetrarono nello spazio di Destot (al centro del polso), ledendo il nervo mediano e causando uno spasimo che, a detta dei medici, può far giungere alla pazzia. E' da collocare in questo momento la prima delle ultime sette frasi di Gesù: « Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno ». Poi, con l'aiuto di funi intorno al torace e al patibolum, fu sollevato sullo stipes, il grosso palo verticale, alto circa tre metri, sempre pronto nel luogo del supplizio.

Quasi alla sommità dello stipes era praticato un incastro, in cui veniva inserito il trave trasversale, che poi veniva legato al palo o inchiodato. E' dubbio se nel palo vi fosse infilato un legno sporgente (corno), su cui mettere a cavalcioni il crocifisso: era possibile o no, secondo se si voleva prolungare la sua agonia, o invece renderla più dolorosa e più celere. Alcuni giustiziati potevano resistere in croce anche vari giorni, e « perdere la vita goccia a goccia », come si esprime Seneca. Evidentemente erano legati, non inchiodati; e avevano il sostegno del corno. Per Gesù c'era interesse alla morte più dolorosa e più rapida possibile, stante l'incalzare della festività pasquale. Quasi certamente gli è mancato sia il sostegno del corno, sia il suppedaneum, o sostegno ai piedi. Non neghiamo che possa avere grande valore, per ricostruire il metodo della crocifissione, la recente scoperta di Gerusalemme, di un uomo crocifisso circa all'epoca di Cristo; ma finora abbiamo avuto soltanto una conferma a quanto già sapevamo, né si deve credere che esistesse un unico metodo di crocifissione. Dopo aver fissato alla sommità del palo la tavoletta con l'iscrizione, furono inchiodati i piedi, alla altezza della linea di Lisfranc, il sinistro sul destro, con le ginocchia in flessione (piegate) per favorire la respirazione con una maggior forza di sollevamento. I soldati avevano terminata l'esecuzione di quello che Cicerone chiama « crudelissimo e terribile supplizio ». Non restava loro che spartirsi le vesti, che per diritto spettavano loro: sopraveste, sottoveste, cintura, sandali, larga fascia copricapo. La sottoveste era tessuta tutta d'un pezzo, opera certamente di Maria SS., per cui pensarono di non tagliarla, ma di sorteggiarla. Non sapevano che anche questo particolare era stato predetto dal Profeta (Salmo 21).

Agonia e morte

L'agonia è consistita in una lotta atroce per respirare: facendo leva sulle mani e sui piedi inchiodati, il crocifisso si sollevava un poco per respirare; poi si accasciava. Questo alternarsi di sollevamento e di accasciamento esauriva un po' per volta le ultime forze, e così si arrivava alla morte per asfissia. Durante questi sforzi per sopravvivere, giunsero a Gesù le prime voci: « Ha salvato gli altri e non può salvare se stesso; scendi ora dalla croce, e noi ti crederemo ». Accanto a lui, la voce petulante di uno dei due ladroni; dall'altra parte la voce contrita del terzo crocifisso: « Ricordati di me, quando sarai nel tuo regno ». E subito la grande promessa: « Oggi sarai con me in Paradiso ». Tutti i muscoli, impegnati nello sforzo, incominciano a contrarsi in crampi tetanici. Le contrazioni dei crampi, oltre allo spasimo che causano, comprimono i vasi sanguigni rendendo insufficiente la già difficile circolazione. Per cui il corpo acquista un colore cianotico, violaceo. Si può contemplare alla lettera la parola profetica di Isaia, ripetuta da S. Pietro nella sua prima lettera: « Livore eius sanati sumus »: siamo stati salvati dal suo livore. E' presente un gruppetto caro a Gesù. Prima era tenuto a distanza, come tutti gli spettatori della scena; ora può avvicinarsi, e Gesù sente accanto a sé la Madre ed il discepolo prediletto. « Donna, ecco tuo figlio - Ecco la Madre tua ». Notiamo che solo in fase di sollevamento il crocifisso poteva parlare; perciò le frasi sono brevi, veloci, sofferte.

