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Prepariamoci alla professione dei voti

Gianna Balotta
(Scritti tratti dalle prime Circolari e oltre)

Care amiche,


ho gran desiderio di vedervi, di parlarvi.
Abbiamo camminato a lungo sulla strada spesso faticosa che conduce alla vetta del Paradiso, ideale nostro, ma vorrei invitarvi a non essere come l’alpinista che vuol giungere lassù senza dare un’occhiata al paesaggio meraviglioso che gli sta intorno.
Fermiamoci qui dunque un pochino, come a pregustare la gioia che ci aspetta, per ricrearci lo spirito e riprendere con energia più generosa il cammino che ci rimane da fare; perché soprattutto possiamo ringraziare il Padre che ci ha accolte in tanta dignità.
Dio è qui, su questa nostra strada,accanto a noi, pieno di tenerezza e di attenzioni; per tutte ha uno sguardo ed un pensiero particolare; tutte ci chiama per nome.
Perché mi ami tanto, Signore? Chi sono io, che vuoi, perché Tu ti preoccupi tanto di me?
Ecco, in questi pensieri, ci par di capire ch’Egli attende una parola, una promessa che tramuti presto in realtà. E’ semplice: Egli ci vuole sante.
Due anni fa, il Primo Maestro, ci consegnò lo Statuto dicendoci: “ Voglio delle sante, non dico buone. Non date a me la risposta, ma il “si” ditelo a Gesù!”
Ricordate? Disse proprio così: il  “si” ditelo a Gesù! Egli già ci conosceva, già sapeva che avremmo detto “si”.
Com’è ora il nostro “si”? Ancora generoso, ancora vivo e ardente? Amiche, la Professione ci attende fra pochi mesi; quasi possiamo contare i giorni ormai.
Ma come viviamo questa attesa? Abbiamo in noi tante miserie che dobbiamo allontanare; a cominciare dalla tiepidezza, malattia dello spirito, per continuare con le imperfezioni, le negligenze, le ingenerosità.
Via da noi tutto questo. Sostituire, non si tratta altro che sostituire ciò che è imperfetto con ciò che è perfetto.
Il Signore non fa che chiamarci, non fa che tentarci e lusingarci: Venite…eritis sicut dii… Andiamo a Lui, non temiamo. Amiamo la sua volontà, poiché Egli ci ama.
Il sacrificio di Gesù vediamolo nella nostra Professione come una totale consacrazione all’amore, che ci renderà più fedeli e felici. Quel giorno, tutte tese verso Dio, ai piedi dell’altare, faremo promessa di tendere alla perfezione.
Ma se ora la luce della nostra lampada fumiga, se il calore del nostro cuore è tiepido, portiamoci al Tabernacolo e li troveremo alimento per rinascere.
Sarà l’Eucarestia a farci amare la divina volontà, ad aiutarci a vedere Dio in tutte le cose.
Arriveremo a santificarci con la contemplazione di Cristo, nostro Maestro, vivente nell’Ostia, con la meditazione e lo studio e l’apostolato, l’osservanza dei voti e l’ordinamento della nostra vita secondo lo Statuto.
Meditiamo sovente che siamo nel mondo, senza essere del mondo, e che perciò siamo anche noi quelle creature cui è stato rivolto l’invito di portare molte anime a Dio. Santificarci dunque, per santificare.
Diamo sempre ovunque e in tutto il buon esempio, cercando di edificare il prossimo con una condotta irreprensibile, regolare, senza alcuna affettazione, ma con tanta semplicità. Sarà un esempio che varrà più di molte parole.
Diceva S.Bernardo: “ La voce della parola suona, la voce dellesempio tuona”.
Perseveriamo senza scoraggiamenti, senza deviazioni, nell’orazione e nell’apostolato per arrivare anche noi, come l’emorroissa del Vangelo, a toccare Gesù.
Se qualche volta la prova è dura e il morire ripugna, c’è però l’esempio del sacrificio del Cristo che, ad ogni istante, ci offre aiuto e conforto. Siamo delle anime consacrate a Dio e, il legame diventerà fra non molto, ancora più forte, più stretto.
Anime sacre, tutte e soltanto di Dio.
Come è bello e sublime !
Vivere per il Padre e soltanto per Lui: per adorarlo e ringraziarlo, per consolarlo, per chiedergli grazie e misericordia per l’umanità.
Siamo profondamente convinte di questo?
Prepariamoci a riceverlo non con passività, ma con una corrispondenza positiva, così come ha fatto Maria, che ha saputo trafficare ogni volere di Dio con perfetto amore e profonda umiltà.
Andiamo a Lui facendoci guidare da questa nostra amica, la più cara, l’Immacolata.
Lassù il Signore ci attende. Affidiamoci a Lei, adoperiamola. Ci aiuterà. Vuole soltanto che siamo piccoli, bambini di innocenza e di purezza, ma fiamme che bruciano di amore di Dio e di amore per il prossimo.
A tutte, auguri.

