Crea sito





Sr.Felicina

 


"Ringrazio Sr. Felicina Luci

delle Figlie di San Paolo che collaborò con totale dedizione e fedeltà con Don Amorth.
Sono certo che questi due paolini, associati così intimamente a Don Alberione nella fondazione e crescita delle Annunziatine, li vorrete ricordare sempre con intensa gratitudine ed affetto.

Don Raffaele Tonni Superiore Generale

Roma 1° Dicembre 1976

(Dalla Circolare del 1976 quando ci fu il cambio del nuovo Delegato Don Tarcisio)

don Alberione,sr.Felicina e un gruppo di Annunziatine

Luci Domenica-Sr.Felicina

15.01.1917 * Nasce a Cellere (Viterbo)

15.10.32 * Entra in Congregazione, a Roma

20.01.1938 * Emette la prima professione, a Roma

26.07.2001 + Muore a Roma, in via Ant.Pio,

e viene tumulata Nel cimitero di Prima Porta.

Il 26 luglio 2001, verso le ore 6 del mattino, nella comunità Divina Provvidenza di Roma, suor Felicina Luci ha chiuso gli occhi alla vita terrena. Erano presenti le infermiere, la superiora della comunità e alcune sorelle.

Una lunga vita paolina

Suor Felicina ha vissuto molto intensamente, con grande amore e serietà, 69 anni di vita paolina. Entrò in Congregazione, a Roma, all'età di quindici anni. Fu inserita nel gruppo studenti e si rivelò intelligente, dotata di buone qualità, tra cui amore allo studio e capacità nella redazione. Nel tempo della formazione, ebbe modo di prestare aiuto nell'apostolato-stampa a livello tecnico. Poiché rivelò presto una notevole capacità di studiosità, fu avviata al lavoro redazionale e all'insegnamento alle sorelle più giovani. Ottenuta l'abilitazione magistrale, fu dapprima assistente dei gruppi in formazione e, in seguito, responsabile di alcune comunità, tra cui quelle di Foggia e Reggio Emilia.

La preparazione filosofica e teologica

Suor Cornelia Bignoli, sua quasi coetanea e compagna di studio. ci lascia la seguente testimonianza: "Suor Felicina ed io eravamo compagne di scuola e studia­vamo filosofia e teologia nei corsi organizzati in Congregazione, sotto la Guida del Primo Maestro. Furono quattro anni intensi e molto ricchi. Io la ricordo con tanto affetto, insieme alle altre compagne di studio. Era una sorella seria, riflessiva e di buona interiorità. Eravamo amiche nel vero senso della parola. Terminati gli studi privati, fummo avviate a diversi lavori. A suor Felicina toccò l'incarico di aiutare, come assistente, le formatrici delle aspiranti e delle novizie. Iniziò anche a redigere piccoli articoli per bollettini parrocchiali e vari opuscoli per le famiglie.

Collaborò anche al "Giornalino".

Per quanto riguarda la sua presenza in comunità, mi ha insegnato l'arte di saper tacere negli scontri di opinioni diverse e a dare una mano a chi ha bisogno di aiuto. Ricordo le belle risate quando leggevamo le sue poesie pubblicate sul `Giornalino', o le avventure di `Magrin della padella' o di altri... eroi del Settima­nale dei piccoli".

Una consegna del Fondatore

La vita di suor Felicina è stata soprattutto segnata dalla "consegna" ricevuta dallo stesso Fondatore nel 1958, di avviare, insieme a don Amorth, il nascente Istituto "Maria SS. Annunzia­ta". Suor Felicina, con grande fiducia nel "Patto" e nelle parole del Primo Maestro, iniziò con il sacerdote paolino, una grande avventura, che ambedue portarono avanti con fede e coraggio, fedeli al Fondatore e a una vocazione nuova, nella quale era tutto da creare. Per circa vent'anni percorsero tutte le strade d'Italia per far conoscere e formare alla vocazione secolare paolina.

Le prime otto Annunziatine, entrate nell'Istituto nel 1958, si moltiplicarono e divennero, nel 1977, oltre 400.

Convinti che solo la grazia può operare nei cuori, don A­morth e suor Felicina basarono la loro pastorale vocazionale sui Ritiri e sugli Esercizi Spirituali. Nelle domeniche e nei giorni festivi organizzavano nelle diverse comunità delle Figlie di San Paolo, dal Nord al Sud d'Italia, degli incontri di preghiera e riflessione. Era un impegno continuo per raggiungere il maggior numero di giovani. Nei Ritiri si conoscevano ragazze, si sparge­va il seme; poi, nei sette - otto Corsi annuali di Esercizi Spirituali, si raccoglievano i frutti attraverso gli incontri personali o di gruppo. L'impegno era molto intenso e non lasciava sosta ai due animatori. I frutti erano soddisfacenti. Molte giovani entrarono tra le Annunziatine e molte altre scoprirono la loro vocazione tra le Figlie di San Paolo.