E la sofferenza della vittima doveva essere al colmo mentre esclamava: « Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? ». La spossatezza e la perdita di sangue rendevano intollerabile la sete. « Ho sete »; uno dei soldati corse a inzuppare la spugna nell'otre a cui beveva, pieno di acqua e aceto, e con l'aiuto di una canna l'accostò alla bocca del crocifisso, distante circa due metri e mezzo da terra. « Tutto è compiuto »; veramente aveva compiuto anche quest'ultima profezia sulla sua passione: « Nella mia sete mi daranno da bere dell'aceto ». Erano quasi le tre del pomeriggio e il cielo si andava oscurando paurosamente. Un ultimo grido: « Padre, nelle tua mani affido il mio spirito ». E si accasciò del tutto. La terra trema, il velo del Tempio si squarcia. I presenti restano sconcertati e trasmettono lo stesso sbigottimento al centurione: « Veramente costui era Figlio di Dio ». Sembra che la natura voglia partecipare all'avvenimento. Una diagnosi esatta sulle cause della morte di Cristo, e sull'acqua (siero) e sangue sgorgati al colpo di lancia, non trova concordi i medici. I più sostengono la morte per asfissia. Accenniamo all'ipotesi recente di medici, soprattutto inglesi, che 1'attribuiscono a rottura del cuore (della parete del miocardio). Si spiegherebbe meglio l'ultimo grande grido perché I'allargamento del pericardio, bruscamente disteso dalla massa di sangue che lo invade, causa un dolore atroce e violento, per cui spesso i pazienti muoiono con un urlo. Ciò che si deduce con certezza dal Vangelo è che Gesù è stato pienamente cosciente fino all'ultimo, e che i suoi pensieri erano rivolti al Padre Celeste.

La sepoltura

Dopo poche ore avrebbe avuto inizio la grande celebrazione pasquale. Secondo la Bibbia, i cadaveri lasciati esposti la notte causavano una « contaminazione nel paese » (Deuteronomio. 21:23). Alcuni sinedriti si preoccupano di andare da Pilato per ottenere il crurif ragium, ossia che si provvedesse a spezzare le gambe dei crocifissi, con una mazza di ferro, perché morissero subito e potessero essere sepolti prima di notte. Questa sorte toccò ai due ladroni. Ma quando il soldato vide che Gesù era già spirato, si limitò a colpirlo al cuore con un preciso colpo di lancia. Il ferro penetrò tra la sesta e la settima costola, dalla parte destra, fino a trafiggere l'orecchietta destra del cuore; ne uscì un'abbondante colata del sangue che vi era raccolto (il sangue nei cadaveri non coagula) e il siero che si era formato nel cavo pleurico, per idrotorace. Intanto Pilato riceve un'altra visita. Giuseppe d'Arimatea era membro del Sinedrio e aveva avuto il coraggio di dissentire dall'operato degli altri; con altrettanto coraggio si presenta a Pilato per chiedergli il corpo di Gesù e seppellirlo con onore. Era una richiesta coraggiosa perché significava amicizia can il reo, e poteva essere intesa come complicità con le sue idee. Pilato non fa caso a questa possibile interpretazione; si meraviglia solo che Gesù sia già morto e chiama il centurione per accertarsene. Si è studiato sullo stupore di Pilato, in relazione alle cause della morte di Cristo. Non c'è bisogno di ricorrere ad una « morte d'amore », straordinaria.

Pilato non conosceva malti particolari che ci possono spiegare questa morte prematura. Soprattutto non conosceva i motivi psicologici che vi hanno influito; la Passione era iniziata già nell'orto, con il sudore di sangue; la vista del « popolo eletto », il popolo amato « come una sposa », così rabbiosamente urlante contro di lui; tanti altri motivi che solo in piccola parte riusciremmo a elencare. Poi Pilato non poteva valutare l'esatta portata dei traumi precedenti alla flagellazione, subìti nel cortile dei sommi sacerdoti. Secondo la legge ebraica, i condannati a morte dovevano essere sepolti in una fossa comune; ma secondo la legge romana potevano essere concessi a chi li richiedeva per il seppellimento. Giuseppe ottenne la concessione, in base alla legge romana; ma provvide a seppellire Gesù in luogo isolato da altri cadaveri, in osservanza della legge ebraica. Il tempo stringeva. Il sole tramontava, in quel famoso 7 aprile dell'anno 30, verso le 18,15 (lo sappiamo dai calcoli dell'osservatorio astronomico di Brera). Le prime stelle che annunziavano il riposo sabatico sarebbero apparse verso le 19; e can loro si sarebbe udito l'ultimo richiamo delle trombe del Tempio.