In Gesù e Maria.

Vostra Gianna

Gianna Balotta, imsa
TESTIMONIANZE: preghiera e azione
PICCOLO GRANDE SACERDOTE
(in Se Vuoi, 2/2003, pp. 50-51)

Sono una Annunziatina dell’Istituto Maria SS.ma Annunziata, aggregato alla Famiglia Paolina. Gioia grande, grazie e lode al Signore per la prossima beatificazione di D. Giacomo Alberione, fondatore di questa meravigliosa Famiglia!

L’ho conosciuto nel 1959. Ero giovane, piena di speranza e vivacità, colma di quei desideri che tanta gioventù possiede anche oggi: il non voler cioè sprecare la vita!

E volevo e pregavo per darle un serio indirizzo.

Una “postina di Dio” (una Figlia di S. Paolo), mentre mi trovavo in ospedale per un piccolo intervento, mi invitò a partecipare ad un corso di Esercizi spirituali ad Ariccia, casa del Divin Maestro. Lì ho incontrato Don Alberione, questo piccolo grande sacerdote, pieno di dolori, ma dallo sguardo vispo, profondo, che ti frugava dentro per capire chi eri e come eri.

In un primo colloquio volle sapere di me, della mia famiglia, della parrocchia, dell’apostolato... Poi, ad un certo punto, uscì con una domanda che ancora oggi ritrovo nei miei esami di coscienza: «in quale intimità sei con il Signore?».

Confesso che lì per lì non seppi rispondere. Ebbi poi altri incontri con lui.

Uomo dal carattere volitivo e persuasivo, di preghiera e di azione, dava sicurezza e serenità.

Molto più il giorno in cui mi disse: «Sono certo che la tua strada è la secolarità consacrata». Il suo parlare era sì, sì, no, no, non spendeva parole inutili. Uomo a tempo pieno per Dio e per i fratelli; per lui il tempo era preziosissimo e ben presto me ne accorsi.

Tanta era la speranza che ci donava quando, in mezzo a noi, domandava e ascoltava... o quando i suoi silenzi erano invito a quella intimità con Dio che, per lui, non veniva mai meno... O quando ci dava lezioni di semplicità e umiltà nello svolgere il compito di “chierichetto” al nostro delegato d’Istituto.

Lo ebbi come maestro di preghiera e di apostolato. Non solo: tolse da me anche alcune “lacune” nel mio amore a Maria trovando le parole giuste: Maria sia la nostra clausura; fate la Comunione con Maria; cantate il Magnificat accanto a Maria...

Grazie, Primo Maestro, continua ad esserci guida nel cammino della vita.