Nel tempo in cui suor Felicina seguì le Annunziatine, l'Istituto trovò una propria configurazione giuridica, un proprio volto nella Chiesa e un proprio posto nella Famiglia Paolina. L'obbedienza aveva fatto miracoli.Con la stessa disponibilità con cui suor Eelicina aveva assunto questo incarico, seppe ritirarsi al tempo opportuno, per lasciare L'Istituto in altre mani.

Una testimonianza ufficiale

Sulla rivista delle Annunziatine "Siate perfetti" è stato pubblicato il seguente articolo dell'Annunziatina Amalia Vicini di Modena, che riportiamo integralmente:

“ Il 26 luglio 2001, nel raccoglimento degli Esercizi di comunità, è stata data la notizia della morte di suor Felicina Luci. ‘Paradiso raggiunto’, ho detto nel mio cuore, mentre mi tornavano in mente tanti corsi di Esercizi in cui Suor Felicina era stata la nostra preziosa assistente, attenta e vigile, sempre pronta a dare un consiglio, un aiuto, anche una sgridatina all'occorrenza....

Il lungo colloquio che io ebbi con lei a Bologna, nel lontano gennaio del 1959, fu il primo incontro diretto con il nostro Istituto. Fu lei a darmi la spinta decisiva per scrivere la mia domanda di ammissione, pur con la trepidazione di iniziare un cammino ancora del tutto sconosciuto. La risposta del Primo Maestro arrivò quasi a giro di posta e mi rimandò a suor Felicina, che mi a­vrebbe inviato, a suo nome, libri e istruzioni. Cominciò così una corrispondenza sempre più materna e affettuosa, che rispondeva con chiarezza ai miei dubbi, mi indicava la via da seguire, mi faceva ‘crescere’ nella conoscenza dello stato verso cui la Provvidenza mi aveva guidata per mezzo di tante persone.

Per diciotto anni, suor Felicina è stata per noi tutte l'amica che ci guidava con saggezza e prudenza, che ci aiutava a ‘maturare’ nella vita consacrata secolare che la bontà di Dio ci aveva fatto scegliere. II nostro ricordo di lei è pieno di affetto e di riconoscenza... L'obbedienza al Fondatore fatta con pieno cuore, l'impegno profuso senza risparmio, l'accordo incondizionato e cordiale nel programmare e nell'eseguire, con l'umile docilità allo Spirito Santo, hanno portato quei frutti, dei quali facciamo parte anche noi.

Forse noi Annunziatine, non ci rendiamo conto che suor Felicina e don Gabriele hanno dovuto ‘arare’ un campo che era anche per loro pressoché sconosciuto.La consacrazione secolare era, nel 1958, un'autentica novità riconosciuta ufficialmente dalla Chiesa solo attraverso i documenti di Pio XII: la Costituzione Apostolica ‘Provida Mater Ecclesia’ del marzo 1947, e il Motu Proprio ‘Primo Feliciter’ dell'anno successivo. Gli Istituti già vivevano questo specifico carisma nelle loro regole, con l'impegno del ‘segreto’, così da essere quasi ‘clandestini’. Don Amorth diceva che il Primo Maestro lo aveva impegnato allo studio di questa consacrazione per ben due anni prima di affidargli l'Istituto.

Penso che avrà fatto così anche con suor Felicina (ma lei, fedelissima al ‘segreto’ non ne ha mai parlato, come non ha mai parlato delle Annunziatine). Don Alberione, a sua volta, l'ha certamente studiato a lungo, meditato e pregato nei suoi frequenti intensi incontri col Signore davanti al Tabernacolo. Tuttavia, solo nell'aprile del 1958 co­minciò a scrivere sul ‘San Paolo’, della provvidenziale, nuova forma di consacrazione. ‘In ogni città ci sia un'Annunziatina che, a sua volta, semini e faccia germogliare la vocazione secolare’, diceva don Alberione, che aveva dato in mano a don Amorth e a Suor Felicina ogni cosa (come mi disse lui stesso al primo incontro), e che egli seguiva con vigile amore i passi ancora incerti dei primi tempi.