Perché l'inizio e la fine del sabato erano annunziati da suoni di tromba: al primo suono si smetteva lavero dei campi; al secondo si chiudevano le officine e le botteghe; al terzo si accendevano le lampade. Tre squilli finali, all'apparire delle prime stelle, ricordavano ai ritardatari che era finito il tempo profano e iniziato il tempo sacro. Saranno state circa le 17 quando Giuseppe andò ad acquistare una sindone nuova e, con l'aiuto dei suoi servi (o più facilmente essi soli, sotto la sua direzione) si affrettò al pietoso incarico. Il procedimento seguito fu l'inverso dell'operazione di crocifissione. Prima schiodarono i piedi; poi, disinnestato il patibolum dallo stipes, con l'aiuto di funi calarono il cadavere a terra; infine furono schiodate le mani. Le pie donne guardavano pronte ad aiutare. Certamente aiutò Giovanni, e soprattutto fu pronta la Vergine Madre ad accogliere il corpo del Figlio. La tradizione cristiana ha immortalato quest'attimo con un nome: la Pietà. Era giunto in aiuto anche un altro membra del Sinedrio, Nicodemo. Fu doppiamente provvidenziale il suo intervento perché non giunse a mani vuote, ma con 33 chili di aromi: aloe odoroso e mirra. Non c'era il tempo di lavare e di ungere il cadavere, mentre invece l'impiego di questi aromi era immediato. Giuseppe possedeva, fortunatamente, un sepolcro nuovo a pochi passi da li; così vicino che oggi, essendo stata quasi spianata l'altura rocciosa del Calvario, entro la Basilica del S. Sepolcro è compreso sia il luogo della morte sia quello della sepoltura: all'incirca 25 metri di distanza.

Il corteo funebre giunse al giardino di Giuseppe. Il sepolcro era formato da due stanzette, scavate nella roccia. L'ingresso principale, poco più basso dell'altezza di un uomo (bastava appena chinarsi per entrare), aveva la soglia solcata da una scanellatura, su cui scorreva rotolando la pesante pietra rotondeggiante, che fungeva da porta. La stanzetta d'ingresso immetteva nella tomba vera e propria, attraverso un passaggio stretto e basso. Qui, a sinistra e a destra della porta, vi erano le mensole (due o quattro) per i cadaveri; ma in quella tomba non vi era stato ancora deposto nessuno. Fu stesa su di una mensola la metà longitudinale della sindone, che venne cosparsa abbondantemente di aloe e mirra; vi deposto il corpo del Signore, su cui si sparse il resto della mistura portata da Nicodemo; poi gli si stese sopra l'altra metà del lenzuolo. Per avvolgere strettamente il cadavere, la sindone venne rincalzata ai lati. Intorno al capo fu posto un- altro lenzuolo, il sudario, lungo quanto bastava per avvolgere la testa. Infine il sudario e la sindone fuorono strettamente legate al corpo con almeno quattro fasce: all'altezza del collo, delle mani, delle ginocchia, dei piedi. Le danne guardavano stando fuori; non potevano entrare in un posto così ristretto. Ma facevano í loro progetti per completare degnamente la sepoltura, come la legge ebraica consentiva quando il sopraggiungere del sabato costringeva ad una sepoltura affrettata. Stabilirono che la sera del giorno dopo, appena cessata la festa, avrebbero comperato gli unguenti profumati e poi, nelle prime ore mattutine del giorno seguente al grande sabato pasquale, avrebbero lavato e unto il cadavere con cura. Certamente avrebbero attuato il loro piano se non Avessero trovato una sorpresa: quel mattino il Signore della gloria era già risorto. Il suo trionfo, sulla sofferenza, sul male, sulla morte, diveniva il centro della speranza e della predicazione cristiana. E la fredda roccia del Sepolcro, prima testimone della Resurrezione, è diventata da allora il luogo più caro all'animo dei credenti.

D. GABRIELE AMORTH

 

Davanti a un Crocifisso

Uscii dalla mia casa,
e cercando intorno
trovai un uomo
nel terrore della crocifissione.
“Lascia che ti stacchi dalla
croce”, gli dissi.
E cercai di togliere i chiodi
Dai suoi piedi.
Ma Egli rispose:
“ Lasciami dove sono,
poiché non scenderò dalla croce
fino a quando tutti gli uomini,
tutte le donne, tutti i fanciulli,
non s’uniranno insieme a distaccarmi”.
Gli chiesi allora: “ Come posso
Io sopportare il tuo lamento?
Che cosa posso fare per te? “
Ed Egli mi rispose:
“ Và per tutto il mondo
e dì a quelli che incontrerai
che c’è un Uomo inchiodato su una Croce”.

Fulton Sheen