Gianna Balotta, imsa

Severità e carità

«Abbiamo ricevuto tanto amore che non ci costa molto renderne un poco » esclamava Lacondaire. Dare un po' d'amore come se in ogni creatura vedessimo il volto di Cristo contrasta troppo col nostro puro egoismo. Ciononostante, a parole, continuiamo a predicare l'amore, a invitare all'imitazione di Cristo, mentre forse le nostre azioni sono piuttosto lontane dalla carità.
Chi, come noi, vive nel mondo ha continui rapporti col prossimo. La vita di lavoro e di famiglia, l'apostolato, la presenza responsabile in seno all'umanità costituiscono un vincolo d'unione con le creature. Se in questi contatti sarà messo amore tutto sarà divinizzato: il lavoro più umile, un saluto fatto con cortesia, avranno un valore incalcolabile, saranno una comunicazione col Cristo, sarà lo Spirito Santo che opererà in noi. Diceva S. Agostino: « Vuoi sapere se hai lo Spirito Santo? Interroga il tuo cuore: se è pieno di carità hai lo Spirito Santo ».
Ma io, Nunziatine carissime, non ho l'intenzione di volervi far qui una predica. Non ne sono il tipo, né tanto meno mi sentirei degna di trattare un tema così grande qual è quello della carità.
Però, lasciatemi dire qualcosa, in piena umiltà, che serva a me e a voi, che ci aiuti a essere « carità », secondo quanto ha detto una nostra amica: la delegata (io direi la Nunziatina) dev'essere la carità.
Ognuna di noi è stata posta dov'è per eseguire un servizio: un servizio d'amore. Amando non ci si appartiene più; per tutti si cerca ciò che è meglio, senza imporre il proprio marchio, si è responsabili d'essere testimoni di Cristo, offrendo la propria opera nella misura che viene richiesta. Talvolta capita anche alla Nunziatina di deviare da questa strada feconda.
Eccola allora diventare suscettibile per certe correzioni o ammonimenti che riceve dai Superiori o dalla delegata di gruppo 0 da un'amica... Non capisce come anche la severità è carità quando è usata a fin di bene. Confonde una parola severa che invita al dovere, con una parola collerica. Ma può esserci collera in chi si fa servo degli altri? «Riprendili con severità affinché conservino una fede sana e non si attacchino a favole giudaiche e a precetti di uomini che voltano le spalle alla verità » (Lettera di S. Paolo a Tito).
Se chi corregge ha l'avvertenza di non chiedere nulla che prima non abbia preteso da se stessa, allora la correzione fraterna è un obbligo che si impone alla coscienza cristiana. «Leva prima la trave dal tuo occhio e poi ci vedrai bene per levare il bruscolo dall'occhio del tuo fratello »
(Mt 7, 5).
Accade spesso però che chi viene corretto, per colpa del suo «io » senta in quella correzione solo un rimprovero contro cui difendersi, invece di un cuore che vuole aiutare. Così piuttosto di ascoltare e di ricavare profitto, cerca di darsi da fare per dimostrare che chi corregge è in errore. Si chiude nel proprio orgoglio e finisce col non voler riconoscere di sbagliare, mentre un briciolo di umiltà riporterebbe tutto nel giusto ordine. E' il caso di affermare che Cristo, tra i suoi, ancora trova chi non intende il suo più grande, più giusto, più amato, desiderio: «Amatevi, come io vi ho amati». Sì, la carità, ancora dopo duemila anni è il Comandamento Nuovo: il più difficile, il più arduo, il più duro da accettare poiché contrasta con quella massa di umanità corrotta, scontrosa, egoista, di cui siamo fatti. Ma, « quand'anche io parlassi le lingue degli uomini e degli angeli... e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza... se non ho la carità, io sono un niente » (1 Cor).
Un giorno saremo infatti giudicati sull’amore che abbiamo saputo donare. Dunque, lavorare, parlare, pensare, agire sempre con tanto amore. Il tempo, ci viene dato esclusivamente per fare del bene.
Tutte le nostre azioni passeranno, solo la carità sopravviverà e Dio sarà tutto in tutti.

Gianna

L’incontro con il Primo Maestro

(Circolare settembre 1969)

Il nostro comune padre terreno è venuto a Galloro, tra noi, per portarci la sua benedizione, per recitare un’Ave alla Madonna con noi, per sorriderci ancora con quel suo volto tutto bianco, magro, diafano e così dolce.
Ogni volta ch’io l’ho incontrato in questi dieci anni, l’ho ritrovato sempre più piccolo, più stanco, più dolce nel sorriso, più paterno.
Mie care amiche, la sua benedizione era si più vicina a noi, perché Lui l’avevano lì a due passi, ma c’eravamo tutte appoggiate al suo cuore, proprio tutte, questo piccolo esercito delle Annunziatine, ultime figlie della sua grande Famiglia.
Il suo arrivo interrompeva una meditazione che il predicatore ci stava facendo. Ma quella sua figura consumata dalla santità della vita è stata più, oh assai più di qualsiasi meditazione.

L’emozione ci aveva prese ed ho visto poi tanti occhi lucidi. Quale immensa grazia ci concedeva il Signore, ma anche quale responsabilità questo essere le sue Annunziatine!
Don Amorth per tutte noi gli ha dato un bacio.
Ecco, è bene ch’io vi dica queste cose, perché sì noi lo amiamo il Primo Maestro, ma l’amore di tutte noi non vale certamente tutto quello che Egli ci porta.
Il Paradiso ormai ce l’ha lì, a due passi, più vicino di quell’ascensore che non riusciva più a raggiungere da solo, con le sue membra.
Ricordiamo il suo motto: Paradiso. Nelle sue parole, nelle sue meditazioni, sempre, sempre, questo anelito al Paradiso. Scolpiamola sul nostro cuore questa parola e facciamone di essa un comune impegno concreto.
Il Paradiso, volere a tutti i costi il Paradiso. Egli lo desiderava, lo chiede per tutte noi e non scandalizziamoci se vi confesso che la volta che l’ho visto più contento della mia vita è stato nei momenti per me di enorme sofferenza.
Gioiva della mia sofferenza, perché in essa intravvedeva particolarmente la via al Paradiso.
Preghiamo per Lui, rendiamoci degne testimoni del suo esempio, attive ed oranti come Lui, la cui vita è ad imitazione della Cristo, fino agli estremi confini dell’accettazione della Croce, per l’espansione del Regno di Dio in terra, secondo l’anelito di S.Paolo: “ Guai a me se non evangelizzo! “