All'inizio era tutto da provare e da inventare. Le giovani o meno giovani, provenivamo da ogni parte d'Italia, avevano caratteri, abitudini di vita, attività di lavoro e d'impegno ecclesiale diversi fra loro: si voleva farne una ‘famiglia’ affiatata e spiritualmente unita nello stesso slancio apostolico. L'opera di comprensione e di formazione era delicata e non facile. Ricordiamo la guida nelle preghiere, le pause di riflessione, le istruzioni date a tutte e quelle date singolarmente, nelle conversazioni personali. Ricordiamo i canti e anche le serate dell'ultimo giorno degli Esercizi con le battute scherzose e qualche poesiola da ultimo giorno di scuola che nella loro semplicità sorridente aiutavano la nostra conoscenza reciproca e ci aiutavano a ‘fare famiglia’.

La ventata di contestazione, che ebbe il suo culmine nel '68, con la falsa interpretazione della libertà senza limiti e del rinnovamento inteso come rovesciamento dei valori, raggiunse un po' tutti gli ambienti facendo confondere le idee a molti, anche in campo ecclesiale. La crisi ha toccato anche il nostro giovane Istituto. Abbiamo discusso sulla questione giuridica della ‘secolarità autonoma’ e sull'aggregazione: abbiamo sofferto in occasione della disgraziata propaganda per il Referendum sul divorzio. E se abbiamo sofferto noi, possiamo immaginare la sofferenza di chi aveva la responsabilità di guidare. La crisi ci ha portato però a riflettere, a studiare, ed è stata perciò una ‘crisi di crescita’ che ci ha aiutato a maturare.Quando morì Maddalena, la prima Annunziatina, suor Felicina scrisse: ‘Abbiamo iniziato l'Istituto anche in Paradiso’. Un ‘gruppo’ ormai numeroso ha ora accolto lei con un coro festoso, dove non ci sono più note stonate, né stecche!

Nel 1965, il Primo Maestro presentando alle Annunziatine il Direttorio dello Statuto, termina così: ‘Prego per voi, e voi pregate per chi lavora per la vostra formazione spirituale e apostolica. Ogni benedizione sopra ognuno’.

Amalia Vicini

Responsabile del Recapito Postale paolino

Lasciato l'incarico presso le Annunziatine, suor Felicina fu addetta alla Concessionaria del Recapito Postale delle Figlie di San Paolo, a Roma.Suor Teresa Maria Bernardini, che ne ereditò il mandato, ci lascia questa testimonianza:

"Ho conosciuto più da vicino suor Fclicina negli ultimi due anni della sua vita, perché chiamata ad aiutarla e poi a sostituirla nell'ufficio postale delle Figlie di San Paolo. Posso dire che suor Felicina ha saputo gradatamente distaccarsi da ogni cosa e progredire, in poco tempo, fino a possedere, negli ultimi mesi, tanta serenità e pace, da comunicarla anche a chi camminava con lei. La ricordo come una persona dignitosa, con uno stile brioso e simpatico, anche se poteva apparire asciutta e rigorosa. Accanto a lei ho capito che il suo comportamento era frutto del suo naturale perfezionismo: era esigente per sé e per gli altri.

Suor Felicina era ricca di sensibilità e delicatezza, culturalmente preparata. Avrebbe desiderato dedicarsi alla formazione della gioventù, ma la vita l'ha chiamata alla rinuncia per adempiere altri compiti. Lei stessa lo conferma apertamente: ‘Ho sempre accettato volentieri l'obbedienza, perché ho creduto che in essa c'era la volontà di Dio per me’. Il suo stile dignitoso era noto anche alle persone esterne dell'Istituto che avvicinava per lavoro, e che la ricordano con venerazione e stima. Nel suo lavoro era competente e premurosa. Mi hanno edificata alcune espressioni che ripeteva sovente. Inserendomi nel nuovo lavoro, mi ha posto sulla scrivania una Madonna, dicendomi con intensa espressività: `affidati alla Madonna. Questa statua è stata donata all'Ufficio Postale e deve rimanere sempre qui, al suo posto.Quante volte mi sono aggrappata a Lei!'.

Il ricordo di suor Felicina e la sua presenza mi accompagnano ancora. Ora penso spesso a lei, ai suoi valori di autentica paolina delle origini. Grazie, suor Felicina. Ora che sei in Dio, prega per noi. In questo ufficio mi rendo conto che non tutto fu sempre facile.... Ma suor Felicina possedeva un segreto, che era un proprio e autentico rifugio: la Madonna dell'Ufficio Postale alla quale si aggrappava nei momenti di maggiore difficoltà. E lei non l'ha mai delusa!.