Gianna

Care amiche,

è mio desiderio realizzare un'idea che da troppo tempo ho in mente: una serie di articoli, (abbiate pazienza se uso una parola del gergo giornalistico, ma in questo momento non ne trovo una diversa!) che aiuti me e voi a comportarci come si conviene ad una Nunziatina in gamba, nella società così poco educata del mondo di oggi.
Capitemi bene: non ho davvero alcuna pretesa di insegnare l'educazione o il galateo a voi. Per prima io, mi sento in proposito così informe e caotica da sentire solo il prepotente desiderio di agire bene con quel mio prossimo nel quale solo devo vedere le sembianze del Cristo. Ed è per Cristo che dobbiamo agi­re; è con Cristo che dobbiamo camminare, è a Cristo che dobbiamo conformarci in questa vita terrena.
Alla parola galateo un piccolo dizionario scrive: titolo di un libro di Monsignor Della Casa, nel quale si insegnano le buone creanze. Mamma mia, direte voi, vuoi vedere che questa viene a dirci quand'è che a tavola s'adopera la forchetta o il cucchiaio, oppure se è il caso di toglierci o meno i guanti quando ci presentano una persona! No, no, niente di tutto questo. Qualcosa di molto semplice, di meno puerile, che abbia come fine la formazione di una mentalità educata di noi donne consacrate nel mondo.
Con Dio, col nostro prossimo, con noi stesse come ci comportiamo? Innanzitutto mi pare ci debba essere nel nostro modo di fare sempre retta intenzione, semplicità, correttezza; ma tutto condito dalla carità senza di che anche il miglior manierismo si ridurrebbe a superficialità, ipocrisia, mondanità.

Ognuna di noi svolge nella società una professione. Ed è nel compimento cristiano dei doveri della professione che sta il mezzo per santificarci. Quando nel lavoro ci comportiamo bene, ciò torna a vantaggio non solo nostro, ma anche di tutti i colleghi che svolgono identica attività. E' Dio solo che sa leggere nei cuori; l'uomo purtroppo giudica dall'esterno. Quando mi muovo, agisco, parlo, non sono soltanto io quella che viene giudicata, ma con me tutte le persone che si muovono, agiscono, parlano entro la cerchia in cui vivo. Quindi, mettendo da parte per un po' il segreto d'appartenenza ad un Istituto Secolare, segreto che non sempre è possibile mantenere, non perché lo sveliamo, ma perché lo svela la nostra condotta, ci pensiamo che il nostro comportamento è quello da cui deriva o la stima o il danno per le amiche dell'Istituto e per l'Istituto stesso? Ci vuole del tempo. e tanto, per conoscere l'animo di una creatura.
Ed oggi, soprattutto oggi, gli uomini di tempo non ne hanno più. Così, con la massima faciloneria si giudica una persona e dalla persona un Istituto, anche da un solo incontro. Purtroppo è così. Correttezza interiore quindi, ma che dia vita anche ad una logica, morale, giusta correttezza esteriore. In fondo anche qui non dobbiamo far altro che imitare Gesù, il quale come ci insegna S. Paolo: « ha amato e si è sacrificato per la Chiesa, affinché fosse senza macchia e senza imperfezione ».
La gentilezza e la cortesia, soprattutto in una donna, lasciano sempre l'eco di un'ottima impressione.
Non è detto che il frutto positivo o negativo del nostro apostolato dipenda da ciò, ma può avere però la sua importanza. Guadagnare anime a Dio, lo sappiamo bene, è compito difficile. Un gesto garbato, una parola buona, un sorriso potrebbero comunque diventare il gradino sufficiente ad una creatura lontana da Dio per giudicare e chissà, per vivere quel Cristianesimo che non vuol accettare né per sé né tantomeno lo vuol credere realizzato negli altri.
A risentirci, amiche, alla prossima circolare. E... buon galateo!
In Gesù e Maria.

Gianna

Carissime amiche,

eccoci di nuovo all'appuntamento per la consueta chiacchierata tra noi. Un mese è passato e ringraziamo Iddio d'averlo ben trascorso in Lui. Ed è a proposito dei nostri « grazie », che spesso diciamo tanto male al Signore, che ricordo la conversazione avuta tanti anni fa con un giovane soldato protestante inglese. Mi diceva che i cattolici non sanno dir grazie a Dio del bene che Egli vuole ai suoi figli. Io non so ancora né potrei giurare della verità o meno di un tale giudizio sulla nostra religione. Mi accennava così una preghiera serale che era solito dire: « Ti ringrazio Signore del giorno in più, del giorno in meno ». Il significato dovrebbe essere un grazie per la giornata in più vissuta sulla terra al fine di meritare la vita eterna, ed un grazie per il giorno in meno che rimane da vivere e che avvicina all'eternità in Lui. Una preghiera, come si sente, molto semplice.
La semplicità è una virtù tra le meno magnificate, ma tra le più belle. In spirito di semplicità dovremmo stare sempre e ovunque, col Signore, col nostro prossimo, con noi stessi. Semplicità che è sinonimo di carità, di intelligenza, di distinzione, di nobiltà d'animo. Impariamo questa virtù da Gesù e poi dai Santi, primo tra tutti S. Francesco.
Gesù era semplice? Il Vangelo non usa esplicitamente per Lui questa parola; ma Egli era un uomo semplice perché lo vediamo preferire le creature più umili, entrare nelle case dei più poveri,  avvicinare le persone più semplici, rimproverare i superbi, i sapientoni, i superficiali. Amava stare tra i fanciulli ed essi godevano di esserGli accanto. Io non ho mai visto bambini correre con slancio travolgente verso una persona superba. « Se non diverrete come loro, non entrerete nel Regno dei Cieli ».
Ha detto bene: « Se non diverrete »; non ha detto: « Dovete restare fanciulli », perché sarebbe un tornare indietro, un fermarsi, ed invece occorre progredire, farsi adulti, conquistare quella maturità che consiste nel divenire bambini.

Noi adulti siamo dei complicati, pieni di riserve mentali, difficili e diffidenti. Parliamo al nostro prossimo con affettazione, e, fosse tutto qui, sorridiamo anche forzatamente. Forse che tutto questo fa parte dei sistemi apostolici? I rapporti tra noi e Dio, tra noi e il prossimo se non sono semplici, se non sono spontanei, diventano delle buffonate rendendoci ipocriti.
La semplicità, che è poi amabilità e disponibilità gioiosa, non è virtù da usarsi solo con i Superiori, ma deve essere per tutti. Il frutto apostolico dipende molto da questo. Agire così significa rendere efficaci delle lezioni che altrimenti sarebbero troppo austere e mostrare possibili degli esempi che altrimenti resterebbero vuoti.
La semplicità è una qualità più facile a gustare che non a definire, così come è difficile definire la bellezza di un fiore o la soavitàà di una musica o la grazia di una persona dal contegno squisito.
Chi è nella semplicità è aperto, benevolo, sincero con gli altri e stargli vicino produce un senso di tranquillità e di familiarità.
La semplicità la si nota anche esternamente, nel modo di vestire, nel tenersi curati dalla testa ai piedi senza affettazione, nell'essere eleganti con modestia, nel camminare senza alterigia e senza goffaggine, nel parlare senza fretta e senza urlare.
La semplicità non è un inquietare o un rattristare gli altri. Si potrebbe dire che è insieme un miscuglio di forza e di estrema dolcezza.
La troviamo completa nella vita di S. Francesco, creatura ricca di altissimo ingegno, trascinatore di folle, conquistatore di un esercito di anime. Gli domandò un giorno Frate Masseo: « Perché a te? Perché a te? Perché a te? Perché a te tutto il mondo vien dietro? Tu non sei bello, tu non sei dotto, tu non sei nobile. Dunque come mai tutto il mondo ti viene dietro? ». E Francesco: « Perché Iddio non ha veduto tra i peccatori uomo più vile, né più insufficiente, né più peccatore di me, e però a fare quell'operazione meravigliosa la quale Egli intende di fare non ha trovato più vile creatura sulla terra... acciò che si conosca che ogni virtù e ogni bene è da Lui ». Che meraviglioso dono è la semplicità! Ma sentiamo anche in proposito il desiderio del Primo Maestro. Egli ci vuole: « spiritualmente sode, estremamente semplici e disinvolte, pronte ad ogni iniziativa, presenti ovunque per far del bene ».
Il programma è chiaro ed ha come fine la santità.

A tutte, in semplicità, ogni bene.