La chiamata definitiva

Suor Felicina, quando ormai si sentì al limite delle proprie forze, disse alle superiore, con molta consapevolezza, che era giunto il momento di prepararsi al passo più importante della vita.Le sorelle dell'infermeria che l'hanno assistita negli ultimi tempi, testimoniano la grande trasformazione che si è operata in lei. Ormai pronta a consegnare a Dio la vita, diceva: "Sento di avere qualcosa al cervello che mi è fatale... sono alla fine". Quando le fu diagnosticato un tumore al cervello, rinnovò con coraggio l'offerta della vita. Visse con sobrietà ed equilibrio gli ultimi mesi di immobilità, causata dal tumore, pienamente lucida, nella fede e nell'abbandono, silenziosa e serena, nell'attesa che il Padre venisse ad accogliere la sua esistenza.

Alcune testimonianze

“Antonella Cardillo, una delle signore collaboratrici nell'assistenza delle sorelle inferme, riferisce:

L'ho conosciuta quando stava ancora benino ed era autonoma.Andava spesso a far visita alle inferme costrette a letto o all'immobilità e, all'occorrenza le serviva nelle loro necessità. Quando ha avuto lei bisogno di assistenza, mi accoglieva gentilmente e con piacere, si dimostrava molto riconoscente per ogni piccolo servizio, gradiva il caffè con i biscotti e nei momenti in cui mangiava o io facevo qualcosa, mi parlava di due sorelle suore in un altro Istituto che venivano a trovarla, delle Annunziatine, del suo lavoro in collaborazione di don Amorth e altre cose che ricordava con piacere. Quando la sua salute si aggravò e la portò all'immobilità, si rese conto, a mano a mano, della situazione. Allora con lucidità e serenità pensava alla morte, parlava del suo funerale, nel quale avrebbe desiderato canti gregoriani e le preghiere di tutti.

Accettava con riconoscenza le cure suggerite e soffriva nel dover essere servita. Portava la malattia con angoscia, ma sempre con dignità, riconoscente di tutto. Dimostrava di trovarsi bene nel ‘gruppo comunitario’. Per lei, noi assistenti, suore e ausiliarie, eravamo come sorelle. Aveva fiducia, affetto e molta riconoscenza. Riservata nei suoi giudizi, soleva dire: ‘tutte voi e tutto mi aiuta a vivere questo momento’".

Un'altra collaboratrice, la signora Luisa Mancini, la ricorda così:

"Ricordo con piacere, la sua capacità di accogliere ogni situazione. Quando le occorreva qualche cosa, non dimenticava mai di chiedere ‘per piacere’ e di esprimersi con molta umiltà. Il suo atteggiamento lasciava scorgere l'amore per il Signore e per tutte le persone.Nei momenti di semicoscienza, io la prendevo per la mano e lei mi diceva: ‘Ti conosco, sei Luisa. Ti chiedo un favore, dammi per piacere, un bicchiere di quell'acqua che tu dici che è tanto buona’. Per noi assistenti manifestava una dolcezza indescrivibile: per dimostrare la sua riconoscenza, si sforzava di parlare anche quando le riusciva molto difficile.

Durante la malattia, non ha mai fatto pesare il suo male, si è sempre dimostrata riconoscente di tutto e cercava di non dare fastidio a nessuno. Quando soffriva maggiormente; si raccoglieva e pregava. Ricordo che una volta ho percepito questa preghiera: ‘Signore, se questo è il mio momento di venire a te, rendimi candida dentro e fuori’.Aveva ogni tanto momenti in cui pareva venir meno, ma sempre serena. Era pronta. Io ho un solo dispiacere: quello di non essere stata presente nel momento della morte". La Signora Margherita Inginzola la ricorda così: “L'ho conosciuta quando stava bene e veniva spesso a far visita a suor Concettina per aiutarla nella sua difficoltà di movimento. Era un piacere incontrarla: aveva sempre un saluto originale, uno scherzo, una battuta, un volto sorridente.

Quando c'era un po' di tempo, godeva nel raccontarmi una certa filastrocca di Margherita Valdiprato e ridevamo insieme. Poi è venuta anche lei come ospite dell'infermeria. Era cortese, affettuosa, riconoscente per ogni piccolo servizio, docile a tutte le cure.Era sofferente, ma non lo faceva pesare. Percepiva di avere qualcosa di grave. E quando le fu scoperto un tumore incurabile al cervello, accolse il verdetto con fede e abbandono al volere di Dio. Consapevole che non c’era nulla da fare, accolse in silenzio dignitoso la sua situazione. Soffriva per il disagio di doversi sottomettere alle cure di una malattia che la rendeva immobile e bisognosa di tutto. Ma sapeva accettare ed offrire con serenità. La morte vicina e sicura non la spaventava. E chiuse gli occhi alla vita come un bimbo che si addormenta fra le braccia materne”.

A cura della Provincia italiana Figlie di San Paolo-Casa Generalizia Roma, marzo 2002