Vostra Gianna

Come è nata la mia vocazione

Nulla avviene per caso nella vita di una creatura, anche se, ignorando noi “Colui che tutto governa e regge”, ci vien dato di pensare agli avvenimenti, dolci o amari, come conseguenze del caso fortuito. Fu così che nel Novembre del 1951, Iddio volle lasciarci cadere sul capo un tragico fatto: l'alluvione del Polesine. Ero giovane, avevo una laurea, il lavoro e tante speranze in cuore. Il lavoro non riempiva la mia vita, cercavo qualcosa, anche se non sapevo che cosa o chi. Non pregavo allora, nessuno mi aveva insegnato a farlo. Andavo assai di rado in Chiesa; alla S. Messa andavo solo se ne avevo voglia. Avevo conosciuto anche un amore grande e bello; ma era finito, caduto da solo. Vicino a casa mia abitavano dei giovani comunisti coi quali discutevo a lungo di politica, di ideali da raggiungere, di idee strampalate, proprie allora di noi giovani, usciti indenni da una guerra che in ogni casa e in ogni anima aveva lasciato profonde ferite da rimarginare. Per spirito di contraddizione o non so ancora per cos'altro, non condividevo le idee politiche dei miei coetanei. Mi buttai con entusiasmo a lavorare in un partito democratico. Il lavoro e l'ideale politico non mi permettevano di fermarmi molto a considerare il mio io. Se mi fossi fermata, l'ignoranza religiosa avrebbe messo in evidenza il più acuto pessimismo. Poi, la catastrofe. Il Po ruppe gli argini e in poche ore dovemmo abbandonare ogni cosa e metterci in salvo, così, coi soli vestiti che avevamo addosso, con le mani vuote, con tanta ribellione verso gli uomini e verso Dio. Quella notte piansi, lacrime d'ira e di impotenza. Nel paese che ci ospitò non volli essere di peso e mi misi subito a disposizione per aiutare le buone persone che tanto generosamente si prodigavano per alleviare la sofferenza di migliaia di sfollati. La domenica successiva, una signorina mi consigliò di andare alla Messa.
Diedi una scrollata di spalle e una risposta: « Se Dio c'è, se Dio è buono, come può, permettere tanto male? No, non me lo chieda più, in Chiesa non vado ». Allora non capivo; ma oggi, allorché da altri, di fronte al problema del male, risento simili parole, ne soffro molto e comprendo. Tornai presto al mio paese, perché occorrevano braccia e buona volontà per ripulire le case e le cose, per accogliere in maniera umana le famiglie che via via sarebbero tornate. La Pontificia Opera Assistenza aveva mandato qui un Padre Gesuita per la distribuzione di un'enorme quantità di materiale, tutto quanto poteva occorrere a creature che avevano perduto ogni cosa. L'acqua melmosa aveva raggiunto in certi punti il livello di cinquesei metri. Vicino a quel Sacerdote lavorai sodo e a lungo. Si discuteva di molte cose, anche di Dio, sì; ma mi lasciava in pace circa l'andare o meno in Chiesa o l’accostarmi ai Sacramenti. Dopo un anno circa la vita incominciava a riprendere e potevamo andare avanti da soli.
Il lavoro del Padre Gesuita poteva cosiderarsi concluso, se non che il paese aveva ancora bisogno di lui: il nostro Parroco era vecchio e malaticcio. Il Padre veniva così spesso tra noi, si era affezionato a questa gente umile e povera che l'accoglieva come un grande amico. Ora veniva però non più per distribuire materassi o viveri, ma per celebrare la Messa, per parlarci di Dio, per organizzare Ritiri, per confessare. Nella tragedia che ci aveva colpiti era venuto come fratello tra fratelli, per soccorrere, per distribuire il pane, il vestito, le coperte. Allora, se ci avesse parlato di Dio, del valore della sofferenza, nessuno di noi avrebbe accolto la sua parola, nessuno l'avrebbe amato tanto. Nel bisogno vale più l'amore e un pezzo di pane che una lunga predica. Insieme con altri giovani si intavolavano col Padre lunghe discussioni. Un pomeriggio lo incontrai per strada e la nostra conversazione ebbe termine in canonica. In realtà fu l'inizio di un'altra conversazione col buon Dio, poiché in Chiesa si teneva un incontro spirituale per signorine. Alla fine, quando la Chiesa era già quasi del tutto vuota, mi accostai al confessionale. Una confessione breve, fatta di sì e di no, poiché il Padre mi conosceva ormai in profondità. Credo d'aver incominciato in quel periodo ad amare, a capire, ad aiutare e a difendere il Sacerdozio, per la pazienza estrema e il rispetto che quel Sacerdote ebbe per la mia anima nei tre anni che visse tra noi. Il mio primo incontro con l'Azione Cattolica fu piuttosto... uno scontro.
Purtroppo lì, nel mio ambiente, il gruppo era costituito da elementi chiusi, che mal accettavano chiunque non fosse nata nell'Azione Cattolica stessa. Dimostrarono nei miei riguardi tanta diffidenza. D'altra parte era logico che ciò succedesse; eravamo due mondi tanto diversi ed io ebbi perciò un periodo molto duro da superare, poiché mi si rimproverava un orizzonte di lavoro tanto lontano dalla loro mentalità e formazione. Vivevo nella scuola, ero presa dalla politica, durante l'estate trascorrevo due mesi in un laboratorio chimico, tra provette, colleghi chimici e una trentina di operai. In quell'ambiente così eterogeneo per idee, professioni, cultura, a contatto con atei e soprattutto bestemmiatori, vicino a sofferenze morali, la grazia di Dio mi illuminò sul concetto di apostolato. Capii che vivere di fede significava diventare apostoli, portare Cristo alle anime, testimoniandolo con la vita. Ad un certo momento nella vita occorre scegliere tra tante una strada. Qual era la mia? Pregavo: Signore, cosa vuoi che io faccia? Il mio Direttore spirituale mi aiutava, mi consigliava, ed un giorno mi disse apertamente che tra le tante, erano le vie da considerare: religiosa missionaria, clausura, secolare consacrata nel mondo.
Il cerchio si stringeva, ero serena e continuavo a pregare con insistenza. Feci dapprima un corso di Esercizi spirituali tenuto da un Istituto Secolare e ritornai poco soddisfatta per alcune cose che contrastavano col mio carattere troppo esuberante. Trovai al Corso delle buone signorine, ma a mio parere c'era troppa severità su certe forme. Mi pareva che le giovani fossero considerate delle irresponsabili della loro condotta nel mondo, trattate e tenute per mano come delle piccole bambine. Una delle tre vie era già messa in disparte. Volli conoscere la clausura ed ebbi modo di incontrarmi con la vita carmelitana e benedettina. Andava già meglio, ma il mio confessore mi invitava ad avvicinare Suore Missionarie per conoscerne la spiritualità e la vita. Tutto lì pareva fatto su misura per me e fu la scelta definitiva. Ero sempre fissata nella piena libertà di azione, dovevo affrontare la famiglia, ma ciò non costituiva un grosso problema. Tutto pareva risolto, senonché il Signore ancora una volta mi aspettava al varco per capovolgere ogni mio desiderio ed entusiasmo. Ero alla fine di un anno scolastico e mi ripromettevo di parlare delle mie decisioni in famiglia il primo giorno di vacanza. Avrei avuto poi davanti tutta l'estate per prepararmi a partire.
Una mattina ero a scuola, assistevo ad un esame scritto, quando fui presa da forti dolori addominali. Il Preside mi condusse fuori dell'aula e scherzando mi disse:
« Forse il suo è solo un malore di suggestione, poiché trascorre troppe ore in ospedale! » Stavo infatti facendo un corso di Crocerossina volontaria, che avrebbe poi dovuto essermi di utilità per la vocazione da intraprendere. Quell'anno non finii gli esami, ma entrai all'ospedale ove fui operata. L'operazione purtroppo non risolse i miei malanni. Per più di un anno specialisti e cure, poi la sentenza: ricordi di rispettare il suo corpo, non dovrà fare alcun lavoro pesante ecc. ecc... Era duro accettare. La vita in missione non doveva essere la mia vita; questo era il risultato cui dovevo assoggettare la mia volontà. Per la prima volta mi accostavo con fede, anche se un po' recalcitrante, alla volontà di Dio. All'ospedale veniva a trovarmi una Figlia di San Paolo: portava ai malati libri e giornali delle Edizioni Paoline. Ritrovando più tardi quella Suora in libreria, mi invitò ad un Ritiro di orientamento e chiesi consiglio al mio Direttore spirituale. Non era dell'opinione che vi andassi, comunque se lo desideravo mi lasciava libera.
Conobbi D. Amorth e l'Istituto. Strano a dirsi, ma quel senso di inquietudine che mi prendeva conoscendo vita e costituzioni di altri Istituti, qui non esisteva affatto. Una gran pace nell'anima, come di chi si senta liberata da un affanno doloroso. Incominciò una vita nuova e quella pace perdura, nonostante le vicissitudini e le difficoltà incontrate. Nei consigli Evangelici avevo trovato la libertà in cui il mio spirito poteva espandersi nella più sublime gioia interiore. I voti mi rendevano libera, libera da me stessa; avevo finito di vegetare ero a diposizione di Dio e del prossimo, poiché non mi appartenevo più e dovevo dar frutto. Mi sentivo libera e in pace, avevo domandato e il Signore aveva risposto. Capivo d'essere entrata nella " via stretta », pur arrivare a Lui, per mezzo degli altri. Dopo undici anni d'Istituto mi sento ogni giorno così indietro nella via della perfezione, ancora allo stato grezzo, con tante miserie. Ma confido nel Signore. Il pensiero che domina il mio spirito oggi è ancora: « io non, mi appartengo più, ma sono del Signore per la vita , per la morte ».

Gianna Circolare maggio 1971


ESAME DI COSCIENZA... A VOCE ALTA

 

Ogni tanto occorre volgere uno sguardo serio alla propria vita per una leale verifica di come vanno realmente le cose dello spirito. Un'occhiata rapida, quasi uno stop voluto dal buon Dio. Si va avanti con gli anni, ogni giorno rendiamo grazie al Signore del giorno in più che ci ha dato da vivere su questa terra del giorno in meno che ci rimane per raggiungerlo nell'eternità.
Oggi nel mio esame di coscienza ho fatto una piccola scoperta: mi sono resa conto che una giornata vissuta senza accostarmi alla lettura di una pagina  della S. Scrittura, diventa per me una giornata che sembra mancare di qualcosa. La Parola quotidiana mi  sta diventando un alimento indispensabile alla vita. Avete   letto e riflettuto quei « PENSIERI » che il Primo Maestro ha lasciato per noi quale testamento spirituale da seguire? Ebbene, ci sono dei punti che mi hanno colpita: « È   proibito    per voi portate I'Eucarestia in viaggio, ma la S. Scrittura potete portarla sempre: essa è come il viatico che vi accompagna, è la compagnia che sempre potete portarvi appresso » . Così ora viaggio sempre con la S.Scrittura, in macchina o in treno. Il testo intero pesa troppo? Allora me  lo porto dietro diviso in quei libretti economici che la S. Paolo ha avuto l’ottima idea di stampare. Uno dei tanti è ad esempio delle lettere di S. Paolo che alla professione dei voti ci viene donato. La lettura di tanta stampa spesso stanca lo spirito, non dice nulla pur se le parole sono molte. Mi  sono rivolta allora alla S. Scrittura accogliendo anche l'invito del Concilio di leggerla quotidianamente.

Confesso di aver fatto una certa fatica all'inizio, ma ho voluto continuare, riprendendo a leggere, a riflettere, a meditare, facendo tesoro delle parole di Cristo:
« Vigilate, per non cadere in tentazione ».
La tentazione c'era, e come! Quella di metter da parte la Parola vera, il sostentamento più sicuro per la vita di un cristiano, in un mondo tormentato da tanti drammi. Così tale lettura è divenuta per me una realtà viva quale non avevo mai percepito; e in questa luce il servizio agli altri assume tutta un'altra dimensione. Sento sempre più forte il bi­sogno di approfondire la mia conoscenza del " Sacro Libro ", rendendomi conto che è lì ch'io trovo un rinnovamento interiore al di là di ogni religiosità tradizionale o di una fede soddisfatta. Incontro una miniera inesauribile di ricchezze che spesso purtroppo non so valutare e far mie.
Perché troppo sovente ho considerato Dio come Colui che abita solo nei " Cieli ", un Dio lontano e che si manifesta soltanto nei luoghi sacri. Ma Dio, incarnato nel Cristo, non ha bisogno dei soli luoghi sacri per essere riconosciuto, bensì è possibile rico­noscerLo negli avvenimenti e nelle persone che incontro ogni giorno, perché è stato in un momento storico del mondo e in luoghi comuni che Egli ha voluto vivere. In tale realtà sento che per me non esiste solitudine, intendo la solitudine del cuore, quel­la che reca tristezza, togliendo speranza e serenità. « Il male è sempre nel distaccarsi dal Vangelo » (Pensieri - P. M.).
Con la Bibbia prego, anche se talvolta; di certi passi, non capisco proprio nulla. Mi appello allo Spirito Santo e umilmente faccio silenzio; e poi rileggo adagio, con attenzione. Vi assicuro che mi coglie sempre una grande serenità.
Perdonate la mia confessione, ma oggi l'ho fatta così, a tutte voi, amiche care, in piena umiltà e sincerità di cuore.

Gianna

Circolare Novembre 1974